Doris Lessing, Morte di una poltrona
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Monica Rossi -www.monicrossi.blogspot.com

Un tempo possedevo un cottage nel Dartmoor, in collina, a circa un miglio dalla cittadina rurale di Okehampton, dove ogni mese si tenevano aste di mobili, componenti e utensili da cucina e macchine agricole. Le aste riempivano i due grandi padiglioni coperti in cui si svolgevano anche feste, fiere e ogni sorta di eventi locali. Sembrava davvero che nella contea del Devon tutti fossero impegnati a scambiarsi case e fattorie, dato che le vendite immobiliari e le aste riscuotevano l’interesse di gente venuta da un raggio di miglia e miglia tutto attorno – a volte fin dalla Cornovaglia e dal Somerset –, non necessariamente per comprare o vendere, ma per incontrare i propri vicini e fare un giro, osservando bene come viveva l’altra metà.

Al centro di uno dei padiglioni c’erano i mobili più belli, disposti in sale da pranzo, salotti e camere da letto improvvisate, e ogni articolo era presentato su moquette e tappeti ad hoc. Lì arrivavano, in anticipo su tutti gli altri, commercianti di Londra e di Exeter. La prima parte dell’asta, infatti, era un affare tra professionisti che rilanciavano a gara mentre noi restavamo a guardare. Ma quando questi ritiravano i loro trofei e se ne andavano, c’era ancora un sacco di roba, soprattutto a fine giornata. Per tutto il giorno i banditori e i loro assistenti andavano e venivano fra i lotti, le voci risonanti come una canzone o una cantilena: se eri in fondo alla calca, ma anche più da vicino, faticavi a sentire. Intanto, negli spiazzi esterni, altri banditori stavano vendendo macchine agricole e le loro parole si innalzavano e abbassavano in contrappunto. Appena venduto il mobilio in una parte del padiglione, i compratori entravano per portar via la merce oppure incaricavano gli uomini di fatica che, durante tutti questi giorni di occasioni, aspettavano fuori con i furgoni; sofà, sedie e chincaglieria erano in moto perenne nei paraggi del palcoscenico centrale, dove dominavano i banditori. Uno spettacolo di movimento e provvisorietà.

Avevo bisogno di arredare il mio cottage. Il necessario c’era già, ma il salotto era un po’ spoglio. Sapevo esattamente cosa volevo, avevo individuato il mio obiettivo fin dall’inizio della giornata: un divano e una poltrona. Sarebbero stati venduti molto più tardi rispetto ai mobili migliori, ma io sapevo che meno tempo restava e più possibilità c’erano di fare un affare. La folla si diradava per noia o rimaneva troppo a lungo in albergo e la convivialità aveva la meglio sulla caccia all’occasione. A fine giornata, potevano essere le otto o le nove, quando le luci erano accese e la voce dei battitori si affievoliva, si potevano fare acquisti incredibili per pochi scellini – frigoriferi, fornelli e vasche da bagno in perfette condizioni, eliminati solo perché i proprietari volevano modelli più recenti. Una mia amica aveva arredato la cucina e il bagno del suo cottage con la metà di quello che avrebbe speso per un solo pezzo nuovo.

Mancava ancora tempo per il lotto che interessava a me, il cui numero era nella fascia delle centinaia – seicento e qualcosa, se ben ricordo. Andai a pranzo in hotel con alcuni amici e al ritorno dovetti aspettare ancora un paio d’ore prima che l’asta arrivasse al mio divano e alla mia poltrona. Proprio su quel vecchio divano di cretonne era seduta una donna di mezza età. Le dissi che stavo per fare un’offerta, sperando che non avesse la medesima intenzione. No, no: lei lo stava vendendo, e iniziò placidamente a raccontarmi la storia del divano. Dall’accento doveva essere purosangue del Devon. Era quel tipo di donna grassottella, dalla carnagione chiara e dalle guance rosse, che ti fa pensare a una probabile ascendenza sassone. «Mi spiace doverlo vendere, ma mi sto trasferendo in una casa più piccola, sa… adesso i ragazzi sono cresciuti e se ne sono andati. Ce l’ho da quando mi sono sposata. Quarant’anni. Era in cretonne con un motivo a rose, ma dopo ha avuto le sue brave ricoperture. È solido come una roccia. Mio marito ci ha fatto il riposino tutti i pomeriggi della sua vita e anch’io mi ci sono stesa tutte le volte ch’ero così stanca da non riuscire a fare le scale per andare a letto.»

E così continuò a parlare del divano, e anche della poltrona che aveva comprato insieme al divano. Sulla poltrona adesso stava sonnecchiando un vecchio operaio, che però con la vendita non c’entrava nulla: quando il banditore raggiunse un lotto vicino, un ragazzo, forse suo nipote, si premurò di svegliarlo. La donna con cui stavo chiacchierando, che a questo punto sembrava una vecchia amica della cui vita alla fattoria ero ormai un’esperta, si alzò, sospirò, accarezzò il divano e disse: «Ma è inutile restare legati alle cose, quando viene l’ora di vederle andare via». E rimase in piedi nelle vicinanze per capire come andava a finire.

La folla che accompagnava il banditore non era elegante come quella di inizio giornata, che aveva battagliato per aggiudicarsi la merce migliore. Erano per lo più contadini e, a occhio, nemmeno di quelli ricchi. Iniziò l’asta per il divano e l’uomo che rilanciava contro di me si arrese quando arrivammo a tre sterline. Quanti soldi sarebbero oggi? Ai tempi il salario medio settimanale era ancora al di sotto delle venti sterline. La poltrona nessuno la voleva. Era molto grande e pesante e non era facile spostarla su quel pavimento di cemento. E la fodera di sbiadito velluto a coste marrone era stata strappata e sfilacciata dalle unghie di parecchi gatti.

Il banditore fece partire le offerte da dieci scellini, e fu il prezzo a cui me l’aggiudicai. Mezza sterlina. Il costo di un pranzo al pub.

La moglie, o vedova, del contadino diede un ultimo buffetto al divano prima di andarsene; ma non salutò la poltrona che, mi aveva spiegato, languiva da anni in una stanza sul retro a disposizione dei cani e dei gatti della fattoria. «E una volta ci ho messo anche un agnellino che si era ammalato. Avevo fatto una sponda con il parafuoco e lui è rimasto lì, su dei sacchi di tela, finché non ha deciso di vivere e l’ho riportato alla madre. Che lo ha accettato, cosa che non sempre succede.»

Quella sera il vecchio divano e la vecchia poltrona arrivarono al mio cottage. Il trasportatore e il suo aiutante trascinarono dentro la poltrona lamentandosi e mugugnando teatralmente – come non avevano fatto per il più maneggevole divano.

Ed ecco alla fine il mio salotto, pronto all’uso. Il divano ricevette un rivestimento blu scuro mentre la poltrona fu foderata in lino marrone scuro e i gatti se ne appropriarono subito. Non senza le rimostranze degli umani. Era una poltrona comoda.

Poi dovetti vendere il cottage, e il divano e la poltrona vennero su a Londra. La poltrona avrebbe potuto facilmente restarsene nel Devon, dati il peso e l’ingombro, ma tutti protestarono perché era troppo comoda per buttarla, e così andò a fare compagnia al divano nel furgone dei traslochi. Sul divano non ci furono discussioni: era morbido, confortevole e abbastanza grande per dormirci sopra. L’avevano fatto in molti.

Mi stavo trasferendo in un appartamento piccolo e dovetti segare le gambe del divano per farcelo stare. La poltrona si guadagnò le maledizioni degli uomini che la portarono di sopra: non erano molte scale, ma dissero comunque che avrei fatto meglio a disfarmene. Dieci anni dopo traslocai di nuovo, e questa volta ci mancò un pelo che la poltrona restasse lì: gli uomini del trasloco la odiarono cordialmente. Nella nuova casa dovette essere issata su per molte rampe di scale e poi per una rampa stretta con angolo a gomito, e dovetti pagare loro un extra. Mi consigliarono di bruciarla: che se ne fa di un vecchio catafalco come questo, quando può comperarsene una bella e nuova?

L’imponente poltrona prese posto nell’angolo della camera da letto, e i vari gatti si fecero le unghie su di lei. Attraverso gli strappi vidi i segni dei successivi rivestimenti, e molti colori diversi. Be’, l’avevo comprata a metà degli anni Sessanta, dopo che la signora della fattoria l’aveva tenuta per quarant’anni. Non era neanche nuova, aveva detto. Lei si era sposata a metà degli anni Venti. Volendo, si sarebbe potuto nobilitare la poltrona definendola antica, che suona meglio di molto vecchia. Certo, allora la gente aveva più spazio. Ma quell’arnese era gigantesco. E io stavo proprio all’ultimo piano, in una stanza con il letto per il lungo contro la portafinestra. La poltrona era ai piedi del letto. Per raggiungere la finestra bisognava farsi largo a spintoni, o scavalcarla. E arrivò il momento in cui decisi che dovevo liberarmene. Ma nessuno l’avrebbe comperata, potevo starne certa. E dove lo trovavo qualcuno che la portasse fino ai bidoni della spazzatura? Sarebbe costato caro trasferirla da basso, molto più di quanto valeva.

Peraltro, se la poltrona era un problema, il divano andava benone. Tutti quelli che vennero a rifoderarlo o a spostarlo dissero ad alta voce che ormai nessuno li costruiva più, mobili come quello: così solido, così forte, così perfettamente molleggiato. Quando feci risistemare le molle il tappezziere mi raccomandò di telefonargli assolutamente se mai avessi deciso di venderlo: ma sarei stata matta, quello era un pezzo di valore.

E adesso, la poltrona. Sarebbe stato forse possibile legarla con delle funi e spingerla sul balcone passando per la portafinestra? E da lì poi calarla lungo il tetto? Sì, però il tetto era in tegole di ardesia, e quel peso mostruoso avrebbe spostato le tegole o addirittura sfondato tutto. Rimandavo, tergiversavo, continuavo a scavalcare e circumnavigare il problema finché non trovai la soluzione. L’avrei segata. L’avrei smembrata, così poi avrei potuto ficcare i pezzi nei sacchi della spazzatura e trasportarli comodamente fino ai bidoni. Per sferrare l’attacco alla poltrona mi attrezzai di sega, forbici affilate e martello da falegname. Incominciai strappando il rivestimento marrone che avevo messo io: fu facile. Avevo usato bullette e colla, dando qualche punto alla bell’e meglio sullo schienale, dove nessuno lo avrebbe visto. Sotto c’era il rivestimento sempre marrone di velluto a coste di quando la poltrona abitava nel Devon e fungeva da ricovero dei cani e gatti della fattoria. Per non parlare dell’agnello.

 

Sotto il velluto a coste c’era un altro rivestimento: blu a fiori, perfettamente aderente, non un lavoro da dilettanti come i due strati superiori. Lo strato blu aveva avuto una lunga vita. Era liso e sbiadito. In che anno eravamo? Quarant’anni, aveva detto la signora. Non c’era modo di saperlo con certezza, ma avevo degli indizi. Sotto il blu compariva una fodera arancione a motivi jazz, come chiamavano quel tipo di fantasia negli anni Trenta. Ricordo le réclame di tende e cuscini jazz, un nome che voleva dire moda: «Ravviva i tuoi mobili con i nostri nuovissimi motivi jazz. Disponibili in arancio, giallo e verde, i colori che fanno furore». Questo tessuto era lino a ringrosso – cioè a trama leggermente ritorta. La fodera era chiaramente opera di un professionista, come anche quella sottostante, un rasatello grigio con cordoncino e plissettatura, a fiorellini. Il tessuto era pesante e liscio, non era stato molto consumato. Cosa avrei trovato ancor più sotto? Era difficile da tagliare, tanto aderiva all’imbottitura. Non riuscivo ancora a sentire il legno del telaio. Decisi di cominciare a segare dalla parte dello schienale. Mi misi dietro il mobile e iniziai. Che stupida, a pensare che avrei finito tutto in un’ora… Attraverso la spessa imbottitura la sega non scorreva. Riprovai con le forbici, spostando blocchi di imbottitura finché trovai il legno, vari centimetri sotto. Il legno era liscio – era stato levigato e cartavetrato – e le dita scivolavano facilmente, ma non riuscii a spingerle troppo a fondo perché l’imbottitura era fissata con chiodini sottili come chiodi di garofano.

 

Non me la stavo cavando in modo brillante con la vecchia poltrona ostinata. Di certo ai suoi tempi si fabbricavano cose solide – un bel daffare per una poltrona che avrebbe trascorso parte della sua vita come cuccia per animali domestici. Finalmente riuscii a far scorrere la sega attraverso gli spessi strati dell’imbottitura e a raggiungere il legno, e continuai finché non vidi che avevo trapassato la parte alta dello schienale. Adesso mi pentivo di essermi messa all’opera pur non capendo ancora cosa ci fosse esattamente sotto le mie mani. Decisi di cominciare a segare un bracciolo, pensando che almeno quello sarebbe venuto via con facilità. Il difficile era tutta l’imbottitura. Ne levai un po’, ma lo strato inferiore era sotto una fodera di calicò sottile che non veniva via. Il martello era troppo voluminoso e scomodo per essermi utile.

Tornai sul centro dello schienale, che era ancora ben saldo benché vi avessi fatto passare la lama. Cominciai a tagliare via falde dei vari strati finché raggiunsi il rasatello grigio, e lì vidi… no, non era il calicò dell’ultimo strato di imbottitura: era qualcosa di tenue e brillante, ma non chiassoso come la fodera di rasatello. Questo strato – quello della poltrona da nuova – era di seta rosa chiarissimo. E cominciai a sospettare la verità. Seta rosa! Che cos’era stata questa poltrona nei giorni della sua giovinezza, prima di venire coperta e ricoperta con stoffe grossolane e ineleganti, estranee alla sua vera natura?

Sforbiciai senza pietà, e presto apparve il delicato rosa dello schienale. La poltrona era lì, sotto il mio tetto all’ultimo piano, quasi completamente ricoperta di pezzi di stoffa e viluppi di fili, esito dei molti strati tagliati e lacerati, ma ora vedevo solo l’aspetto che doveva avere avuto un tempo, o il suo pallido barbaglio – e chissà in che luogo era sistemata…

Misi la roba che ero riuscita a togliere in un fagotto, portai il tutto ai bidoni e tornai a contemplare la mia splendida poltrona, quella poltrona un tempo splendida e ora ferita in due punti. Come aveva iniziato la sua vita? Quando si usava tenere in salotto poltrone di seta rosa pallido? O forse era una poltrona da camera da letto, oppure soggiornava vicino a un caminetto in una stanza piena di quel genere di mobili per i quali oggi non abbiamo spazio ed era stata testimone di quel tipo di vita che oggi leggiamo nei libri o vediamo, ad esempio, in una pièce di Oscar Wilde. Si posava su folte moquette con tappeti sparsi qua e là, e… se fosse stata una poltrona da allattamento?

Non era troppo tardi, ero ancora in tempo per chiamare un antiquario. Ma il telaio era stato brutalmente colpito, in due punti, e la seta era stracciata e sfilacciata. Se il telaio era facile da riparare, niente poteva salvare la seta, e tutta l’originalità della poltrona risiedeva nel suo raffinato splendore. No, ormai era tardi. Se solo avessi tolto le fodere prima di cominciare a tagliarla… Non mi restava che proseguire nel mio atto vandalico e distruggere quella meravigliosa poltrona.

Lo schienale, anzitutto… e subito mi si affacciò alla mente una domanda: come mai quella seta era perfetta, quasi fosse appena uscita dal negozio? La seta si sciupa rapidamente, perde lucentezza, e invece lì non c’era il minimo segno.

Sotto la seta rosa c’era uno strato di rivestimento pregiato, color crema, che mi ricordava il lino leggerissimo degli antichi Egizi. Era teso e non cedeva, neanche di sbieco. Sotto c’era un sottile calicò, e ancora sotto un’imbottitura costituita da tre strati: quello superiore sottile come in basso, subito sotto uno più grossolano, e infine uno di ovatta. Tolsi tutto dallo schienale e rivelai un legno color tè leggero. Le larghe fasce che tenevano ferma l’imbottitura erano di un nastro bianco e robusto, formavano un intreccio e le loro estremità erano fissate al legno mediante chiodini, file di chiodini che disegnavano il contorno dello schienale. Il mio martello da falegname non riusciva neanche ad avvicinarli. Ogni strato di imbottitura era stato fissato al tessuto con grandi punti sparati che contemporaneamente formavano un motivo a V. Immaginai l’artigiano che aveva fabbricato la poltrona in ginocchio su uno sgabello, intento a tracciare con un lucente ago curvo d’acciaio quel motivo che mai nessuno avrebbe visto, lo immaginai mentre piantava i chiodini… ma non stavo forse vedendolo io stessa, non stavo forse pensando a lui? Era morto da tempo ma i motivi che aveva creato con i chiodi erano ancora lì, scintillanti come argento, e i fili dei punti brillavano alla luce che entrava dalle mie grandi finestre.

E ora i braccioli. Per prima cosa smontai quello che avevo già tagliato, un bracciolo massiccio e piatto della larghezza di una trentina di centimetri. L’imbottitura era spessa e compatta. Anche i braccioli, come lo schienale, avevano la stessa fodera in simil-lino, contenente il calicò per tenere ferma l’imbottitura. La seta rosa che foderava i braccioli era stata tagliata su misura, e fissata con punti così piccoli che li vedevo a malapena. L’artigiano che era stato autore di quegli ingegnosi, ampi punti sparati era lo stesso di questi, quasi invisibili? Il filo che usò doveva essere sottile come un capello e quello di seta ancora più sottile. Ma ora basta: via la fodera di seta e l’imbottitura e i pezzi degli strati delle sue varie incarnazioni. Ecco qui il telaio e il suo schienale di nastri da tappezzeria, con però un taglio di traverso e i braccioli nudi. C’era un mare di spazzatura da ficcare nei sacchi, e spiaceva vedere i ritagli di quella bellissima seta rosa. Tuttavia, ricordai la moglie del contadino che diceva: «È inutile restare legati alle cose, quando viene l’ora di vederle andare via».

Toccò poi alla seduta. Appena alzai il cuscino di seta notai che una volta era stato girato: il lato inferiore era macchiato di nero – una grossa macchia che occupava quasi tutta la superficie. Immaginai di poter ancora sentire l’odore di una sostanza acre e corrosiva, abbastanza forte da bruciare la seta, che nell’area della macchia era squamata e sbriciolata come carta arsa e consumata ai bordi. Un medicinale? Olio per lampade?

Dunque questa magnifica poltrona nella prima parte della sua esistenza aveva avuto un incidente, e per questo la seta non si era sciupata né sbiadita. I proprietari avevano voltato il cuscino a causa della macchia, e poi avevano deciso… Ma perché? I cuscini si possono rivestire. Come mai non avevano chiamato un artigiano? Sciolsi le briglie alla mia fantasia. Era successo qualche fatto spiacevole? Un divorzio? Improbabile all’epoca. Un lutto? La famiglia si era dispersa? Erano stati colpiti da qualche terribile malattia? Qualcuno, avvolto nelle coperte, si era seduto lì per morire? Ed essendo associata a qualche calamità, la poltrona aveva dovuto sparire? E quante tappe aveva fatto in questa o quella casa prima di diventare poltrona colonica nel Devon, nonché giaciglio per cani, gatti e agnello?

Quella poltrona aveva visto la Prima guerra mondiale, forse a Londra, ma durante la Seconda era nel Devon, ben lontana dai bombardamenti. Per qualche ragione la macchia l’aveva fatta cadere in disgrazia e si era ritrovata reietta… forse finendo addirittura da un rigattiere, dove qualcuno era stato attratto dal balenio della seta rosa e l’aveva comprata, per poi decidere che però la seta rosa era troppo elegante, e che era meglio farla rivestire di un rasatello grigio brillante con motivo a fiorellini.

Mi sarebbe piaciuto avere l’indirizzo della signora della fattoria nel Devon per poterle scrivere e raccontare le mie scoperte, ma dall’asta di Okehampton erano passati quasi quarant’anni, e lei aveva posseduto la poltrona per i quarant’anni precedenti.

Infilai quel cuscino della vergogna in un sacchetto della spazzatura e continuai la mia opera di demolizione. Il cuscino non poggiava su assicelle di legno né su una base normale. C’era invece uno strato un po’ afflosciato di fodera bianca e, sotto, una rete di maglie su cui erano assicurate nove grandi molle, tutte cucite con filo robusto e alloggiate tra ciuffi di lana di pecora affinché non sfregassero l’una contro l’altra. Ci si poteva sedere con tutta la violenza del mondo, quelle molle non stridevano né cigolavano mai.

Quanto tempo ci era voluto per fabbricare quella poltrona? Immaginai un vecchio artigiano e il suo apprendista inginocchiati insieme accanto al telaio. Avevano levigato e cartavetrato il legno e lì vicino, per terra, su fogli di giornale, ecco i pezzi di seta rosa già tagliati. Una scatola conteneva i martelli, le pinze, le forbici e le molle. Scatole più piccole contenevano i chiodini argentati, simili a chiodi di garofano, i rocchetti dei fili di seta rosa, di cotone rosa e bianco di diversi spessori. Il giovane guardava i minuscoli chiodi, gli aghi ricurvi e quelli diritti, e poi le grandi mani del maestro che si destreggiavano sicure con gli strumenti, l’imbottitura, la fodera; e si chiedeva: «Ce la faranno mai anche le mie mani goffe…?». Questa scena, in un’epoca di artigiani e apprendisti, deve essersi ripetuta ogni giorno, in decine di luoghi. E l’anziano diceva: «Basta che guardi e vedrai che capisci come si fa».

La scena si era svolta accanto alla poltrona molti anni prima, almeno un secolo. La poltrona aveva un’aria solenne, tranquilla, rassicurante – ma non autoritaria, no. Era capiente. Era stata concepita per grandi gonne e corpi abbondanti.

Un altro sacco della spazzatura finì nel bidone.

Quindi presi la sega e mi misi al lavoro.

 

Death of a Chair © Doris Lessing 2005

 

Traduzione a cura del Laboratorio di Traduzione Specialistica della IULM

  1. bella bad girl cartman de large cobain

    FUCKING AWESOME!!!!!!!!!!!!!!!! doris fucking lessing and those who fucking translated this fucking tale

  2. Miriam

    Per non parlare dell’agnello, dettaglio sublime!

  3. mamo77

    Come un oggetto comune e banale può diventare il personaggio principale di un racconto emozionante. La classe non è acqua.

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