Michela Murgia, Il calo di pressione
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Il Poligono è silenzioso di notte, per questo Gianna è di notte che lo pulisce. Lei è una Donna di Servizio. Al Poligono tutti hanno un Servizio da fare, e da quindici anni Gianna sa qual è il suo. Lei non è come quelle che vanno a pulire le case degli avvocati. Quelle le chiamano “domestiche”. Le ha sempre sentite le mogli degli avvocati parlare nei negozi di Jerzu mentre si misurano i vestiti: la mia domestica qui, la mia domestica lì. Chi nasce a Lorrai non sa cosa diventa, e l’unica cosa che Gianna sapeva del futuro quando era ragazza era che non voleva diventare una domestica. Nemmeno nel modo in cui lo fa Maria Angelica Sanna, che non lavora in casa di una signora ma alla Casa Famiglia in campagna e per fare il suo mestiere a volte impiega fino a sera. Rifare i letti devastati, pulire i cessi sporchi di decine di ragazzini senza educazione di mamma, il refettorio con il pavimento di linoleum unto, le scale, i lunghi corridoi, i finestroni altissimi e all’indomani ricominciare come Sìsifu col masso. Non è un Servizio, quello. Il lavoro di Gianna invece sì, e per esserlo non occorre che sia un compito difficile: si monta alle sei del pomeriggio quando tutti gli altri hanno finito e si passa stanza per stanza rapidamente, come un ago in un tessuto. Si svuotano i cestini, si spolverano le scrivanie, si sistemano le sedie, si fanno per bene i bagni, giù un colpo di scopa, su un colpo di straccio e se si è visto qualcosa lo si è dimenticato: quello è il suo Servizio. Il Poligono non è un posto sporco. I militari negli uffici passano poco tempo, sono sempre là fuori, all’esterno. Lì è più sporco, di sicuro. Ma l’esterno non è di Gianna. L’esterno del Poligono è il Servizio di qualcun altro.

Ieri Salvatore è tornato piangendo da scuola e non voleva dire il perché. Per farlo parlare le ci sono volute due ore. Alla fine è riuscita a farsi dire che i compagni lo hanno preso in giro. All’uscita gli hanno gridato «Sei contaminato». Mamma, cosa vuol dire contaminato. Niente, non vuol dire niente, non li ascoltare, non sanno cosa dicono. La gente fuori non capisce, Gianna lo sa da tempo che non bisogna cercare di spiegare nulla a quelli di fuori. A Lorrai lo sanno tutti che è tempo perso. Il Poligono da fuori non lo puoi capire.

Questi si dimenticano, o non lo hanno mai saputo veramente, che quando non c’era il Poligono a Lorrai non c’era niente, c’erano solo quelli di Lorrai. Non che quelli di Lorrai fossero niente, era pur sempre gente che nasceva e moriva; ma il mondo intorno non era fatto più solo di gente che nasceva e moriva. Fino a un certo punto nascere e morire era bastato anche lì, ma già quando Gianna era bambina ci volevano altre cose per dire che si stava al mondo senza vergogna. La macchina. La casa fatta in un certo modo. I figli a studiare a Cagliari. Una vita da gente civile, come a Jerzu, come in città. E invece a Lorrai non c’era niente. Oggi fanno presto tutti a parlare di paesaggio, di bel mare, delle sorgenti dell’Ogliastra e della concentrazione di boschi più ampia dell’isola. Ma il paesaggio non ti manda i figli a scuola, non ti compra la macchina e i vestiti, non ti costruisce la casa di mattoni. Il paesaggio va bene per chi viene in vacanza, per lo sfizio di quelli che il mutuo da pagare non lo hanno mai avuto. Per chi nasceva a Lorrai nel 1956, dire che c’era il mare, il bosco o la sorgente era come dire che non c’era niente. Poi per fortuna è arrivato il Poligono.

“Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi.” Don Vanni ha letto questo nel Vangelo domenica scorsa nella messa delle sette del mattino, quella dove vanno le donne che hanno da fare anche di domenica, mentre le famiglie ancora dormono nei letti tiepidi. Mentre Gianna lo sentiva leggere ha pensato che era proprio vero. Chi ha scelto mai niente di quello che ha? Sono le cose che ci scelgono. Di nascere a Lorrai nessuno ha chiesto niente anzi nessuno ha chiesto neppure di nascere da qualche altra parte. Succede e te lo tieni. Ti abitui, diventa tutto familiare, anche i tuoi familiari, che non ti sei scelto neanche quelli. La vita è far diventare il mondo casa tua con tutto quello che c’è, anche se quello che c’è è il Poligono. È questo che la gente di fuori non capisce. È il Poligono che ha scelto Lorrai, non il contrario, e il Poligono fa parte della vita. I botti di mortaio sono come colpi di tosse oltre il muro del vicino, i fischi dei missili come sassi lanciati nell’aria da una fionda tesa di ragazzo. Le esplosioni sotto il mare fanno tremare i vetri delle finestre, non il cuore di chi vive a Lorrai: quei suoni sono struttura comune, accompagnano le ninne nanne e le grida, il sonno e il canto. Il Poligono è un immenso polmone d’acciaio dentro al quale Lorrai respira con i suoi ritmi: pensare che non ci sia è come dire «Non voglio essere nato». Forse è un pensiero che hanno tutti a quindici anni, ma non si resta adolescenti per sempre. Chi cresce lo impara presto che nemmeno gli apostoli hanno votato per Gesù Cristo. “Sono io che ho scelto voi.” A leggerselo il Vangelo ogni tanto non fa male.

Salvatore non va a giocare dietro casa da qualche settimana. Nessuno dei bambini del vicinato lo fa più da quando hanno cominciato ad arrivare i giornalisti. Gianna li odia. Sono sciacalli, fanno domande anche alle creature innocenti, si fanno dire cose che possono dire solo i bambini e poi scrivono i loro schifosi articoli sui giornali continentali. Le mogli degli avvocati italiani li leggeranno nei loro salotti e diranno inorridite tra loro: che orrore, vedi che questi si ammalano di leucemia per le esercitazioni. E penseranno che meno male che la Sardegna è lontana dal continente. Che se nell’aria di Lorrai, o nell’acqua, o nella terra c’è qualcosa, non riuscirà mai a varcare il mare o le montagne per arrivare sino ai resort della Costa Smeralda. Siamo al sicuro, penseranno sollevate le mogli degli avvocati chiudendo i giornali per andare a fare spese al centro delle loro città piene di smog. A Lorrai non c’è lo smog. L’aria è pulita e chiara, nessuno va in giro con la mascherina. La cosa più velenosa che c’è a Lorrai sono i giornalisti continentali.

Il magistrato ha messo sotto sequestro il mare davanti al Poligono. Dicono che è perché i pescatori di Porto Corallo si sono lamentati che con le reti tiravano su pezzi di missile e bombe inesplose, ma Gianna sa che non è vero, che non è quello il problema. Sono anni che i missili cadono in mare, e dove devono cadere? Li sparano per fare le prove, sono addestramenti, mica li possono usare contro le città. È ferro, in fondo. Arrugginisce, ma di più non può fare nel mare. Gianna fa Servizio nelle stanze di lavoro degli ufficiali. Vede. Sente. Sa che il dubbio del magistrato non è quello che c’è sotto il mare: è quello che c’è sopra. Sono stati i veterinari della Asl a far scoppiare la tempesta su Lorrai. Hanno fatto i furbi: hanno detto che venivano per fare le analisi agli animali, ma mentre visitavano le pecore guardavano anche i loro padroni.

Il Comandante ha urlato al telefono per più di un’ora con qualcuno a Roma. Alla fine ha chiuso la telefonata e ha fatto un sorriso irritato. «Vede Gianna, cosa succede quando uno vuole fare il chirurgo dei cristiani e alla facoltà a numero chiuso non lo prendono? Finisce che diventi veterinario, vuoi metterti a visitare le persone come se fossero animali e infanghi la gente per bene!» Gianna sa che ha ragione. I veterinari nei loro rapporti hanno detto che nascono molti agnelli strani, con le pance aperte, senza gli occhi, con le zampe deformi. Ma hanno detto anche che i pastori che li pascolano si ammalano troppo più del resto dell’isola. Dodici su diciotto hanno un tumore, è questa la stima dei dottori degli animali. In un posto normale gli avrebbero detto: se sai curare le pecore, cura le pecore e lascia i cristiani ai dottori veri. Invece i giornali sardi hanno deciso che era una notizia, e ne hanno parlato per giorni. Sono venuti giornalisti da tutti i posti dell’isola a cercare gli agnelli storpi e i pastori malati, ma a Lorrai nessuno ha voluto rilasciare dichiarazioni. Tanto da dire non c’era niente. Nessuno qui ha mai visto pastori malati. Certo, qualcuno che si ammala c’è, ma come dappertutto. Non è che ogni volta che uno ha un tumore bisogna pensare che c’è qualcosa nell’aria. Le malattie vengono per tante cose. Al marito di Gianna gli è venuto perché fumava, per esempio. Quando è morto, dottor Scanu ha detto: «Glielo dicevo sempre a Mario di smettere».

Il Sindaco è l’unico che ha parlato con i giornalisti. È un uomo tutto d’un pezzo, il Sindaco. Faceva il militare dentro il Poligono ed è arrivato fino al grado di sergente prima di congedarsi. Non si fa mettere i piedi in testa dal primo giornalista che passa. Ha detto che tutti in paese vogliono la verità, ma che bisogna evitare inutili allarmismi. Che il Poligono è un’industria come quelle chimiche di Portovesme e di Ottana, e come tutti gli altri sindaci dei poli industriali anche lui chiede condizioni di sicurezza, ma non lo smantellamento dell’industria. «Aspettiamo l’esito delle indagini, ma non permetteremo strumentalizzazioni: dobbiamo tutelare la salute e anche il lavoro, che sono due facce della stessa medaglia.» A chi gli ha chiesto se è vero che dentro l’area del Poligono si sparano proiettili all’uranio impoverito, ha risposto che non è vero niente, che è tutta una montatura, che queste voci inutili stanno rovinando l’economia, la pace sociale e l’immagine di Lorrai. Che qualcuno pagherà. Un giornalista continentale gli ha chiesto se è vero che a Lorrai ci sono molti malati, e allora il Sindaco si è veramente incazzato e gli ha detto che non si doveva permettere, che esiste un registro dei tumori che dice chiaramente che a Lorrai si muore di tumore meno che a Cagliari, che i genetisti di tutto il mondo vengono qui a studiare la longevità della gente del Sarrabus, e che in pochi posti al mondo si vive bene come a Lorrai. I giornalisti lo hanno scritto, ma si sa come è la gente: il timore che i veterinari abbiano ragione sta fermando le arance, il pesce, la verdura e la carne di Lorrai alle porte dei mercati. Nessuno la vuole più.

Gianna fa Servizio ogni notte al Poligono. Prima era per sei ore ed era quasi uno stipendio intero. Da un anno a questa parte invece gliele hanno ridotte a quattro e le danno meno soldi, ma con la pensione di reversibilità di Mario alla fine del mese stando attenti ci si arriva. Se dovessero mancarle pure quelle sarebbe un guaio, perché lei non è più tanto ragazzina, e certe sere l’ultimo giro con il secchio le sembra pesante come non è stato mai. Giovedì si è dovuta sedere in corridoio con la schiena contro il muro per far passare il peso alle gambe, e finché non si è ripresa sono passati venti minuti. Un po’ sarà l’età, ma anche la preoccupazione. Salvatore a scuola non ci vuole più andare, dice che l’altro giorno gli hanno attaccato alla schiena un biglietto dove c’era scritto: Rimandatemi a Chernobyl. Anche se il Sindaco dice che qualcuno pagherà per tutto questo, Gianna capisce che per cose come quella non esistono risarcimenti.

Il magistrato ha trovato quattro discariche a cielo aperto di rottami di missili e altre cose di guerra. Pezzi dei carri armati usati come bersaglio. Capsule di bombe esplose e frammenti di razzo. Altre cose di cui non si capisce bene l’uso originario. Le hanno sequestrate, dicono che farà cercare tracce di uranio impoverito. Ma se ci fosse, lo sanno tutti a Lorrai, i primi a dirlo sarebbero i militari che ci vivono, che uno non rischia la vita così, senza dire quello che succede. Quindi il giudice di Lanusei non troverà niente. Non c’è niente da trovare. Tutti se lo ripetono in continuazione: al bar, nei crocicchi agli angoli di strada, nell’intimità delle case. Non c’è niente che non va, niente da trovare. Pochi lavorano al Poligono, ma molti sono impiegati nell’indotto che gira intorno alla base. La vita e il lavoro qui sono lo stesso bene, lo ha detto anche il Sindaco. Gli uomini dicono che se ci fosse qualcosa di strano lo si saprebbe, e Gianna si fida molto più di chi vede le cose con i suoi occhi che di due veterinari antimilitaristi mandati a Lorrai chissà da chi e con quali scopi. Come in mezzo ai lupi, ecco come bisogna muoversi quando si ha a che fare con gente simile. Lo ha detto don Vanni domenica scorsa nel Vangelo: “Vi mando come pecore in mezzo ai lupi”. Gianna in chiesa ha pensato alle pecore con la pancia aperta e senza gli occhi e le è venuto da vomitare. A fare la comunione non c’è andata. Ma non era alle pecore che bisognava pensare, era ai lupi.

Era in casa sua Gianna, la seconda volta che le è mancata la forza nelle gambe. Stava togliendo un piatto dal tavolo, nulla di pesante. Un occhio alla tv, un orecchio a Salvatore che più in là giocava coi videogame sul divano, e un secondo dopo era seduta per terra in mezzo ai frantumi del piatto, con un fianco dolorante per lo spigolo preso tra le costole e la sensazione di aver perso la sua gravità. Salvatore si è messo a piangere. Mamma, chiama dottor Scanu. Ma è il dopopranzo, non si disturba un dottore quando riposa, i dottori fanno un Servizio importante, non li si butta giù dal letto per un calo di pressione. Gianna ha aspettato finché non è passata la sensazione di non avere più sangue nelle gambe, poi lo ha chiamato. Il vecchio l’ha visitata con cura, visita sempre tutti con cura: Ignazio Scanu è il dottore di Lorrai da quando Lorrai ha un ambulatorio suo e non bisogna più andare a Lanusei per ogni mal di denti. Sei stressata, Gianna, lavori troppo. Ma se lavoro due ore in meno a sera! Appunto, adesso per finire in tempo devi correre di più. E poi c’è questa situazione dell’inchiesta che ci angoscia tutti, sai quanti ne ho visitati in questi giorni che hanno l’ansia di perdere il lavoro… Riposati. Non devo fare analisi, allora? Macché analisi, è un calo di pressione, hai ragione. Ti do qualche giorno a casa e starai meglio. Se vuoi fare una cosa utile, manda Salvatore a stare un po’ da tuo fratello a Cagliari. Così tu non devi preoccuparti di stargli appresso di continuo e lui cambia un po’ ambiente, che dici?

“Io non sono venuto a portare la pace, ma la spada.” Le donne in chiesa dicono il rosario in un lento mormorio di sottofondo, scorrendo i grani tra le mani mentre don Vanni legge il Vangelo ad alta voce. Gianna invece lo ascolta. Ci sono tante consolazioni nella Parola di Dio, la gente non la legge abbastanza. Anche ai pacifisti farebbe bene ogni tanto leggersi il Vangelo e sentire qualcosa di scomodo, per esempio scoprire che Gesù non è l’antimilitarista che pensano loro. Sono venuti il giorno prima a fare la manifestazione davanti ai cancelli del Poligono, urlando a sfinimento «Fusiles e cannones, a foras de callones». Comunisti, indipendentisti, verdi e pacifisti con l’arcobaleno e gli alberelli verdi sulle bandiere. Sono arrivati con gli autobus noleggiati e i pranzi al sacco, per non comprare neanche una mela al negozio di Lorrai. I militari non hanno aperto i cancelli e i carabinieri fuori hanno controllato che nessuno si scaldasse troppo; intanto i giornalisti scrivevano che “qualcuno finalmente sta cominciando a ribellarsi alla presenza del Poligono”. Però si sono dimenticati di scrivere che nessuno di questi ribelli è di Lorrai. I ribelli alla fine della ribellione sono saliti sugli autobus, hanno lasciato le loro immondizie a terra davanti al poligono e se ne sono tornati a casa loro. Allora la gente di Lorrai è uscita dalle case e in silenzio ha ripulito le strade dai sacchetti di plastica e dai cilindri a tubo per infilare le bandiere. Ciascuno si è spazzato il suo pezzo senza commentare neanche, che non c’è niente da dire davanti a certe cose. I militari hanno cancellato le tracce del pacifismo davanti al Poligono e tutto è tornato al suo posto.

Anche Gianna è tornata al suo posto. Il Comandante ha detto che la sua mancanza si era proprio sentita e che la ragazza che l’ha sostituita non aveva la sua cura e la sua discrezione. Gianna ha pensato che la differenza tra una domestica e una Donna di Servizio la può vedere solo uno come il Comandante, che ha il senso del Servizio. Hanno parlato della possibilità di aumentare le ore di lavoro per non dover fare tutto il reparto ufficiali con la fretta, magari male, stancandosi di più e per meno soldi. Il Comandante ha detto che ci penserà, ma che i fondi sono quelli che sono e che i tagli hanno colpito anche il settore militare. «Il costo del lavoro è alto.» Gianna lo ha guardato bene mentre parlava, e ha capito che il Comandante senza dirglielo le stava dicendo che era già molto se un lavoro lo aveva ancora, anche se con due ore in meno. Lo ha ringraziato ed è tornata in Servizio.

Il benzinaio ha picchiato un giornalista. Quello ha detto che era lì per fare qualche domanda «sulla Sindrome di Lorrai» e il benzinaio si è messo a urlare che non esiste nessuna Sindrome di Lorrai, che siamo stanchi di essere fatti passare per appestati, con i figli presi in giro e le casse di frutta a marcire nei campi. Gliele ha suonate con un bastone, scassandogli la macchina fotografica, un braccio e due costole. Ha fatto male il benzinaio, perché adesso arriveranno altri giornalisti a scrivere che è stato picchiato un giornalista, e la catena ricomincerà. Ma Gianna lo capisce il benzinaio. Non si può sopportare sempre tutta la falsità del mondo senza dire una parola. I poliziotti hanno arrestato il benzinaio e il Sindaco ha organizzato una fiaccolata in suo sostegno a cui ha partecipato tutta la popolazione. Gianna non è andata. Non si sentiva tanto bene. Niente di grave, ha detto dottor Scanu. Il solito calo di pressione.

«Come vanno le cose lì?»

«Male, Giò. Il magistrato ha messo i sigilli ai capannoni, dicono che hanno trovato un paio di casse con dentro roba radioattiva. Ma il Comandante ha detto che era materiale ordinario in casse di contenimento stagne, che non c’è niente da temere. Intanto però l’attività civile nel Poligono è sospesa, e anche il mio lavoro.»

«Te ne stai a casa a riposare per un po’, non è un male.»

«Lascia stare, ho riposato anche troppo in questi mesi. Se non fosse per la memoria di Mario, il Comandante mi avrebbe già potuto licenziare, sono ormai più i giorni che non vado a lavorare di quelli che ci vado… però dimmi di mio figlio. Come va a scuola?»

«Molto bene, è sveglio, aveva ragione Ignazio a dirti di spostarlo da Jerzu. A Cagliari i bambini nemmeno lo sanno dove sta Lorrai, figurati se sanno quello che sta succedendo. Veniamo a trovarti a fine mese, riposati e cerca di non farti il sangue amaro per le cose che scrivono i giornali.»

«Se riesco, Giò, se riesco.»

Gianna non va più in chiesa, non ce la fa. Ascolta Radio Maria da casa, ma non è la stessa cosa. Questo padre Livio non sa niente di Lorrai, parla per gente che non vede e non conosce. Non è come don Vanni, che quando legge sa dove sta facendo cadere i semi. Il Vangelo sembra quasi un’altra cosa sentito alla radio. Gianna non ha più il lavoro, adesso c’è un’impresa che ha vinto l’appalto nuovo, ma fanno le pulizie e basta, non è il Servizio che faceva lei. Il Comandante glielo ha scritto che non poteva farci nulla, che i tagli al personale sono decisi a Roma, che il costo del lavoro è quello che è e bisogna stare sui prezzi del mercato. Gianna ha capito. Non si poteva pretendere. Con tutte quelle assenze per malattia alla fine doveva succedere. Non è colpa del Comandante se lei da qualche tempo soffre di pressione bassa e non riesce quasi più ad alzarsi. Suo fratello dice che non è normale tutta questa debolezza, che dovrebbe farsi le analisi.

«È per la tua sicurezza. Sai, sono frequenti questi cali di pressione, sarebbe meglio controllare. Tanto poi non è niente, è pieno di gente che ne soffre anche qui.»

«Ignazio dice che non devo allarmarmi. Se fosse da preoccuparsi, me lo avrebbe detto lui…»

«È vero, non dico che le devi fare con urgenza, ma giusto per capire. Poi magari si scopre che hai qualcosa e Scanu non ti ha fatto fare le analisi…»

«Che cosa dovrei avere? Sono sempre stata un pesce.»

«Ma niente, figurati. Solo che sai, con quello che si sente su Lorrai…»

Gianna gliel’ha appena accennata la cosa delle analisi a dottor Scanu, ma lui le ha detto che non c’è da scomodare un laboratorio per una cosa che si capisce anche a occhio; è una tara di famiglia, di quelle che capitano quando per generazioni ci si è sposati tra parenti. Che bisogna tenersela e avere pazienza. Gianna di pazienza ne ha, e ha anche la radio, ma la ascolta sempre meno volentieri. Il Vangelo preferisce leggerselo da sola. Ci sono passi che le piace andarsi a cercare e rileggere anche molte volte al giorno. Le parabole della misericordia. Gesù con i mercanti nel tempio. Maria ai piedi della croce con il discepolo Giovanni. Ma soprattutto quel discorso, quello che leggeva spesso don Vanni la domenica mattina dal Vangelo di Matteo: “Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?”.

Gianna dalla finestra del soggiorno guarda gli uccelli nel cielo di Lorrai. Li guarda proprio come il Vangelo dice di guardarli, e le sembrano uguali a tutti gli altri uccelli del mondo. Non sono liberi, che tanto nessuno è libero davvero sotto il cielo. Ma quando è un cielo così che sceglie per te, forse nemmeno importa, perché è un cielo bellissimo quello del Sarrabus. Qualunque cosa dicano i giornali questo è un angolo di paradiso, adesso lo avrà capito anche il magistrato che ha archiviato l’inchiesta perché non ha trovato niente. A Lorrai lo sapevano tutti che non c’era niente da trovare, ma la Giustizia non ha Fede, e la gente di giustizia vuole sempre mettere il dito nella piaga per vedere se davvero Cristo è risorto. Gianna quando è troppo stanca a volte si addormenta pensando così, con la faccia rivolta al sole oltre la finestra e i vetri che tremano per i lanci dei razzi del Poligono.

© Michela Murgia 2011. Pubblicato in accordo con Agenzia Letteraria Kalama.

  1. Ghiani Sofia

    Fantastico come ogni volta che leggo la Murgia mi emoziono mi immedesimo entro dentro la storia che racconta …sarà che in quella zona andavo al mare d’estate, sarà che sono sarda e mi manca la mia terra e quel cielo, sarà che per tanto tempo la mia malattia rara non l’hanno vista e tutti mi dicevano che era il solito calo di pressione, sarà, ma a me la Murgia piace tantissimo come scrive , non solo cosa scrive!

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