Davide Musso, La strega
5 commenti

“Slacciati i pantaloni.”

Avete tutti la stessa età – undici anni, dodici – ma Tommy è il capo.

Ti guarda con quegli occhi da corvo e il tuo cuore si ferma.

Geco e Pier hanno obbedito senza fiatare, così anche tu fai il tuo dovere, e mentre osservi la chiazza scura che si allarga sullo zerbino ti chiedi che faccia farebbe lei se ti vedesse ora, qui.


 

Uno

La vecchia Giuse nel quartiere la conoscono tutti. Rintanata in quel monolocale buio all’ultimo piano, se ne sta immobile per ore alla finestra a guardare i treni che passano – la ferrovia, da qui, dista poche decine di metri. Se qualcuno attraversa il cortile lei lo scruta riparandosi dal sole con una mano. Poi si caccia le dita tra i capelli da spaventapasseri e tira, tira. Come se volesse strapparli a ciocche.

Non parla mai con nessuno. Quando la incontri per le scale, al tramonto, con la cassetta vuota delle arance in una mano e il sacco nero del pattume nell’altra, si volta verso il muro, fa finta di non vederti.

I bambini del cortile la chiamano Giuse la strega.

“Non guardatela negli occhi” dice Tommy.

D’estate, se i pomeriggi si fanno lunghi e soffocanti e non resta più nulla da fare, c’è sempre qualcuno della banda che propone una spedizione all’ultimo piano, a pisciare davanti alla porta della vecchia. Come se quel rito potesse davvero tenere lontana la malasorte.

 

 

© Francesco Di Lisa

Due

Da ragazzina la vecchia Giuse si alzava quasi ogni notte, percorreva col cuore in gola il lungo corridoio e raggiungeva la cucina. Si chiudeva la porta alle spalle e solo allora accendeva la luce accanto all’acquaio. Trascinava una sedia contro il muro, vi si arrampicava sopra e, in equilibrio sulle punte, afferrava uno dei romanzi che sua madre custodiva sulla mensola più in alto, quella vicino ai barattoli di conserva. Erano storie d’amore da quattro soldi, piene di frasi zuccherose che Giuse leggeva lentamente, a fior di labbra, mentre col dito seguiva le righe nere che si srotolavano sulla pagina. Al minimo rumore – lo scricchiolio di un vecchio mobile, i lamenti della gatta in calore – Giuse tratteneva il fiato: se suo padre l’avesse scoperta le avrebbe fatto passare per sempre la voglia di leggere quella robaccia sconcia.

 

 

Tre

Quando si accendono i lampioni la vecchia Giuse è già al suo posto, come ogni sera, seduta sulla cassetta con i gomitoli di lana colorata in grembo e i ferri sotto le ascelle. Muove veloce le dita, segue un ritmo tutto suo.

Eccola, la strega: vestito a fiori, collant color carne, scarpe sformate. Per i tacchi spillo e le calze a rete Giuse non ha più l’età da un pezzo.

Ogni tanto c’è ancora chi si ferma, aspetta che lei si avvicini, poi di solito le urla “Vecchia del cazzo!”, e se ne riparte sgommando.

Sull’altro lato del vialone, una ragazza in bikini bella come Giuse non è mai stata la fissa da un cartellone pubblicitario alto fino al cielo. Si passa la lingua sulle labbra umide, lascia scivolare le dita lungo il corpo abbronzato, ricoperto di minuscoli granellini di sabbia.

“Vuoi laccarmi?”

La ragazza del cartellone guarda Giuse come se non dovesse vendere soltanto uno spray per capelli.

 

 

  1. filippo

    sei bravo! lo penso e lo dico da tempo.

Inserisci il tuo commento

*