Claudia Durastanti, La lotta di vernice
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Costruito durante gli anni della ripresa, concepito per fiancheggiare una casa del popolo, riciclato come il muro di una casa del lutto, reinventato come la parete esterna di un bar asiatico. E’ stato, nei suoi anni più complessi, un muro contro le bombe a tradimento. Nel più mediocre dei casi, usato per sponsorizzare la riforma della riforma. La maggior parte delle volte, ha parlato di lavoro.

© 2501 - www.2501.org.uk

 

Ottobre 1961

 

Scritta in gesso bianco, leggermente pendente a sinistra, su due righe.

Non abbiamo bisogno di una parola straniera per definire il nostro diritto a stare meglio.

 

Striscione di stoffa dipinto a mano, vagamente ingiallito ai bordi.

Tenetevi le rose, a noi serve il pane

 

Volantino ciclostilato, caratteri neri su fondo grigio, increspato dalla pioggia:

Cento anni di niente

Vicino al muro ci sono uomini e donne con lo scudo che ti bloccano il passaggio e ti spiegano cosa fare per rimediare un posto sicuro. Ti spiegano quello di cui devi aver paura, e in che modo dio e chi per lui ti aiuterà a sederti a tavola e a mangiare, anche quando non hai più fame.

Chi smette di chiedere il pane trova una poltrona, ed è contento così.

 

 

Settembre 1968

 

Slogan in vernice rossa, tre metri per un metro e mezzo, parzialmente sbiadito:

Il contratto c’è, noi no

 

Scritta orizzontale a caratteri irregolari:

Ci vuole del rosso per uscire dal nero.

 

Gli uomini e le donne con lo scudo hanno attraversato la strada, al loro posto sono arrivati eserciti di adolescenti con le spalle incassate. Le ragazze orfane dal polso fasciato e le modelle senza reggiseno hanno dichiarato che nessuno le avrebbe smosse dal loro posto; i coetanei in fabbrica hanno fatto la loro parte.  Poi qualcuno ha dimenticato di non avere più vent’anni e ha stretto un patto con il potere, per i secoli dei secoli dei secoli.

 

 

Dicembre 1979

 

Scritta longilinea in spray nero:

Out of the blue, into the black. (Neil Young)

 

Volantino, fondo grigio, la scritta incornicia un teschio con la maschera antigas.

Al lavoro io muoio

 

Sul marciapiede sotto il muro sono arrivate carrettate di corpi, ammassati l’uno sull’altro. Chi passava di lì abitualmente ha smesso di farlo, chi non ha desistito è inciampato su un braccio monco, su un’arma da fuoco sovietica, su una confezione di cotone idrofilo rubata. Alla fine ha smesso di timbrare il cartellino e si è accasciato su tutti gli altri.

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Gennaio 1982

 

Manifesto, settanta centimetri per cento, caratteri colorati su base traslucida:

Tenetevi il pane, noi ci prendiamo le rose

 

Manifesto, settanta centimetri per cento, base traslucida, caratteri camuffati dalla scritta:

Crepa, infame

 

Le feste, le feste, le feste. A qualche decina di chilometri dal muro la gente ha iniziato a chiudere le porte di casa, a chiedere biglietti di ingresso, a indossare occhiali da sole anche di giorno, a pagare qualcuno affinché smontasse le presse e le saldatrici. Nel frattempo una banda di pastori ha deciso di uscire dall’isolamento e di riprendersi il lavoro.

 

 

 

 

Gennaio 1993

 

Striscione di stoffa, caratteri nitidi e cubitali:

Tutti a casa

 

 

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Maggio 2001

 

Stencil nero di un neonato. Sotto il neonato, la frase:

Benvenuto, precario

 

Freccia in vernice rossa che punta al neonato. A destra della freccia, la scritta in vernice:

Il muro del pianto

 

Dopo essersi incatenati al muro con una manetta di plastica, due ragazzi hanno iniziato a discutere di loghi e turni da sedici ore negli scantinati di Taiwan. Sono rimasti lì per tre mesi, senza scarpe, vestiti di iuta, a mangiare prodotti di fattoria. Quando i polsi hanno iniziato a scricchiolare hanno deciso di abbandonare la postazione e hanno trovato un compromesso.

Sono rimaste, ad oggi, delle brave persone.

 

 

Dicembre 2007

 

Manifesto, trecentoquaranta centimetri per duecento, le foto e i nomi di sette operai.

Nessuna scritta sul fondo.

 

Vicino al muro non c’è nessuno. Non gli era mai successo.

 

Il muro è crollato durante l’ultima recessione. Sotto le sue macerie, una tuta bianca, un martello, un progetto. Lo avevano fotografato in tanti, negli anni.

  1. Alessandra Bruni

    Mi piace. Brevi, incisive ricostruzioni di una vita “muraria” eppure vita. Come a dire che la vita, appunto, non si sa bene, in fondo, dove stia veramente. Predominano i “ricordi a stampa” manifesti, volantini, lontana eco di un intervento umano, accennato, mai detto, sussurrato appena nelle rovine che costituiscono il presente di quel muro. Brava davvero per l’originale scelta del soggetto letterario, inusuale n un mondo sommerso di cronache di esseri umani e di nessuna vera notizia sui muri.

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