Dora Albanese, Robot
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Mi ero accorto che il tempo passava quando vidi negli occhi di mio figlio la tristezza.
Prima di allora non era mai successo. Massimiliano era stato figlio unico per molti anni, almeno sei, poi sua madre – mia moglie – decise di averne un altro, con un altro uomo e in un’altra casa. Ci eravamo separati dopo sette anni di matrimonio, e la colpa era solo mia. Qui l’amore non c’entrava niente, erano i soldi che non bastavano, e a lei, a Mirella, questa nostra situazione l’aveva fatta ammalare di depressione. Quando la conobbi aveva vent’anni e ne avrebbe avuti sempre troppo pochi per smetterla di rinfacciarmi che le avevo rovinato la vita con la storia del bambino, del parto straziante, del fatto che si era ridotta a fare la casalinga e ad avere le mani sempre tagliate e ammaccate, di essere invecchiata troppo in fretta; una vita che lei non avrebbe mai e poi mai immaginato di fare. Ma chi di noi due si immaginava che sarebbe andata a finire così?

© Michele Coppari

Quando invece decidemmo di mettere su famiglia, io guadagnavo bene, facevo il rappresentante di elettrodomestici. Vendevo il Bimby alle casalinghe pigre e magre, poi una ragazza che ci sapeva fare più di me riuscì a prendere il mio posto, e io fui messo fuori, a spasso. Ero e sono ancora un laureato in lettere e filosofia, ‘nu professor che non è mai riuscito a piazzare il suo onesto culo dietro a una cattedra. Il motivo? Mi ero stancato di cercarlo, tanto ci pensava Mirella al posto mio. “Perché?” mi domandava quando infuriava per casa con il bambino attaccato sul fianco.
“Cazzo ne so Mirella… perché, perché, perché. Solo questo sai dire? A saperlo non mi laureavo proprio.”
“Infatti, chi te lo ha chiesto?” diceva lei, sapendo di ferirmi nell’orgoglio.
“Cazzo serve ‘sta laurea… a tuo figlio ci pensi?”
Annuivo, ammutolito dal senso di colpa. Infatti chi me lo aveva chiesto di prendere una laurea che non mi sarebbe servita a niente? Mia madre, mio padre, chi cazzo me lo aveva chiesto?
“Sai da dove vengono questi vestiti?”
E mentre urlava si tirava con le dita smaltate la maglietta, come per strapparsela di dosso, ancora per umiliarmi; allora il suo corpo iniziava ad agitarsi, e con lui anche Massimiliano, che se la rideva. Io in silenzio, come sempre.
“Dal mercatino dell’usato che sta sotto casa. Ti sembra bello? Io mi vergogno Fausto, io mi vergogno.”
Poi scoppiava a piangere.
Sentivo di doverle fare le mie scuse, e lo facevo, ogni volta. Anche lei capitava che lo facesse, che mi chiedesse scusa per avermi aggredito in quella maniera, ma questo accadeva solo  i primi anni, e dopo le scuse ci abbracciavamo, innamorati. Ma la tregua durava sempre troppo poco, sempre meno.
La notte non riuscivo più a dormire, mi svegliavo con il rumore dei denti che si consumavano in una morsa, e che si allentava solo quando aprivo gli occhi. Stavo male, ero un laureato in lettere e filosofia, un rappresentante di elettrodomestici, un marito, un padre, ma anche un ragazzo di trent’anni che adesso si pentiva di aver fatto tutto troppo in fretta. Mi alzavo dal letto lasciando Mirella girata di spalle, sempre più lontana. Andavo in cucina a guardare il mio Bimby, quella macchina tuttofare che mi ero comprato per le dimostrazioni; lo guardavo come un oracolo. Cosa avrei dovuto fare con quell’elettrodomestico per casalinghe pigre, magre e annoiate? Venderlo? Ci avrei guadagnato a stento cinquecento euro, e poi?
Durante una delle mie notti insonni, ormai esasperato dall’ennesimo litigio con Mirella, e dalle mascelle consumate dal dolore, mi diressi in cucina e, senza pensarci troppo, aprii il frigorifero, presi uova burro marmellata e farina e in onore dei vecchi tempi, accesi il mio Bimby e cucinai una crostata, con la speranza di mettere di buon umore mia moglie.
Dopo venti minuti la crostata era già pronta, e fumava sul tavolo come incenso. Ero felice e incazzato, perché la mia vita, la mia storia non poteva finire così. Mi ero stancato di essere per tutti un mansueto perdente che aveva imparato a leccarsi le ferite senza dare fastidio a nessuno.
Guardavo e riguardavo la crostata, erano le tre della notte, fuori un gruppo di ragazzi faceva rumore. Speravo che quel chiacchiericcio svegliasse Mirella, così le avrei regalato un pezzo della mia torta ancora calda. Ma niente; lei dormiva.
Ritornai a guardare il mio piccolo oracolo che all’alba, come per miracolo, si pronunciò. Dopo qualche ora, erano le sette del mattino, Mirella mi raggiunse assonnata in cucina.
Mi vide felice, perché finalmente avevo pensato a un nuovo lavoro – ci avevo lavorato tutta la notte. Per la felicità saltavo da una parte all’altra come un cane alla vista del padrone, mentre il tavolo era pieno di torte di ogni tipo. Avevo trovato un nuovo lavoro: cucinare torte e poi venderle nei bar. Quella mattina avrei attacco bigliettini ovunque con il mio nome, numero di telefono, le varie torte che avrei fatto per compleanni, matrimoni, funerali e ogni ricorrenza. Ero anche laureato, e lo avrei scritto.
Mirella, a sentire quella notizia, non disse nemmeno una parola; mi compativa e nient’altro. Con un sospiro si chiuse alle spalle la porta del bagno. Massimiliano invece venne dritto da me per addentare quel profumo che per tutta la notte lo aveva cullato.
“Mangia a papà, che è buona” gli dissi dondolandolo sulle ginocchia.
“Io vado via” disse mia moglie uscendo dal bagno, “torno a casa dei miei. Alla fine sono loro che mi mantengono, non tu. Questa storia delle torte è solo una pagliacciata… ma che fine ha fatto la tua dignità? Se non ci fosse mio padre ad aiutarci, saremmo già finiti sotto ai ponti.”
“E Massimiliano?”
“Potrai venire a trovarlo quando vuoi, non ti agitare.”
“E noi due?” – le lacrime iniziavano a bruciarmi gli occhi assonnati.
Scosse la testa per dirmi di no, che era tutto più che finito.
“Ma…”
“Fausto”, mi interruppe lei, “è finita, più che finita.”
“Sai cosa penso Mire’…” le dissi balbettando, mentre lei di spalle mescolava il suo caffè.
“Eh, che pensi? Forza, dimmi che pensi. Diciamoci tutto stamattina così non ne parliamo più.”
Quella volta, come mai avevo fatto prima, urlai con le vene del collo che parevano vele spiegate al vento.
“Penso che come madre fai cagare, e che ti avrei dovuta lasciare marcire a vendere sigarette nel tabacchino di tuo padre, invece di sposarti. Sei solo una povera illusa, questo sei… non hai avuto il coraggio di starmi accanto, e sappi che mio figlio non diventerà mai un povero tabaccaio come te, e adesso puoi anche andartene fuori dalle palle.”
Finalmente ero riuscito a dirle tutto, o meglio a farle credere che anche io la disprezzavo almeno quanto lei disprezzava me, e che anche io avevo voglia di ricominciare una nuova vita.
Strinsi forte al petto mio figlio, le braccia mi tremavano e mi veniva da vomitare, strinsi al petto la mia vita, il bambino che ero stato, e gli promisi che tutto si sarebbe sistemato, e che la mia non era una pagliacciata.
A pensarci adesso, non riuscii a dirgli niente di definitivo, solo una frase a effetto come  può fare il più coglione dei padri. Io e sua madre ci stavamo separando. La nostra famiglia non sarebbe più stata una famiglia, ma solo uno specchio rotto. Cazzo avrei sistemato, niente.
Iniziai a vendere le mie torte a dodici euro l’una. Quando andava bene, ne riuscivo a vendere sei al giorno nei bar dove c’era gente che conosceva la mia situazione. Ero tornato a vivere a casa di mia madre: avevo trent’anni e una laurea in lettere e filosofia. Ero tornato a dormire nella mia stanzetta, con mia madre che si intrometteva in tutte le mie cose, e coi piedi che mi uscivano fuori dal letto.
I soldi che riuscivo a guadagnare andavano tutti a Massimiliano, mentre mia madre con la sua pensione aiutava me, ci provava.
Mirella intanto si era sposata con un uomo vent’anni più grande di lei, uno che era riuscito a piazzare il suo sporco culo dietro a una cattedra, e che aveva una casa di proprietà e alcuni terreni in Toscana, il classico figlio di papà. Vedevo mio figlio Massimiliano crescere solo nel fine settimana, mentre Mirella non la vedevo mai. Massimiliano aveva sette anni ed era già triste, soffriva per la distrazione di sua madre che ormai aveva occhi solo per la sua nuova bambina, e per i soldi del suo nuovo marito.
“Ma non ti chiede mai di me, tua madre?” gli domandai una volta.
“No, papà. Dice che sei uno che non combinerà mai niente di buono, ma io papà non ci credo, anzi penso che tu sia molto più intelligente del nuovo marito di mia madre.” Dopo aver finito il suo gelato, aggrappandosi alla mia mano mi disse: “Papà, perché non mi porti a vivere un po’ con te?”
“E secondo te mamma vorrà?” gli risposi un poco emozionato.
“No, non vorrà” disse secco Massimiliano, alzando gli occhi verso i miei, mortificato, “ma lo voglio io.”
In quelle parole improvvisamente, ritrovai la forza e il bisogno di riprendere in mano la mia vita, sicuro che questa volta sarei riuscito a sistemare tutto, davvero tutto.

  1. antonio celano

    Al di là di tutte le considerazioni che potrebbero farsi sulle ragioni dello status vs. quelle del mettersi in gioco (e Dora mi pare scelga sempre nel lavoro, nonostante le lacerazioni, la seconda opzione), mi ha colpito la dinamica Bimby/Bimbo. Come a dire che i robot, la cibernetica, non possono sostituire, non possono rilanciare la vita lavorativa come sfida. O come a dire che il sangue, quando viene dopo le lacrime, non sempre vien per nuocere. Se non si butta, se si combatte per il proprio.

  2. Domenico Masaro

    Stamane il Corriere della Sera ha una intera pagina dedicata al “Papà assente” Credo che il protagonista alla fine tenta cerchi di diventare un papà presente . I suoi compiti sono stati disattesi per lunghi anni Anche il tentativo delle torte è sussidiato da un Robot femmina perche è il più progredito degli elettrodomestici visti come concausa dell’emancipazione femminile Alla fina il ” voglio io “del figlio convince il padre ad essere veramente padre.

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