Emanuele Tonon, La pesca
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Nella consapevolezza estrema dello sfaldarsi definitivo del corpo, decido di partire ancora una volta. In tutto lo schifo che resta di me che sono vecchio, maschera che tutti fa ridere e che, nel riso, nessuno veramente vede, parto. Dovrei indossare un costume da coniglio, in questa ultima partenza. Invece indosso questa carne consumata, accartocciata. Questo scarto di me, questa ultima cosa di me. Di me che sono stato solo tutta la vita. Di me che sono stato inguardabile e incravattato tutta la vita, a passare le telefonate e a spalancare la porta blindata sul retro di una filiale di banca. Di me che nemmeno il prestigio irrisorio di stare dietro uno sportello, ho avuto. No, semplicemente lo smistamento, incravattato, con i capelli sempre stirati, col mio naso enorme, spaventoso, a dire ottocento volte al giorno “buongiorno”. Di me che tornavo a casa ginocchioni davanti al televisore, ginocchioni davanti ai miei libri, ai miei video porno, al niente osceno che sempre mi rimandava lo specchio. Guardavo gli altri, e nella visone c’era sempre il mio naso. Nello specchio le mie guancie gonfie, anche. Quella maschera ordinaria che spaventava tutti. Ora che sono vecchio e la pelle mi cade, spavento più nessuno. Potrei essere un nonno ridicolo, quello che racconta le favole buone, quello da prendere per le orecchie o per il nasone, quello da arrampicarsi sui rami secchi delle gambe, quei rami pronti a spezzarsi,  quelle gambe pronte al cedimento fulmineo.

© Monica Rot

Stanotte parto, come avevo smesso di fare da anni. Gli anni quando, appunto, partivo, con Mauro. E mi lisciavo i capelli, e li impomatavo davanti allo specchio, ed era sporca la mia casa dove entrava solo Mauro. Guardavo le signore, le donne precise, orgogliose, pienamente coscienti del mondo. Ero stato innamorato, una volta, quando avevo venti anni e avevo cominciato a smistare le telefonate nella banca. Avevo questo naso in mezzo agli occhi così a forma di patata ed ero orfano. C’era il parroco nel consiglio direttivo della banca. Allora non lo sapevo. Allora pensavo di andare a lavorare in banca. Non conoscevo, ancora, la pietà sfinita di don Angelo. Non sapevo di essere lì seduto ad aprire la porta di servizio e a smistare le telefonate solo perché ero orfano ed ero un mostro. Ero innamorato e avevo vent’anni. E c’era Tiziana che stava là, esposta in teca a tutti dietro al vetro. E io la vedevo, da vicino, solo uscire dalla porta sul retro di cui ero custode. Da lontano intuivo solo le fiamme dei suoi capelli rossi nella teca forata da cui usciva il suo alito che immaginavo poter respirare, mentre mi masturbavo. Usciva sempre accompagnata  e sempre mi salutava e sempre mi diceva: Ciao Mario. Lo diceva coi suoi ricci ardenti, rossissimi, senza guardarmi in faccia, con la mano di turno a stringerle il fianco. Ero io ad avvampare, a fare fuoco nella stanzetta della portineria.

 

Io sono morto bruciato da quei ricci rossissimi, da quel fuoco scintillante che passava ogni giorno dove stavo seduto a fare l’usciere, il centralinista. Io la aspettavo ogni giorno, la mia Tiziana puttana e ridente e con i capelli infuocati, che mi passava davanti al naso a farmi spalancare le froge, col suo odore di pesca e radici. Avrei voluto portarla a casa mia, Tiziana, avrei voluto essere felice anche io, avrei voluto diventare padre, accettare i giorni, spingermi leggero nella sua pesca putrefatta, piena di radici umide. Non mi è stato concesso. Ho avuta solo questa vita seriale, questa faccia gonfia e mostruosa che una volta spaventava e doveva essere nascosta tra gli sberleffi dei bancari, in un centralino a fianco dell’uscita secondaria di una filiale di banca.

 

Prima che Mauro si impiccasse sono stato meno solo. E anche lui è stato meno solo. Abbiamo condiviso le nostre solitudini irredimibili. Tiziana era irraggiungibile. Mauro la desiderava quanto me, e lui stava nella teca, mica come me nello sgabuzzino. Lui la poteva annusare tutto il giorno, sentirsi umiliato tutto il giorno da quella carne odorosa, dal suo mestruo, dalle sue ovulazioni. Da tutta la cattiveria che usciva, in odore, da quella spaventosa bellezza. Quella malvagità estrema di chi riesce a stare al mondo per pura natura. Noi eravamo l’innocenza, noi che avevamo preso ad uscire con la mia auto. E fino a cinque anni fa, fino a prima che lo sperma definitivo degli impiccati riempisse le mutande di Mauro, dopo il lavoro facevamo sosta qui, alla stazione di servizio. Ci facevamo i nostri bicchieri di vino bianco, e c’era tutta questa vita che passava continuamente, sulla statale. C’erano le pompe, e passavano sempre le famiglie felici a riempire l’auto di benzina. E felici partivano, pieni di vita e di benzina. E noi stavamo lì, con i nostri bicchieri di vino in mano, a spiare la felicità degli altri. Ad immaginarla. A desiderarla così tanto che poi io e Mauro abbiamo preso a fare l’amore, per troppa infelicità. A succhiarci il cazzo nella mia automobile. E ci succhiavamo così tanto, così avidamente, che da quando Mauro si è impiccato ho preso a succhiare la leva del cambio, immaginando di avere ancora in bocca la sua cappella, le sue mani tra i miei capelli stirati, prosciugati.

 

Allora oggi parto, non ho più voglia di spompinare la leva del cambio. Nello sfaldarsi ultimo del mio corpo di sessantenne (e non dovrei essere vecchio, dicono, nessuno vuole che lo dica, perché la vecchiaia deve essere una maschera che fa ridere, non deve avere i miei occhi devastati, le volte che vengo qui nel bar della stazione di servizio, a spiare ancora la felicità degli altri che arrivano, fanno il pieno e se ne vanno e poi tornano e se ne vanno ancora, infinitamente, incessantemente) ho desiderio di una fica spalancata sul mio naso. Ho desiderio dell’odore di pesca e radici che aveva Tiziana, ora moglie del direttore della banca e madre e gran puttana, dicono. Ho desiderio dell’odore di radici umide che aveva Tiziana fra le gambe, nella mia immaginazione.

 

Allora oggi parto di nuovo, come partivamo io e Mauro, di notte, spompinandoci.

Spesso, ancora, nel sonno, lo vedo, Mauro, mentre salta in quel mezzo metro che lo separa dal pavimento, mentre gli si spacca qualcosa, mentre emette l’ultimo seme. E mi sveglio, salto nel letto all’improvviso. C’è quell’amore calpestato, in quel mezzo metro di salto, quell’abisso a portata di piedi che lui ha avuto il coraggio di desiderare. Quell’abisso che desidero completamente io, ora, a portata di lingua.

 

Ho fatto il pieno e mi bevo il bicchiere di vino. Da qualche parte mi si schiuderà davanti al naso una pesca putrefatta piena di radici e potrò infilarci dentro la bocca, la mia lingua rasposa di vecchio, immaginare tutto quello che non ho mai avuto, toccarlo, finalmente, prendere parte a quella felicità piena di benzina che ho vista scorrermi davanti per tutta la vita. Ecco, posso partire. Impugnare la leva del cambio dura come il cazzo di Mauro che mi schizzava in bocca tirandomi i capelli.

 

© http://www.caratterimobili.it/caratterimobili/?p=1702

 

 

  1. efesto

    fa schifo la storia

  2. acida.

    GUANCIE???? GUANCIE????

  3. lori

    Che storia triste, piena di una sofferenza non rassegnata.se una strada non la si puo’ percorrere, perché non infilarne altre? Parti dai! Ma parti davvero!

  4. Cagare il cazzo!

    Fa cagare il cazzo!

  5. Tomaso

    Straordinario. Letteratura vera.

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