Michele D'Ignazio, Scioperare al rovescio
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Ad esempio a me piace:

a)    bere un bicchiere di vino la sera

b)   camminare per i vicoli dei centri storici, specie se sono stretti, con tanti scalini dove potersi sedere e fare quattro chiacchiere

c)    le piccole piazze che profumano dei fiori calati dai balconi

d)   la musica e i concerti acustici

e)    l’arte intesa come sperimentazione e libertà

f)     le persone quando sono felici e si sentono a loro agio

© Luigi Napolitano

Mettendo tutto insieme riesco quasi a trovare quella leggerezza che ti fa sussurrare: ah! mi sento proprio bene!

Avviene tutto per scherzo: tornato da un anno memorabile di studio a Santiago de Compostela, decido di aprire una vineria nel centro storico di Lancastre, un piccolo borgo nel sud d’Italia.

Con l’aiuto fondamentale di mia madre, compro a un prezzo stracciato un magazzino fatto di pietre e legno e lo ristrutturo.

Prima di poter aprire, però, devo ottenere tutte le licenze: imbocco la strada, senza paura.

A ottenere la licenza sanitaria ci metto un mese. Mi sembra già tanto, ma in realtà è una passeggiata.

Devo ottenere la licenza per somministrare cibi e bevande. È come prendere la patente: ci si iscrive a un corso a pagamento, organizzato dall’associazione delle piccole e medie imprese (pmi, come le chiamano loro) e si frequentano una trentina di lezioni. Il corso disponibile è uno solo, in tutta la provincia di Lancastre.

Mi iscrivo. Il primo giorno, perdo più di mezz’ora a trovare il posto. Perché mai mi sarei immaginato che si trattasse di un garage dove tutto sa di chiuso. I responsabili del corso ci dicono che l’inizio è rimandato. Usciamo e tirano giù la saracinesca. Quel rumore mi fa venire i brividi.

Passano 4 mesi.

Ma perché? Non si sa.

È colpa della provincia, dicono i responsabili dell’associazione.

È colpa dell’associazione, controbatte la provincia.

E di fatto arriva la notizia, apparsa sui quotidiani locali, che c’è un processo in corso per la gestione del “business” delle licenze. Pare ci siano illeciti per mantenerlo “controllato”, evitando una liberalizzazione.

Passano 8 mesi.

Nel frattempo, continuo gli studi e via dicendo. Insomma, non è che sto lì ad aspettare di fronte a una saracinesca abbassata.

Dopo un anno e mezzo (un anno e mezzo!) il corso parte. Un paio di mesi e arriva l’esame: una pura formalità. Non vi sto a dire che l’ho passato (lo passano tutti), ma vi racconto le due immagini che più mi sono rimaste impresse di quella, assurda, giornata.

La prima. L’esame è fissato per le tre, sono le quattro e il commissario della provincia non si vede. Provano a chiamarlo, ma non risponde. Inizia a circolare la voce che l’esame possa essere rimandato.

Mi impongo! Vado dalla responsabile e dico:

- No! Io non esco da qui fino a quando non avrò quella licenza.

Per giustificarsi, la signorina mi fa vedere una cartella da dove sfila una quarantina di licenze già firmate e pronte per essere consegnate.

- Manca solo l’ufficializzazione del commissario – mi dice – dobbiamo attenerci, altrimenti andiamo incontro a problemi, sa…

- Dove sta l’ufficio di questo commissario? – le chiedo.

- Sta proprio qua vicino…

- Qua vicino? E perché non andare a cercarlo?

- Ma…

Parto spedito, sentendomi (lo ammetto) un eroe della patria. Neanche cinque minuti ed eccoli lì gli uffici della provincia.

Entro, chiedo dove posso trovare il commissario. Al terzo piano. Bene. Quando si apre la porta dell’ascensore, chiedo alla prima persona che incontro. Un uomo mi dice:

- Sta lì.

Beccato! Si stava prendendo un caffè alla macchinetta.

Ci potete credere o no, ma dopo avergli esposto la situazione il commissario si infila la giacca e mi segue fino alla sede dell’esame, giustificandosi con un’unica, semplice frase:

- Me n’ero totalmente dimenticato.

Arrivato nel garage, parte un applauso degli altri candidati alla licenza.

Ma quale applauso? Dovreste prenderlo a schiaffi!

Arriva il mio turno all’orale. E questa è la seconda immagine che mai dimenticherò. Quando mi chiedono il titolo di studio, rispondo:

- Laureato (e sì, nel frattempo mi ero laureato)

Sgranano gli occhi, come se avessero visto un alieno che gli sgretola tutte le certezze che si sono costruiti sul mondo. Perché gli altri candidati, si e no, hanno la terza media. E così mi rendo conto che da queste parti il commercio è considerato come un girone infernale popolato da quelli che hanno la licenza media: a loro, e solo a loro, spetta quella tortura.

Dopo aver detto che ero laureato, rincaro la dose:

- Sì, con 110 e lode. Laurea magistrale. Si intende…

Qualcuno rischia lo svenimento.

- E perché vuole aprire una vineria?

Sono tentato di rispondere: sono un poeta ubriacone che…  no, qui torno me stesso e racconto la mia storia: i vicoli, il magazzino ristrutturato, la passione per la musica… e così vedo i loro visi rilassarsi.

Dio! Quella spiegazione mette tutto al suo posto, adesso non faccio più paura, tanto che mi sento dire: – Ah! Abbiamo capito! È un artista!

Me ne esco incazzato, ma ho la licenza in mano. Posso aprire. Quasi.

 

- Il posto è bello, ma piccolo – mi dicono.

Sì, è vero, ma dà su una piazza, c’è una scalinata e poi tanti vicoli stretti a spargersi come una fitta ragnatela. Lo apriamo solo d’estate e d’estate le persone vogliono stare fuori. È bello stare per strada, in piazza, dico io.

- Come na vota? – mi dicono.

No, come sempre, dico io, senza arrendermi.

Allora mettiamo delle panchine e ci facciamo fare dal falegname (ma come? Non sei andato da Emmezeta? Avresti risparmiato un sacco di soldi!) sgabelli, tavoli, bancone. Organizzo un bel programma di concerti. Al posto della coca cola vendo cedrata e al posto di tutti i liquori che si trovano nei bar vendo degli introvabili (quasi, perché io li ho trovati) liquori al fungo porcino, alla cannella, al fico d’india, alla rucola ecc ecc.

La prima estate è di riscaldamento, apro solo due settimane.

La seconda estate l’esperienza va bene. Inizio a vedere la piazza piena di persone. Si creano gruppi e il luogo comincia a costruirsi la sua storia.

Contemporaneamente, già dalla prima estate, avevo aperto un nuovo fronte di battaglia. Tocca al comune rilasciarmi l’autorizzazione.

Semplice, devo solo presentare i documenti che già ho e me la rilasciano. E invece no. Perché? Non mi danno risposta, semplicemente mi rimandano di settimana in settimana, di mese in mese.

Perché? Continuano a non darmi spiegazioni. Poi, visto che insisto, mi dicono che nell’autorizzazione sanitaria c’è scritto “negozio di vicinato” (quello che vende e non somministra) e invece io somministro. C’è un difetto di forma (Ah! Quanto godono gli impiegati e gli avvocati quando sentono questa parola!). Bisogna rifare l’autorizzazione. Inizia una vera e propria guerra. Perché sull’autorizzazione c’è sì scritto “negozio di vicinato”, ma anche “somministrazione”.

Insomma, la licenza non me la vogliono proprio dare. Rifletto sui motivi: il comune vuole avere il coltello dalla parte del manico? Senza licenza sono ricattabile. Pura pigrizia impiegatizia? Fraterno consiglio, detto fra le righe, di non insistere, perché dopo la licenza del comune sarebbe arrivata l’iscrizione alla camera di commercio (altri soldi allo stato) e il pagamento dell’Inps (altri soldi allo stato) ecc ecc?

- Nessuno qui ha la licenza – mi dicono.

 

Per i primi 3 anni faccio a meno della licenza. Continuo ad andare in comune a richiederla, ma senza troppa insistenza. Le cose in vineria vanno alla grande, il posto è diventato un luogo di incontro tra generazioni, tra persone che vengono da posti diversi. Tanti complimenti, tanti amici e un lavoro che va bene.

Ma attenzione, qui mi fermo, io proprio non la riesco a usare quella parola, per me è tempo festivo. Sì, guadagno, ma… ma che cos’è il lavoro?

a) un qualcosa che fai per guadagnare

b) una passione che ti fa vivere (perché riempie la pancia e l’anima)

Sono più propenso a rispondere b, ma forse aggiungerei qualcosa. È più di una passione.

In un periodo in cui la mia generazione, mi pare, si allena spesso a fare quell’esercizio di nichilismo che è la lamentazione per la disoccupazione e il precariato, a me vengono in mente le parole di Danilo Dolci, pronunciate circa mezzo secolo fa:

- Guardati intorno, c’è lavoro dappertutto.

Mi viene in mente quando, con i senza lavoro di Partinico, fece lo sciopero al rovescio. E cioè: dato che erano disoccupati e non potevano scioperare, dato che tutti erano d’accordo che serviva una via per raggiungere Trappeto, decisero di costruire una strada, senza essere pagati, ma convinti di fare qualcosa di utile, per ognuno di loro e, quindi, per tutti.

È per questo che, un po’ scherzando, dico:

- No, non è il mio lavoro. È il mio sciopero alla rovescia!

 

Anno dopo anno, la vineria va sempre meglio, ma il fronte burocratico rimane aperto, come se le due anime fossero separate e inconciliabili. A volte, mi sento in battaglia contro un esercito, talmente grande che solo con l’intelligenza si può sconfiggere. Ecco l’ultima battaglia.

Dopo aver ottenuto con estrema, inutile difficoltà l’autorizzazione dal comune, dopo essermi iscritto alla camera di commercio, tocca all’Inps.

- La tua è un’attività stagionale, quindi paghi solo per i mesi in cui lavori – mi rassicura il commercialista.

Dovrei pagare 750 euro a stagione. Mi sembra giusto.

Poco dopo, arriva la notizia. Inps: 3200 euro.

Ma è più di quanto guadagno!

Mi dicono che non c’è più differenza tra attività stagionale e annuale. Chi apre solo tre mesi deve versare tutto l’anno. Capisco. Ma io non posso versare più di quanto guadagno! La capite questa cosa?

- No, l’unico modo è trovarsi un altro lavoro e versare all’Inps per il resto dell’anno.

- Ma io “lavoro” a progetto. Non ho un posto fisso e neanche lo voglio (diamine, mi è scappato…)

- Allora, l’ultima alternativa è dichiarare “apertura e chiusura attività” ogni anno.

Significa richiedere la licenza al comune ogni (benedetto) anno.

Sarà la mia Waterloo?

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