Colum McCann, Alla ricerca del rozziner
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© Armellin Filippo

Dublino, metà anni Settanta. Avevo nove anni. Era un giorno di scuola ma mio padre mi portò con sé al giornale, l’«Evening Press», dove era redattore ai servizi speciali e alla pagina letteraria. Salimmo le scale fino al suo ufficietto del terzo piano. C’erano più libri che carta da parati. Riviste e giornali erano aperti sul pavimento, come intenti a chiacchierare tra loro. Mi sedetti sulla sua sedia girevole e la feci ruotare. Mio padre lavorò ad alcuni articoli, preparò un paio di impaginazioni, sbarrò in rosso qualche parola: il suo tran tran quotidiano.

Fuori, appena visibile attraverso i vetri sporchi, scorreva la lunga frase grigia del Liffey.

In mattinata ci recammo in biblioteca, nella camera oscura e infine in mensa. Più andavamo avanti e più l’edificio sembrava vibrare di attività. Scendemmo in redazione e fummo travolti da un’ondata di rumore: cicaleccio di televisori, telefoni che squillavano altissimi, il martellio dei tasti delle macchine per scrivere. I fattorini correvano su e giù per la stanza, i redattori urlavano al microfono delle cuffie, i fotografi si davano la voce. I tubi della posta pneumatica trasferivano le copie agli uffici del piano di sopra mentre i reporter infilavano voluminosi rotoli di carta nelle loro Olympia e si mettevano a battere con i soli indici, senza perdere d’occhio la tastiera.

Nell’aria serpeggiava la cruda sensazione che qualunque cosa importante fosse successa, era successa esattamente cinque minuti prima.

Mio padre mi condusse sotto lo sfarfallio delle lampade fluorescenti attraverso le redazioni di attualità, cronaca e sport. Portava un vestito grigio, una camicia bianca, una cravatta rossa con il lembo stropicciato nel punto in cui aveva il vizio di mangiucchiarla. I corrieri gli misero in mano delle buste. I suoi colleghi giornalisti alzarono lo sguardo dalle scrivanie, annuirono, ammiccarono, parlottarono. Un viavai di strette di mano. Uomini e donne mi arruffavano i capelli. Giunti in fondo alla sala, mio padre mi sollevò e mi mise a sedere su una di quelle lunghe scrivanie di legno.

«Ora ascoltami» disse. «Fai un favore a te stesso…»

«Sì?»

«Lo vedi com’è qua?»

Io dondolavo le gambe di lato alla scrivania. Indugiò per un attimo e mi disse: «Dammi retta. Non fare mai il giornalista».

Si mise in bocca la punta della cravatta e ricominciò a mangiucchiarla. Io già sapevo che era in gamba nel suo lavoro, che lì dentro lo stimavano tutti e che portava a casa un buono stipendio. E mi piaceva la musica del luogo… la telescrivente, i dittafoni, il trillo dei carrelli delle macchine per scrivere, venti o trenta in funzione tutte insieme.

«Perché, papà?»

«Non c’è un perché. Ma tu vedi di non farlo.»

Mi assestò un buffetto sulla nuca e distolse lo sguardo.

C’era un altro rumore di fondo, un intenso ronzio meccanico proveniente dal retro degli uffici. Mio padre mi tirò giù dalla scrivania, mi prese per mano, riattraversammo la sala, scendemmo le scale e oltrepassammo una serie di porte a vento rosse.

La stamperia era lunga come diversi campi da calcio messi in fila. Penombra dappertutto, l’aria densa d’inchiostro. Procedemmo sulle passerelle metalliche, sotto enormi compressori e ventilatori rotanti. Sopra le nostre teste giravano i nastri trasportatori. I pistoni spingevano avanti e indietro. Enormi cilindri di metallo ruotavano nell’aria.

Sul pavimento della tipografia venivano composte le pagine: i caratteri si ribaltavano velocemente come strani geroglifici. Mio padre si chinò su di me e mi urlò qualcosa all’orecchio, ma non sentii che cosa. Era come se, pur essendo vicino, si stesse allontanando, portato via da una corrente.

Sembrava più piccolo ora, in quel luogo immenso. Tenni ben stretta la sua mano mentre camminavamo tra le macchine. In una cabina al centro della stanza era seduto uno dei capi reparto. Ci passò davanti un ragazzo magro con un vassoio carico di tazze di tè: non sembrava molto più grande di me. Altri uomini camminavano di fianco a noi sulle passerelle, richiamandosi in mezzo al frastuono. Sembravano ombre scure che sparivano tra i macchinari.

A un tratto mi resi conto di quanto questi altri uomini fossero diversi da mio padre. Traspariva da loro una durezza. Un che di rude. E avevano un forte accento dublinese. I loro corpi occupavano una diversa misura di spazio. Indossavano vestiti diversi: tuta blu e berretto piatto. Avevano le mani sporche d’inchiostro. Mio padre si muoveva piano tra loro, con il suo abito di sartoria. Nessuno rise, né scherzò né mi stropicciò i capelli. Procedemmo lungo la passerella metallica, seguendo a ritroso la linea del giornale fino alla taglierina, dove le copie venivano impilate, impacchettate e infine gettate sul cassone dei furgoncini.

Fuori, altro baccano. Motociclisti. Fattorini. Guardie giurate.

La novità del giorno per un bambino di nove anni fu scoprire di colpo quanto era grande il mondo, come potessero essere diversi gli uomini e come ognuno sembrasse occupare un angolino tutto suo. E ogni angolo era un universo.

Scoccai un’occhiata a mio padre fermo sotto il sole di Poolbeg Street, e quel momento fu come diventare più grande, come staccarmi da lui.

 

Sono cresciuto nella periferia sud di Dublino. Mio padre aveva un roseto. Mille cespugli, così ravvicinati che si sentiva il profumo a cinquanta metri di distanza. Si presentava al giornale per il suo turno di lavoro, rincasava, si versava un bicchiere di vino, usciva dal retro e andava a parlare con le sue rose. Era il suo momento di svago: il bisogno di un’occupazione diversa dalle parole. Poi si infilava i vecchi stivali foderati di pelo, la giacca a vento Garden News, un paio di vecchi calzoni, e zappava – o tosava il prato, o potava la siepe, o riparava le finestre della serra, o si dava all’impollinazione incrociata dei semi che aveva coltivato con tanto amore.

Lavorava la terra come con la volontà di sfinirsi.

Due volte l’anno prendevamo un carico di letame dalla vicina fattoria per concimare le rose. La montagnola puzzolente troneggiava nel giardino davanti casa. Si sentiva il fetore a cento metri. Per mio padre non c’era niente di più bello che mettersi gli stivali, tirar fuori la pala, riempire una carriola dopo l’altra e spargere il letame sulle aiuole. Il giorno dell’arrivo della cacca i miei fratelli, le mie sorelle e io tentavamo di defilarci appunto per evitare la chiamata alle armi.

Una volta, tra il letame trovammo il feto morto di un vitellino, non più grande di una scatola da scarpe. Mio padre lo buttò via e ritornò al lavoro tutto contento.

Coltivava rose floribunda. Ne aveva selezionata una nuovissima varietà nana. Le etichettava e le faceva riprodurre. Le potava. Eliminava le erbacce. Rifilava i bordi delle aiuole. Schiacciava gli afidi tra le dita. Nelle sere d’estate stava fuori finché non lo avvolgeva il buio. Nei fine settimana passava tutto il tempo in giardino oppure ci portava a Dun Laoghaire a qualche mostra floreale.

Aveva anche un’altra passione: il calcio. Da ragazzo era stato un professionista – giocava come portiere nel Charlton Athletic – e quindi, benché la sola idea che le sue rose potessero venire schiacciate lo facesse star male, ci lasciava giocare in giardino. Aveva persino montato una rete sulla siepe di Berberis. I miei fratelli e io sparavamo calcioni alla palla con tutte le forze. Ovviamente proteggere le rose era impossibile, erano sempre a rischio di essere colpite. Quando la palla recideva un gambo io correvo in casa a cercare un rotolo di scotch e tentavo di ricongiungere le parti: a volte per sostenerlo facevo intrecci di rami e foglie.

Un giorno mio padre staccò una rosa spezzata e la portò a mia madre perché la mettesse in un vaso dopo aver tolto con delicatezza il cerotto. Lei la mise in una brocca di vetro sul davanzale. La rosa visse a lungo, anche se il gambo prese subito una tinta scura.

 

Tredici anni dopo ebbi l’occasione di rivedere le stampanti in azione. Ero soltanto un reporter alle prime armi, abbastanza giovane per entusiasmarmi alla vista di un mio pezzo che usciva da una macchina da stampa.

Arrivai dalla redazione e mi fermai sulla passerella di metallo.

Generalmente sul lavoro cercavo di evitare mio padre perché, insomma, non volevo che al giornale si parlasse di nepotismo. Il lavoro l’avevo ottenuto in modo onesto e leale – avevo anche vinto il premio al Giovane Giornalista dell’Anno – e non avevo voglia di sentire malelingue. Nelle orecchie avevo sempre il suo monito: non fare mai il giornalista. Più crescevo e più mi rendevo conto dell’importanza di mio padre nei circoli letterari di Dublino. Quando poteva ingaggiava i giovani scrittori. Aveva creato una pagina speciale riservata alle donne che intraprendevano la carriera giornalistica: un’iniziativa rivoluzionaria per l’epoca. Pagava bene tutti. Era prodigo di incoraggiamenti. Aveva persino avviato, insieme a David Marcus, quella «New Irish Writing Page» che pubblicò tutti: da Edna O’Brien e Ben Kiely a John McGahern e Neil Jordan.

Un pomeriggio, ero in tipografia, lo vidi scendere le scale e dirigersi al cosiddetto stone, dove veniva realizzata la composizione del giornale. Si muoveva al buio, con la matita dietro l’orecchio e un righello di metallo in mano. Il vestito grigio che indossava sembrava lo stesso di tanti anni prima. La cravatta era sempre umida nel punto in cui la mordicchiava. Ormai ero un amante della lingua, e per le parole non esisteva luogo migliore della tipografia: la cassa con i caratteri da rifondere, quella con i caratteri alla rinfusa, da mettere in ordine, e quella con le righe di piombo. Le vedove, le orfane, gli spaziatori. Il vantaggio, il compositoio, la taglierina.

Ricordo di aver pensato: eccolo lì mio padre, giù tra i compositori.

Le sue pagine erano pronte per la stampa. Le passò per controllare i refusi e lo stile. Leggeva capovolto e all’indietro. Dopo anni di pratica sapeva leggere in qualunque direzione. Lo osservai portare a termine il lavoro con cura e precisione. Infilò alcuni fogli nella valigetta marrone e uscì. Senza alcun dubbio dritto verso casa, verso le sue rose.

Quando il turno finì, un gruppo di tipografi – compositori e correttori di bozze – uscì stancamente dal retro che dava su Poolbeg Street. Mi accodai. Non so perché avessi voglia di seguirli, assecondai l’istinto. C’era in me una specie di malinconia – a quel tempo stavo pensando di lasciare l’Irlanda, rinunciare al lavoro e andarmene in America, forse anche con l’idea di scrivere un romanzo.

Erano quattro passi fino al Mulligan’s, un bellissimo vecchio pub che si apriva dietro una facciata con quasi 200 anni di storia. Lì i tipografi erano di casa. Entrarono attraversando nuvole di fumo e di segatura. Ignoravano chi fossi – per loro ero solo una faccia tra le tante. Mi sedetti poco distante e ascoltai. Qualcuno ordinò un rozziner. «Di’, me lo dai un rozziner?» La parola fu ripetuta un paio di volte con quella forte cadenza dublinese.

«Che cos’è un rozziner?» chiesi a uno di loro.

«Il primo bicchiere della giornata» rispose.

Ci misi anni a capire che rozziner deriva da rosin, la pece che si passa sull’archetto del violino prima di suonare.

 

Se il gioco dell’arte è l’ombra del lavoro, forse il lavoro sta nell’ombra del gioco.

All’inizio del 2009 tornai a Dublino da New York, dove ero andato a vivere. Il giardino di mio padre poteva apparire in buono stato agli occhi di un dilettante, ma ai suoi no, era un disastro. In sostanza c’era troppo da fare. Alcune aiuole di rose erano state vangate e cosparse di ghiaia. Il terreno era invaso dalle erbacce. Le siepi erano trascurate. Mio padre guardò fuori dalla finestra della cucina: aveva ottantadue anni e l’aria afflitta di chi non riesce più a prendersi cura del giardino.

Dal giornale era andato in pensione da tempo. In realtà, era stato il giornale stesso ad andare in pensione dal mondo: il gruppo Irish Press era fallito negli anni Novanta.

Raggiunsi il giardino e cominciai a strappare le erbacce. Il lavoro mi fece un effetto rigenerante. Mio padre passò quasi tutto il tempo alla finestra del piano terra, ma alla fine del primo giorno era fuori, ritto sulla porta di casa.

«Vuoi finirla, perdinci?» disse, guardando i profondi graffi che avevo su mani, braccia e cuoio capelluto.

L’indomani era in giardino, appoggiato al suo deambulatore blu sotto una pioggerella leggera, mentre io passavo nuovamente tra le rose incurante delle spine. «Molto meglio…» commentò, «ma cristosanto, non devi mica occupartene tu, possiamo chiamare qualcuno, tu hai altro da fare. Adesso smettila.»

Il giorno dopo teneva in mano un bicchiere di vino. Il quinto giorno, quando il giardino iniziò ad avere un bell’aspetto – fresco e ordinato come una volta –, mio padre si mise carponi accanto a me e cominciò a togliere le erbacce dall’aiuola.

Forse sconfinammo nella parodia – Accidenti se ci sa fare con la vanga, il ragazzo… proprio come il suo vecchio – ma c’era qualcosa di più profondo: il desiderio di tornare a casa, di spingere il corpo in una direzione diversa da quella della mente, il bisogno di stancarsi insieme a lui in qualsiasi modo, anche poco poco; la necessità dell’emigrato di riaffondare le radici nella sua vecchia terra.

Un mese dopo, di ritorno a New York, mi ammalai di osteomielite, un’infezione delle ossa che mi costrinse a un paio di settimane d’ospedale. Morfina tutte le mattine: un insolito rozziner. E poi altri due mesi di antibiotici.

Il medico disse che probabilmente avevo contratto l’infezione a seguito di una ferita.

Era come se – mi spiegò – del terriccio penetrato da un taglio nella mano avesse viaggiato dentro di me trasferendosi nel sangue, nei tessuti e nelle ossa.

 

Looking for the Rozziner © 2009 by Colum McCann. All rights reserved

 

Traduzione a cura del Laboratorio di Traduzione Specialistica della IULM

  1. Giacomo

    Uomini che occupano una diversa misura di spazio… solo uno scrittore vero poteva dirlo con tanta semplicità.

  2. Luciana

    Queste rose profumano!

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