Granta Italia e grantaitalia.it sul Foglio
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Granta in versione italiana non poteva che essere dedicata al lavoro Si vede che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro: altrimenti Rizzoli avrebbe scelto un tema differente per il primo numero dell’edizione italiana della storica rivista letteraria Granta, fondata a Cambridge nel 1889 e radicalmente rimaneggiata novant’anni dopo. Per arrivare a parlare di lavoro gli inglesi avevano atteso fino a due anni fa, quando uscì il numero “Work”, dal quale sono tradotti alcuni pezzi nella versione italiana; dopo di che, superato il successivo “Sex”, l’edizione britannica è approdata al femminismo passando per il Pakistan e per gli alieni. Chissà se Granta Italia saprà conservare altrettanta varietà tematica, chissà se riusciremo a evitare uscite sulla Costituzione o sulla legalità, per celebrare magari, come su un numero anglofono del 2002, le cattive compagnie. L’edizione italiana presenta tuttavia alcuni vantaggi rispetto all’originale: anzitutto il sito web, asciutto ma più elaborato (e bello) di quello britannico; poi la possibilità di utilizzare la rivista come atlante geoletterario: se si saltano i vari Rushdie, McCann e Lessing, già pubblicati nella versione anglofona, resta lo scheletro di una rivista che tasta il polso alla letteratura italiana di oggi. Concentrandosi in particolare sui vent’anni che vanno dalla nascita di Francesco Piccolo (1964) a quella di Silvia Avallone (1984) – restano esclusi solo gli ottimi Walter Siti e Marcello Fois – si può intuire come venga concepito il lavoro dalla generazione di italiani che ha visto capo- volgersi e schiantarsi l’orizzonte professionale di padri e nonni. L’interpretazione può ruotare attorno a una scena descritta da Piccolo, nella quale un giovane prepara un concorso e urla ad alcuni ragazzini di non fare chiasso perché da tale prova “dipendeva il suo destino (il destino di tutti)”. Ecco, il comun denominatore fra le storie dei trenta-quarantenni italiani è l’istintiva, sottaciuta attesa di un lavoro che cali dall’alto, soluzione fuori dal controllo individuale e condizione universale alla quale non ci si può sottrarre: spogliando il racconto della Avallone dai sovrabbondanti cliché hardboiled, emerge la speranza di redenzione quasi miracolosa di un ex carcerato che vuol riciclarsi in panettiere; scavalcando il savianesimo di Giuseppe Catozzella, ci si accorge che anche il capo di un’impresa, costretto ad “assumere le persone che gli venivano indicate, pur di lavo- rare”, è sottoposto a un volere superno incontrollabile perché “la filiera dell’economia” è un “corpo oscuro”. Il lavoro è dunque l’ultimo anello di un processo inafferrabile, che porta Michela Murgia a utilizzare metaforicamente la massima evangelica: “Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi”, nel corso di un’omelia rivolta a gente che fa un lavoro orribile correndo incontro a un destino tragico, e Giorgio Vasta a incarnare questo buco nero d’alienazione in una pro- fessione da travet, che consiste nel “rendere vaga e irrintracciabile la funzione dell’ufficio nel suo complesso”. Solo Antonio Pascale cerca di sollevare questo velo di Maya: spiega i meccanismi di scambio sottesi al mercato, travolge qualche luogo co- mune e svergogna “il giovane di buona cultura, generalmente umanistica, che di pro- fessione fa il contestatore” e che la sa lunga perché non crede più alla tv ma solo a Beppe Grillo. Unico svantaggio è insomma il prezzo di copertina, roba da acquirente con posto fisso: 18 euro e mezzo, senza alcuno sconto online. Mentre se un precario volesse ripescare dai magazzini britannici il vecchio numero “Work” se la caverebbe con meno di 8 sterline.

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