Attilio Bolzoni, Parole d’onore
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Dall’omonimo libro di Attilio Bolzoni (BUR 2008) è stato tratto
Parole d’Onore.
Le voci della Mafia

adattamento drammaturgico di Marco Gambino, Attilio Bolzoni, Manuela Ruggiero

con Marco Gambino
Patrizia Bollini

regia di  Manuela Ruggiero

http://www.paroledonore.com

 

Lavoro d’onore

un racconto inedito di Attilio Bolzoni


Lo zio Vincenzo glielo diceva sempre: «Tanino, non te lo scordare mai: noialtri stiamo con la gente e non contro la gente». Lo zio Vincenzo non era proprio suo zio. Il padre di Tanino non aveva fratelli e la madre aveva solo due sorelle – Filippa e Giuseppa – che neanche erano riuscite a trovare marito. Ma lo zio Vincenzo, lo chiamavano tutti così nella borgata Malaspina, per Tanino era molto di più che un parente. Era quello che gli aveva insegnato a vivere e a sopravvivere. Era quello che l’aveva scelto fra mille picciottelli senza cervello che si davano arie da padreterno, che s’annacavano fra i cortili di via Colonna Rotta e i bastioni di via degli Emiri. Era quello che un giorno l’aveva guardato negli occhi e poi, poi si era avvicinato lentamente a lui per baciarlo sulle labbra «ma senza lingua». Il giorno più importante della vita di Gaetano Bellolampo, Tanino quello dei Danisinni, un figlio di nessuno che era diventato qualcuno. Uno dei cinquemila uomini d’onore di Palermo. Un mafioso. Tanino aveva vent’anni.

Lo zio Vincenzo non aveva avuto bisogno di spiegargli come si faceva la messa a posto. Gli aveva solo detto – una volta sola – dove avrebbe dovuto farla: «Tu cominci da Villa Bonanno e ti fermi a piazza Ingastone: via Vulpi è tua, via Tancredi è tua, via Pitré è tua. Tutto il resto non appartiene a noi ma appartiene a un’altra famiglia».

Tanino aveva cominciato con il fuoco. Una bottiglia piena di benzina. C’era lui e c’era Rosario, un altro dei prescelti di zio Vincenzo. Era più grande Rosario, e anche molto scaltro. Quella notte, insieme erano andati in una strada dove un commerciante di scarpe – lo chiamavano «il pacchione» perché aveva una panza tanta – si era messo in testa di non versare la «mesata» allo zio Vincenzo vantando amicizie importanti in questo e in quell’altro quartiere della città. Il «pacchione» aveva parlato e straparlato anche davanti a estranei, avventori del suo negozio. E aveva sussurrato pure qualche nome. Proprio non voleva capire. Rosario prese fra le mani la bottiglia e bisbigliò a Tanino: «Con un litro di benzina, boom…puoi accendere il mondo». La mattina dopo il commerciante non aveva più commercio. Il suo negozio era cenere. Non aveva voluto pagare e adesso piangeva come un bambino.

Ma il fuoco non piaceva a Tanino. Come non piaceva al vecchio zio Vincenzo e forse nemmeno a Rosario. Si accendeva proprio quando non se ne poteva fare a meno. Quando s’incontravano uomini «storti» come quel bottegaio. E poi il fuoco non serviva a Palermo. A Palermo non erano tutti come «il pacchione»: a Palermo, come diceva sempre lo zio Vincenzo, «erano tutti molto educati a pagare». Tanino se ne accorse nei suoi primi giri fra via Tancredi e via Pitrè, quando si presentava davanti al bancone di una carnezzeria o nella cantina di un ristorante. I proprietari lo aspettavano sempre con un sorriso grande, gli incartavano una coscia di capretto o gli infilavano una bottiglia di vino buono sotto il braccio, poi andavano alla cassa e contavano le banconote. Qualcuno sembrava pure contento. E diceva: «Questi sono per gli sventuratteddi dell’Ucciardone…questi sono per la festa del patrono del Borgo Vecchio…questi sono per quelle povere madri che piangono i  figli che non ci sono più…». Pagavano sempre. Precisi e puntuali. E ogni volta si sentivano meglio di quella prima. Più sollevati e confortati. Lo sapevano che si assicuravano la vita per la vita.

Tanino intascava e portava tutto allo zio Vincenzo. Così faceva anche Rosario. E Paolino. E Calò. E Totuccio. Lo zio Vincenzo a fine mese li chiamava uno per uno e poi gli dava la paga. A Tanino toccavano mille euro, né uno in più e né uno in meno. Però lo zio Vincenzo, dopo un anno che Tanino aveva dato prova delle sue «qualità morali» (parole dello zio Vincenzo), gli aveva concesso l’autorizzazione di fare qualche lavoretto per sé. E così aveva la possibilità di spacciare un po’ di coca mentre faceva il suo giro della messa a posto per le vie di Palermo.

Ogni giorno era uguale a quello prima. Le solite strade, le solite facce, i soliti saluti. Con alcuni di quei commercianti ai quali spremeva soldi, Tanino era diventato pure amico. Si preoccupava della salute dei loro familiari, faceva gli auguri e pure qualche regalino per un battesimo o una prima comunione, a volte era perfino andato a qualche funerale. In quel caso, non se la sentiva mai di chiedere la mesata a chi portava il lutto. Lo consolava, lo rassicurava: «Pagherai dopo, questo mese sei esentato». Gli era anche capitato un giorno di trovarsi davanti un pescivendolo disperato, uno che non aveva mai saltato un pagamento ma che ora era in difficoltà. Aveva avuto una buona parola anche per lui: «Non ti preoccupare, dilazioniamo tutto, pagherai piano piano: a rate».

Tanino era un riferimento per il quartiere, una sicurezza. Tutti potevano contare su di lui e lui poteva contare su tutti gli altri. Quelle parole dello zio Vincenzo gli tornavano sempre in testa: «Tanino, non te lo scordare mai: noialtri stiamo con la gente e non contro la gente».

Negli ultimi tempi Tanino aveva notato qualcosa di strano, lì al Malaspina. Quando un nuovo negozio stava per aprire lui non aveva il tempo di prendere informazioni sul proprietario e sul suo conto in banca che quello, all’improvviso, si presentava spontaneamente davanti a casa sua per chiedere «come doveva mettersi a posto». Miracoli siciliani, lacrime di Santa Rosalia. Negli ultimi tempi però c’era qualcosa d’altro di strano, a Palermo. Per esempio in via D’Ossuna, un ragazzo che aveva in gestione un bar si era fatto coprire la vetrina di manifesti azzurri con su scritto: «Pizzo free». Un pazzo. «No, non è un pazzo», ripeteva Tanino a Rosario e agli altri compari che avevano raccontato la faccenda allo zio Vincenzo. «Non c’è più mondo», commentò preoccupato il vecchio. Ma non ordinò a Tanino di accendere un fuoco. Non disse nulla. Parlò Rosario per tutti: «Se uno su cento non paga rientra nel nostro rischio di impresa, se facciamo rumore è peggio, lasciamolo nel suo brodo quel cornuto. Cornuto lui e chi non glielo dice pure». Gli altri, risposero all’appello: «Cornuto!».

Tanino saltò ogni mese quel bar dal suo giro. Continuò dritto per via D’Ossuna ritirando soldi in sette panifici, quattro rosticcerie, cinque tabacchi, tre negozi di bianchiera, due carrozzieri e cinque meccanici. Passò anche da Lory, l’anziana puttana che da almeno vent’anni versava anche lei l’obolo allo zio Vincenzo. Viveva in un catoio a ridosso di una chiesa sconsacrata, muri fradici, l’odore della povertà. Tanino si accorse che, davanti alla sua porta, la donna aveva alcune cassette stracolme di pomodori e di pesche. Il vecchio mestiere non rendeva più come una volta e lei arrotondava vendendo frutta e verdura. Alle spalle di Lory c’era anche una ragazza bellissima di razza normanna, pelle scura e capelli biondissimi. Era la nuova sostituta di Lory. Tanino chiese da quanti giorni fosse lì ma non la degnò di uno sguardo. Era in giro per la messa a posto. Stava lavorando. E non aveva né tempo né voglia di dare confidenza a quella. Non era serio per chi aveva avuto, come lui, la fiducia dello zio Vincenzo. Gaetano Bellolampo era fatto così. Era un uomo d’onore.

  1. Antonia

    Sempre emozionante leggere Attilio Bolzoni. Complimenti.

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