Editoriale
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Perché Granta italia? Perché Granta è da sempre la rivista letteraria meno rispettosa delle frontiere. Sin dalla sua rinascita nel 1979 (ma la fondazione vera e propria risale al 1889) si è valsa della diffusione della lingua inglese per ignorare i confini nazionali, cercando voci nuove e valori sicuri in ogni parte del mondo. E ha sempre evitato con cura di privilegiare un linguaggio rispetto a un altro, restando aperta a tutte le forme, dal racconto al reportage, dal graphic memoir alla fotografia. Da pochi anni Granta ha alzato la posta della sua scommessa cercando partner affini per edizioni in lingue diverse dall’inglese: questa edizione italiana pubblicata da Rizzoli si affianca a quella spagnola, nata nel 2004, e a quella brasiliana portoghese, che ha esordito nel 2007. Il nostro progetto è quello di accompagnare testi italiani composti espressamente per la rivista a contributi provenienti da tutto il mondo, con una inevitabile attenzione per quelli usciti sulle edizioni sorelle. Speriamo che l’avventura planetaria di Granta non si fermi qui: intanto, per avviare il capitolo italiano abbiamo messo in gioco i nostri gusti e le nostre preferenze dedicando il primo numero a un tema vasto e cruciale come quello del lavoro. Il risultato è un viaggio un po’ spericolato che ci ha condotti e vi condurrà dai silenziosi uffici dell’associazione per la difesa del consumatore di Palermo al Ruanda dove la guerra è un mestiere, dalla tipografia odorosa di inchiostro di un quotidiano dublinese alla fatica criminale dell’ortomercato di Milano, dalle tende-ospedali delle Tigri Tamil alle mattine troppo vuote (e alle sere troppo piene) di un cassintegrato di Pomezia, dal banco di un fruttivendolo coreano a New York al forno di una panetteria nel nord terziarizzato d’Italia e a un inquietante poligono militare che domina lo splendido, e non più incontaminato, paesaggio dell’Ogliastra. Le lingue, gli accenti, le sensibilità, le età degli scrittori e degli artisti che hanno accettato di partecipare non conoscono neppure loro frontiere. E anche le prospettive e i punti di vista assunti sono tutto fuorché allineati: in queste pagine il lavoro viene rimpianto, celebrato, sospettato, esecrato. Ci sta bene così. A noi pare infatti che un programmatico disinteresse per una realtà troppo ordinata sia l’unica chiave possibile oggi per mantenere vivo il senso della letteratura. Buon viaggio e buona lettura.

 

Paolo Zaninoni

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