Irene Chias, Interferenze
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Che la mia amica Giulia T sia una cretina è ormai scientificamente provato. Tutta la serata, imperterrita, ci ha imposto la sua matronale presenza. E dire che lui per telefono mi aveva detto: “Dai usciamo”. E io, imbecille: “No, tanto lei va a dormire”. Così infatti mi aveva detto: “Io vado a dormire, vi lascio soli”.

E invece no.

 

Roberto, amico di amici e visto in qualche foto su Facebook, l’ho conosciuto via chat. Non una chat erotica o cose del genere, sia chiaro. Almeno finché non l’abbiamo resa tale in una piacevole progressiva degenerazione dei nostri dialoghi sempre più multimediali. Mi ha fatto vedere il suo cazzo, bello, violaceo, circonciso. Io gli ho fatto vedere di tutto, meravigliandomi del mio stesso piacere. Non avrei mai pensato che una cosa così stupida, iniziata col pretesto di chiedere informazioni su un conoscente comune, potesse determinare una tale eccitazione fisica.

Ho presto sviluppato una specie di dipendenza, quando vedo il pallino verde che su Skype mi segnala la sua presenza on-line, sento un calore che mi sboccia fra le gambe, serro le cosce per non farlo andar via e sorrido inebetita al mio capo che mi convoca in riunione o mi chiede se ho ultimato quel rapporto sui fornitori di Bucarest. Quando arrivo a casa lo cerco, anche lui mi cerca. Ci diciamo certe cose. Ci spogliamo, ci accarezziamo come se la nostra mano appartenesse all’altro.

Ci promettiamo incontri che difficilmente avranno luogo. Le città sono lontane, gli impegni sono tanti e per oltre un mese non ci si conosce mai dal vivo.

 

kero - www.kerousel.com

Ma ecco che a luglio il lavoro mi porta a Napoli dove, con l’occasione, vado a trovare la mia amica Giulia. Avverto Roberto, che però riesce a liberarsi solo tardi dai turni in sala d’incisione.

“Digli di venire qua” dice Giulia. “Tanto fra un po’ vado a dormire”.

Arriva alle 23,30. Finalmente lo vedo.

Lo riconosco, ma mi è anche nuovo.

Ci diamo un bacio sulla guancia più formale che affettuoso e andiamo in soggiorno dove Giulia ha già disposto qualche birra e due noccioline sul tavolo da tè.

Si parla di banalità: la crisi economica, l’impatto dell’euro che ha fatto raddoppiare tutti i prezzi, la bolla immobiliare che fa la finta e alla fine non scoppia mai, i capricci della meteorologia. Mi sparerei.

Poi silenzio.

Poi, non so perché, qualcuno dice che Gus Van Sant non ha sbagliato un film. Io dico: “Neanche Amenábar”.

Poi di nuovo silenzio.

Poi loro due improntano una conversazione sul quartiere. Roberto abita proprio sulla parallela della via di Giulia, al numero 21. Come mai non si sono mai incontrati? Questioni di orario. Giulia esce al mattino e rientra alle cinque del pomeriggio, i turnisti lavorano invece in maniera irregolare, e lui collabora con musicisti che vanno quasi sempre la sera, quando la sala costa meno.

Cerco di intercettare lo sguardo di Giulia, ci riesco a fatica. Alzo il sopracciglio destro, le faccio cenno con la testa di andarsene. Lei mi risponde inarcando il sopracciglio sinistro e sorridendo come un’idiota. Insondabile nemica dei miei progetti.

A un certo punto propone a Roberto di andare a farsi una sigaretta in balcone.

“Tu non fumi, no?” mi dice mentre entrambi si alzano.

“No” dico io, sprofondando nell’avviluppante mollezza di quell’odioso divano.

Lo scruto attraverso il vetro.

Fuma con un’avidità che mi fa quasi impressione. Aspira con impazienza più che con voluttà. Sento come la sua voce gli rimbomba nella cassa toracica, per poi trattenersi un po’ dentro al naso prima di uscire, una cosa che per videochiamata non avevo notato. Mi ricorda Antonino, un cugino di mia madre che mi ha sempre fatto un po’ ribrezzo.

Mi chiedo se, in assenza di tutto questo pregresso telematico, sarebbe un tipo che potrei notare o che potrebbe piacermi, incontrandolo così.

Ma il pregresso c’è. Ripenso a lui che mi scrive semplice e diretto “Voglio entrarti dentro” e quel desiderio a forma di fiore torna a germogliarmi al basso ventre.

Ma Giulia non si schioda. La notte avanza, l’impiastro sbadiglia e non si smuove. Roberto alle tre va via. Siamo troppo incerti e forse imbarazzati per sbloccare l’impasse. Incredibile ripensare adesso a quello che facciamo quando siamo lontani e connessi a internet.

Ci salutiamo tutti e tre all’ingresso, e la sua guancia è ancora più formale di prima.

“Simpatico” commenta Giulia soddisfatta chiudendo la porta su Roberto che scende le scale.

“Ma vaffanculo”.

 

Di notte sogno di venire ricoverata in ospedale per un problema agli occhi. Roberto è l’infermiere dell’ambulanza e poi quello dell’accettazione. Poi è anche l’oculista che mi visita. Mi massaggia i bulbi attraverso le palpebre con i polpastrelli dei pollici. Mi guarisce. Quando apro gli occhi vedo sulla sua scrivania una statuetta di Elvis vestito da Napoleone, ma poi, nel sogno stesso, mi dico che invece è proprio Napoleone con la faccia di Elvis.

 

La mattina dopo, prima di partire, mi reco al numero 21 della strada parallela a quella di Giulia. Salgo. Lo trovo in accappatoio.

“Che cos’è l’amore?” gli chiedo sull’uscio.

Da qualche parte nella mia testa, in un sogno ancora in corso, lui mi risponde come Guglielmo da Baskerville ad Adso da Melk: “Forse confondi l’amore con la lussuria”.

Invece, nella realtà, mi chiede a sua volta di cosa stia parlando.

“Non abbiamo mai parlato d’amore” puntualizza pignolo.

“E’ vero” rispondo spingendolo dentro casa. “Non fa niente”, e gli tolgo l’accappatoio senza soffermarmi sulla considerazione che ancora non ho capito che odore abbia.

 

Ho l’aereo per Milano alle 12,45. Fino ad allora cercherò di non pensare ad Antonino il cugino di mia madre.

  1. alvaro

    moderno, diretto – lo “spettro” di Antonino, cugino di madre mi ha fatto ridere.

  2. Stef

    diretta come sempre. :)

  3. Daniele

    quel desiderio a forma di fiore…
    si dovrebbe parlare più spesso del sesso e della sua immaginazione.
    L’immaginazione svela la propria cultura, il proprio animo, il proprio carattere.
    Imparare quella altrui aiuta a comprendere e ad estendere il campo dei desideri.

    • Vincent

      E’ vero, le parole possono a volte svelare i moti dell’animo e del cuore meglio quando operano al di fuori di precodifiche e convenzioni.

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