Paolo Colagrande, L’archetto suona la cetra
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La biolca – spiego a Pinazzoli mentre facciam girare all’unisono i cucchiaini nelle tazze – è un’unità di superficie utilizzata in una certa zona agricola della pianura padana centrorientale. Corrisponde a diecimila braccia quadre, trecento pertiche e zero virgola trentatre ettari, nel senso che in un ettaro ci sono tre virgola tre biolche, con qualche variazione a seconda dell’area parcellare.

© Allegra Martin - www.allegramartin.it

Si chiama così, biolca, ad indicare il lavoro giornaliero di un biolco, cioè di un contadino, che guida un aratro trainato da una coppia di buoi. Naturalmente la velocità dell’aratro dipende, oltre che dalla contingente vitalità del bue (ma è una variabile accidentale quindi avulsa dalla nostra indagine), dalla durezza del terreno, il che spiega le oscillazioni quantitative della biolca nelle microaree geografiche: la biolca di San Girolamo, per esempio, è un po’ più piccola della biolca poniamo di Banzuolo, perchè la terra di San Girolamo a differenza di quella di Banzuolo è di bonifica, quindi argillosa e compatta. Perchè la biolca non si basa su matematiche astratte, ma su un dato arbitrario sperimentale: la cosiddetta energia umana.

Ora però tieni presente – spiego a Pinazzoli mentre facciam girare all’unisono i cucchiaini nelle tazze – che nel giro di un amen, grazie a una rapida e sofisticata evoluzione tecnologica, il rendimento giornaliero di un contadino si è centuplicato, anzi di più, centoventuplicato, nel senso che la superficie di terra che un motoaratore riesce ad arare in un giorno è all’incirca di centoventi biolche, cosicchè in un giorno un singolo uomo riesce a fare quello che nello stesso giorno avrebbero fatto centoventi uomini; oppure, girando il discorso, quello che avrebbe fatto un singolo biolco in centoventi giorni consecutivi, festivi compresi. Considerato poi che l’unità di energia necessaria a guidare una coppia di buoi è almeno tripla di quella erogata dal motoaratore moderno seduto comodo e climatizzato dentro una macchina, si può concludere che per ottenere la resa di un odierno motoaratore umano occorrono quasi quattrocento contadini arcaici, contadino più contadino meno.

Parliamo di biolche perchè vien fluido il discorso, ma possiamo cambiare contesto. Ho visto una macchina che taglia cuce e confeziona trentasei paia di pantaloni in sei minuti, uno ogni dieci secondi, facendo in mezz’ora un lavoro che trenta lavoratrici facevano in una giornata intera e sviluppando così un’energia pari a quattrocentottanta operaie tessili, anzi di più perchè, a livello di fatica, l’energia spesa da un’operaia tessile tradizionale che taglia, cuce e confeziona è circa il triplo di quella dell’unico operatore della macchina. In sintesi, per fare il lavoro dell’operatore seduto comodo ergonomico sul suo sgabello davanti al computer ci vorrebbero circa millecinquecento operaie; oppure, girando ancora il discorso, per fare il lavoro per cui l’operatore moderno impiega un giorno, un’operaia arcaica ne impiegherebbe millecinquecento, cioè quasi cinque anni.

Si può ancora cambiar panorama: c’è una macchina che scava le fondamenta, comandata da un elaboratore che simultaneamente fa la stima delle quote, l’analisi del terreno, il calcolo della bonifica: per una buca grande come una biolca di Banzuolo questa macchina lavora come duecento operai, sei geometri, due geologi e un ingegnere. E c’è una macchina che fabbrica operatori elettronici che a loro volta governano le motoaratrici, le escavatrici, le confezionatrici. Eccetera eccetera.

Questo per dire – spiego a Pinazzoli mentre facciam girare all’unisono i cucchiaini nelle tazze – che abbiamo realizzato il sogno di Aristotele, filosofo greco, un sogno fatto duemilaetrecento anni fa: gli strumenti lavorano da soli, le spolette tessono, l’archetto suona sulla cetra. Con un benessere diffuso totale e semovente. La società non ha classi, ordini o condizioni, i governi hanno estinto i debiti, perfino dismesso i ministeri, gli eserciti, gli stati generali, hanno sparso in ogni angolo del pianeta le ricchezze spontanee autoprodotte; e ora siamo tutti quanti pura essenza estetica intellettuale, a riposarci e a esercitare il gusto. Come siam qui io e te, adesso  –  dico a Pinazzoli  –  a esercitare il gusto, all’ombra di un platano.

 

Poi è partita la sirena, abbiam guardato meccanicamente l’orologio che sporge dalle maniche delle nostre tute, e niente, ci siamo alzati un po’ in premura, tutti in fila a timbrare: io, Pinazzoli e le altre quattrocento persone chiuse dentro questo recinto più piccolo di una biolca di San Girolamo. Non siamo neanche riusciti a finire il caffè.

  1. Vincenzo

    Questa chiusa è pazzesca! Inquietantissima! Avevo letto Fideg, ora cerco l’ultimo romanzo. Complimenti Paolo!

  2. Filippo

    Affilato e angusto, come quasi sempre è il lavoro.

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