Marco Missiroli, Vi presento “L’iguana non vuole” di Giusi Marchetta
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Non è vero che è un libro sulla scuola. L’iguana non vuole è un libro su come si sta al mondo: speranzosi, delusi, rincuorati, incazzati e di nuovo speranzosi. E poi la scuola di Giusi Marchetta è di più: la parte di noi che ci ricorda come eravamo e come possiamo essere, liberi. Per questo è un romanzo universale, perché ci va a prendere sui banchi di un’esistenza in bilico che oscilla tra le possibilità incerte del futuro e su quelle disilluse del passato. In mezzo c’è la vicenda di un’insegnante che lascia la propria terra e va alla conquista di una rabbia, e di una pietas, che il giorno d’oggi si è dimenticato nelle tante chiacchiere all’aria. Qui ci sono i gesti silenziosi di una protagonista in battaglia, e quelli dei suoi allievi. C’è il filo rosso di un amore sospeso e l’abitudine di una bestiola che è davvero la bussola della nostra Italia: l’iguana, che meglio di altri sa cosa significa la ribellione, lasciare da parte gli eventi per guardare dritto cosa siamo davvero. Giusi Marchetta ce lo suggerisce, siamo tutti diversi davanti alle ingiustizie, solo che non lo sappiamo e così capita di rassegnarci tutti allo stesso modo. Dopo questo romanzo capiterà un po’ meno.

 

 

Monica Rossi - www.monicrossi.blogspot.com

 

LEGGI UN ESTRATTO DAL ROMANZO

 

 

La mattina è un copione che va recitato a braccio sulla base del giorno prima.

«Ciao Andrea.»

Lascio che corra al suo posto, che tiri fuori il quaderno e l’astuccio, che si dondoli un po’. Italiano comincia la lezione. Anche noi. Mi avvicino con i miei libri, le schede di epica e storia che ho preparato per lui.

Indico col dito gli spazi bianchi della verifica. Ogni colpo sul foglio è un ordine dato senza aprire bocca. Andrea risponde: scrive il nome, il cognome, la data, la classe. Come se la scrittura storta non fosse già una firma. Come se il suo compito potesse confondersi con quello degli altri.

«Bravo» dico quando finisce l’ora. «Oggi sei stato bravo.»

 

***

 

 

Il lunedì dobbiamo cominciare l’Odissea.

I passi nel corridoio annunciano l’arrivo di Andrea. Tiro fuori l’Odissea illustrata, ci infilo dentro le schede, lo aspetto.

«Cominciamo dal proemio» dice Silvia. Lorenzo legge l’invocazione alla musa e noi lo ascoltiamo arrivare fino in fondo, enumerare le sventure di Ulisse, la maledizione che si è abbattuta sui suoi empi compagni, il ritorno funesto a casa.

La porta è ancora chiusa. Dal corridoio non si sente più nulla.

Prendo la borsa ed esco, scacciando qualunque presentimento in agguato.

La prima cosa che vedo è lo zaino di Riccardi sul pavimento. A testa bassa di fronte alla parete, Andrea sta con la mano destra attaccata al muro, come se ne testasse la compattezza, la forza, l’immobilità.

Gli vado incontro lentamente. Lui alza l’altra mano, la porta all’altezza della destra. Poi salta e raggiunge un punto più alto, lo tocca, ricade a terra.

«Cazzo!» urla, tirando un calcio al muro.

«Ehi, ciao» lo saluto.

«Entriamo in classe? Dobbiamo fare una cosa importantissima oggi.»

Lui mi asseconda, si lancia sulla giacca e lo zaino, li tira su.

«Che stavi facendo?»

Andrea non risponde. Raggiunge la porta, la spinge con le mani, si ferma un momento.

«Spiderman» dice, poi corre in classe, al suo posto.

 

***

 

Non avevo mai cambiato città. Non avevo mai dovuto cominciaredaccapo. Tutto quello che è successo nei miei primi ventisette anni di vita è stato un decorso naturale, un tragitto scelto dalla natura, dall’educazione, dagli incontri.

«Sei pronta?» mi ha chiesto Massimiliano, prima di metterci in macchina.

«No» ho risposto io.

«Allora niente.»

Ha spento il motore e siamo rimasti fermi nel parcheggio sotto casa col portabagagli strapieno e la radio accesa.

Certe volte quando ripenso a quel giorno mi viene in mente il silenzio e poi il dito che ha tenuto appoggiato sulla rotellina del volume per tutto il tempo, come se avesse potuto regolare l’intensità di quello che accadeva intorno.

Il giorno prima della partenza, davanti a una birra gelata, lui e papà prendono accordi sugli orari, il tragitto del viaggio, sanciscono un tradimento reciproco. Hanno fallito in qualcosa, anche se non lo dicono.

«Tuo padre ha letto il mio libro, lo sapevi?»

«Lo sospettavo. Ti lascia guidare la sua macchina: si vede che gli è piaciuto.»

Lui sorride col sorriso che abbiamo imparato a destinarci negli anni. Adesso, a mesi di distanza, ho capito che è inutile cercarne una traccia anche qui, nelle persone appena incontrate.

È inutile cercare lo stesso bene in altri affetti, la familiarità in ciò che è sconosciuto, la mia città in questa città. La verità è che certi gesti arrivano per primi: altre facce, altre

mani, riproducendoli perfettamente, potranno aspirare al massimo a una superba imitazione.

Questi gesti continuano a esistere, a distanza. Una distanza lunga, incolmabile, che ci inghiotte e ci costringe a mangiare, a lavorare, a fare le solite cose, a vivere l’uno all’insaputa dell’altro.

 

***

 

Appena è entrato in classe ho capito che qualcosa non andava.

Più del solito.

«Buongiorno Andrea.»

Lui non ha risposto.

«Tutto bene, Riccardi?» ha fatto Miranda dalla cattedra.

Lui si è afferrato i capelli.

«Nessuno parla!»

La classe si è immobilizzata: bocche chiuse, mani sul banco.

«Ok» ho detto. «Vieni, siediti.»

Riccardi ha scrollato le spalle poi si è lanciato sulla sedia: ha appoggiato i gomiti sul banco, si è stretto la testa tra le mani.

Ho tirato subito fuori il libro di epica come un talismano.

«Andrea, questa cosa ti piacerà: è la storia di un mostro, un gigante.»

Lui non mi ha ascoltato: ha stretto i pugni ancora di più.

Ho fatto un passo indietro, gli ho dato spazio.

Miranda ha smesso di scrivere alla lavagna. Ha aspettato che mi dessi una mossa.

«Andrea, non stiamo qui. Usciamo un po’.»

Lui ha cercato la mia mano, l’ha stretta. Poi si è alzato, è corso alla porta.

«Aspetta Riccardi, aspetta!»

Mi aspettavo che si precipitasse in aula sostegno, invece è arrivato alla porta dei bagni, c’è andato contro con il palmo delle mani. Ha provato la solita scalata. È ricaduto a terra.

«Cristo!» ha urlato.

L’ho raggiunto.

«Andrea.»

Riccardi si è chinato, le braccia tese contro la parete, la testa giù.

Ho allungato una mano e l’ho messa accanto alla sua.

«Non è colpa tua. Non ci riesce nessuno. È il muro. Vedi? È scivoloso.»

Lui è rimasto zitto.

Il braccio alzato ha cominciato a pesarmi: la parete si faceva più liscia ogni minuto, per vendicarsi. Andrea, è colpa di Spiderman. Lo guardi volteggiare tra i palazzi e pensi che sia facile, naturale. Ma lui ha le ragnatele, per questo ce la fa.

Noi non abbiamo niente.

Qualche collega si è affacciato sul corridoio, ci ha visti così: due pazzi che reggono un muro, gli impediscono di crollare, oppure cercano di abbatterlo e non ci riescono.

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