Carlo Grande, El viejo verde
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“Le ragazze ti uccideranno, Jorge.” Lo pensavo uscendo dalla libreria, riflettevo: “Dovremmo stare lì, a Buenos Aires, a proteggerti da te stesso”.
Mi sentivo allegro, leggero, sentivo di volergli bene e che sarei presto tornato a parlare con lui, a San Telmo, a curiosare tra i libri impolverati, passeggiando fra bastioni di volumi antichi e di seconda mano, pile che si innalzavano al soffitto come colonne di vecchi templi nei racconti di Borges; tra poster di film d’antan, facce di Susan Sarandon e Gabriela Sabatini che facevano capolino dagli Anni Novanta.
Capivo le sue smanie, la sua gana de vida, la sua voglia che finisce sempre su una pagina, come insegnava la silenziosa e stramba scultura in cartongesso davanti all’entrata: rappresentava un uomo che al posto della testa aveva una macchina per scrivere. Chissà se è ancora lì.
Jorge aveva sessant’anni e parlava senza nascondersi, senza ipocrisie. Parlava d’amore e di chicas, come pochi sanno fare: branco di tartufi e di frustrati che siamo.


A mi non me gustan llas senoras – diceva – a mi me gustan las chicas.” Semplice, no? “A me non piacciono le signore, mi piacciono le ragazze.” Si può dire una cosa così, serenamente, a sessant’anni? Signora mia, che indecenza. Qualcuno lo saprebbe sussurrare con la stessa aria elegante e stropicciata, foulard al collo, capello lungo, occhi malinconici?
“Vattene, vecchio bavoso” direbbero le ragazze. E se fosse Sting? E se fosse Sean Connery? Mah. “Yo soy el prototipo del viejo verde” diceva Jorge.
Mi ha scovato El Principito di Saint-Exupéry, I sette pazzi di Roberto Arlt.
In quel libro c’è un personaggio detto el Rufián melancólico: “El Rufián Melancólico” si chiamava la sua bottega, omaggio al patetico eroe all’incontrario, macho ridicolo perché – lo sa anche Steinbeck – “…se un ruffiano s’innamora, anche se soffre non importa, è sempre una cosa che fa ridere”.
Uno di classe, Jorge, non un tipo da bar. Avercene, di persone così, in un mondo di troiaggine trionfante ed eros devastato, maschile e femminile. Nessuno che ti faccia un sorriso gratis, solo professionisti dell’amicizia per tornaconto. La vita ogni tanto andrebbe spesa e scialata, come diceva Pasolini. “Pernemi” in greco vuol dire “vendere”: capìto dove hanno pescato il termine “prostituta”? Business, soldi, do ut des.
Jorge la cantava chiaro: sono stato sposato tre volte, adesso sto con la “japonesa”, che ha 26 anni. L’anno scorso mi è venuto un infarto, ero al pronto soccorso e mi hanno detto: “C’è una ragazza giovane là fuori, che vuole vederla”, “Fatela entrare – ho risposto – è mia moglie”.
Gli piacciono le ragazze, non ci gira intorno. “Se hanno problemi con il padre si interessano a me – specifica -, io le tratto come principesse, non le faccio mancare niente.” Le sposa, più di così. “Si sentono protette, le amo davvero. Se non hanno problemi col padre nemmeno mi guardano.” Voilà.
“Sono un giovane vecchio” dice. “Yo soy un viejo verde.”
Le ragazze ci uccideranno, Jorge. Chi ci difenderà da noi stessi? Chi ci terrà a bada? Devi fare appello all’istinto di conservazione, come facesti nel tuo Cile degli Anni Settanta, quando si sparava per strada e c’era la dittatura e chi parlava di libertà finiva male.
Lui? Jorge era un ragazzo, faceva politica. Il padre aveva una casa a Vigna del Mar – quella di Missing, per intenderci -, il nonno insegnava al figlio di un generale di Pinochet. Un giorno un militare gli disse: “Dì a tuo nipote di andarsene, altrimenti lo facciamo fuori”.
Jorge prese gli stracci e se ne andò a Parigi. Otto anni in esilio, poi tornò in Argentina, divenne insegnante di Polo: “Vedi questa parte del mio corpo? Ha quarant’anni. E l’altra? Ne ha cento. Sono caduto da cavallo, mi sono fratturato ogni osso che si poteva rompere”.
Su un tavolino incede la gatta Olivia, la accarezza come una vecchia amante, continuando a parlare. Passa un amico giapponese, che fabbrica scarpe da tango.
“Aspetta un momento: andiamo a bere un caffè” dice.
Il bar è lì davanti, sediamo. Si parla di donne, della japonesa, di gatti e della giovinezza, di suo figlio, che sta in India, a Jorge piacerebbe molto tornasse per andare a vedere i mondiali di calcio insieme.
Si parla del tempo, dei visi che invecchiano, degli sguardi delle ragazze. Dei Vecchioni nella Bibbia, dei patriarchi che stendono senza imbarazzo le mani sulle fanciulle. Come quel fotografo, che a una festa ha trovato una bella figliola, l’ha fotografata come una star, lei era contenta, poi: “Dammi gioia”, le ha chiesto, e lei non capiva. “Dammi gioia…” Poi ha capito e l’ha mandato a stendere: bella faccia tosta, bella gioia, voleva andarci a letto.
Jorge sorride. Sorrido anch’io, nel vecchio quartiere della vecchia Argentina, innamorato malinconico di Buenos Aires, delle jaracandas fiorite, di Robert Frost, che sulla tomba fece scrivere: “Ho avuto una lite d’amore con la vita”.
Guardo fuori, cerco di persuadermi che le nuvole sopra di me sono le stesse della mia giovinezza, che è la stessa aria, lo stesso cielo, come una cupola azzurra mi sovrasta come nel mio vecchio quartiere, quand’ero giovane, quando provavo i primi fremiti per la cartolaia.
Non è così, sono a San Telmo, in terre lontane, ai confini di un nuovo mondo. Certe volte mi pare un deserto. Dovrò percorrerlo, come tutti, ha ragione Bette Davis: la vecchiaia non è fatta per gente senza palle.
Jorge fa di sì con il capo.
Pensi all’amore? E agli scrittori? Ci pensi come ci penso io, a questo gruppo di esaltati, di mentitori, di acrobati, di ingordi della vita, che vanno a puttane e hanno amanti illustri, e hanno candore, e sfacciataggine, e voglia, voglia, voglia?
Certo che Jorge ci pensa, è cileno e i cileni, come molti tutti? i sudamericani, è iperbolico, è un narratore. Tu pensi agli scrittori, Jorge, e pensi al sesso, e alle giovani donne, all’illusione di eternità di chi naviga sui sessanta, in acque infide, quando bisogna prepararsi a morire e si aspetta e si teme la terza donna: “Gli uomini si innamorano tre volte – dice Johnny Depp in The Libertine: la prima è la cotta giovanile, la seconda è la donna che si prende in moglie, la terza è la sposa del letto di morte, perché quando la annusate annusate il vostro sudario”. È la prima che incontri per strada, che copri d’oro “per un bacio mai dato, per un amore nuovo”.
Ecco perché la fai facile, Jorge. Perché la vita passa e dicono sia una preghiera che solo l’amore di una donna può esaudire.
O forse mi sbaglio. Forse è tutta una beffa, un gioco senza importanza, solo il volgare sfregamento di due pezzetti di carne, come dice un lirico greco.
Siamo cow-boy, come James Stewart: “Prima dei diciott’anni le difende la legge, dopo i sessanta la natura… In mezzo, caccia libera”.
Non capisco. Ho sentito un accordo, ma non so che canzone è. Ho sentito un profumo e non vedo il giardino. Ho visto una stella ma non riconosco la costellazione. Ho visto un segno, ma è oscuro. Ho avvertito un dolore, ma il male è sconosciuto.
Non c’è più voglia di toccarsi, di parlarsi, di incontrarsi. Come in Crash, nel capolavoro girato a Los Angeles che inizia dicendo: “Il contatto ci manca talmente… che ci schiantiamo contro gli altri solo per sentirne la presenza”. Alla fine la protagonista abbraccia la colf sudamericana, l’unica vera amica.
Siamo fatti così, lo dice la biologia, lo dicono i neuroni-specchio: si appassisce se non ci tocchiamo, se non ci accarezziamo abbastanza, se restiamo lontani. Non sto parlando della ginnastica del Casanova di Fellini. Non intendo questo. Parlo del “Viejo verde”, e se sono indecente condannatemi all’ergastolo, non all’impiccagione. La melancolia non l’ho creata io ma il Grande Stregone, che quanto a sadismo non era secondo a nessuno. Ci ha riempiti di Gana e di Melancolia, di desideri e di contraddizioni, senza pietà; ci ha mandati lontano in questa valle di lacrime, senza spiegarci bene, e dio solo sa quanto piango, perché dicono che le lacrime di un uomo non sono mai ridicole, per una donna che ama.
Così mi alzo ogni mattina, mi faccio la barba e stiro la divisa, la indosso come il tenente Drogo di Buzzati, perché voglio farmi trovare pulito e pettinato all’ultimo appuntamento con il Grande Stregone.
E quando lo incontro, dovrà darmi spiegazioni molto, molto valide.

© Carlo Grande

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