Susanna Bissoli, Il bacio di Igor
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Oggi pomeriggio tornando dal call center in autobus l’ho vista. Era seduta con lui alla fermata di piazza IV Novembre. È cresciuto ancora. Mangiava patatine da un sacchetto gigante. Lei con i soliti jeans slavati e gli occhiali.

 

Io non so niente di autismo, avevo detto alla coordinatrice della cooperativa.

Lei aveva appoggiato le mani curate sulla cartella.

La prossima volta ti prometto qualcosa di più leggero.

 

Il primo incontro era stato dallo psicomotricista. Igor era grosso per i suoi otto anni. Sorrideva e canticchiava tra sé ma quando mi aveva visto avvicinarmi aveva grugnito.

Quando, fuori dallo studio, avevo porto la mano alla madre, lei me l’aveva stretta di malavoglia, senza guardarmi in faccia e poi aveva infilato le scale.

Allora vengo martedì alle due e mezza, avevo detto.

Lei aveva annuito e subito aveva infilato il corridoio tirando il figlio per un braccio.

 

Childhood - © Michele Coppari

La volta successiva, dopo aver suonato il campanello ero rimasta qualche minuto ad aspettare davanti alla porta socchiusa. Di là urla e rumore di cose sbattute contro il muro.

Dopo un po’ mi era arrivata la voce di lei.

Venga dentro. È arrabbiato con i suoi fratelli: si sono chiusi in camera perché sennò non li lascia fare i compiti.

Lui sorrideva e tirava con violenza dei cubi di plastica contro la porta.

Basta adesso, aveva detto lei. Vieni di là. Vieni di là. Dammi un bacio, aveva detto ancora e si era toccata una guancia con due dita. Lui aveva sporto le labbra e le aveva premute nel punto indicato.

 

Quando facevamo la spesa – tutti e tre – al supermercato, lui riempiva il carrello di detersivi colorati. Poi, se non c’erano altri bambini, andavamo al parco giochi di fronte a casa. Gli piaceva l’altalena.

Un giorno stavo per cominciare a spingerlo e mentre sua mamma era distratta mi sono toccata la guancia con due dita. Al contatto delle sue labbra sulla mia pelle un brivido mi ha percorso la schiena.

 

Più tardi, nella sua camera, d’impulso gli avevo bloccato la sedia mentre dondolava forte davanti alla PlayStation. Il pugno era arrivato improvviso, fortissimo, alla bocca dello stomaco. La signora era venuta di corsa dalla cucina. Mi dispiace mi dispiace, continuava a ripetere a voce bassa come una canzone o una preghiera.

 

La volta dopo, arrivando, l’avevo trovata che mi aspettava davanti al cancello.

Mi porti a fare un giro, aveva detto.

E Igor?

C’è mio figlio grande con lui.

Mi dispiace, non posso farla salire in macchina, la cooperativa non mi copre.

Per piacere, aveva detto lei.

 

Per tutto il tempo aveva guardato fuori, in silenzio. Quando erano comparsi i campi aveva abbassato il finestrino. L’aria le muoveva i capelli e io guardavo la sua pelle ancora giovane, le gambe tornite dentro i jeans.

 

Anche il mio Paese è verde, aveva detto. In questo periodo quand’ero ragazza facevamo delle feste in riva al Volga. Cuocevamo la carne alla brace, bevevamo vodka. A me piaceva imitare le persone, ridevano tutti. Giocavamo a nascondino e si finiva per fare l’amore nei cespugli.

Poi era rimasta in silenzio.

 

L’abbiamo legato, aveva detto a un certo punto, senza voltarsi.

Cosa?, avevo detto io con una voce non mia e avevo istintivamente rallentato.

Sta diventando grande. Presto sarà più alto e più forte di me.

Poi si era girata a guardarmi.

Ho paura che mi ammazzi, aveva detto.

 

  1. margherita turco

    bellissimo!!

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