Gabriele Dadati, Massacri
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Dice che va bene, poi leva la maglia. Il tatuaggio sopra il seno destro rappresenta una grande rosa stilizzata. Condivide lo stile con la lucertolina che sto per vedere nel guado dell’inguine. Non mi ero mai posto il problema se potesse avere tatuaggi o meno.

Vado verso di lei, la bacio in bocca. Mi fa passare le braccia dietro la nuca per trattenermi un attimo, poi lascia. È calda, è morbida, il suo profumo è un profumo che conosco ma che non riconosco. La bacio sul collo, risalgo alla faccia. Con la destra va a prendermi il cazzo e lo stringe. Oggi pomeriggio mentre mi intervistava era professionale, elegante in maniera scontata, una telecamera del digitale terrestre di Mediaset ci riprendeva. Oggi pomeriggio mentre mi intervistava io ero uno scrittore. Allo stato attuale siamo due mammiferi, abbiamo ripreso a baciarci in bocca ma lei non smette di stringermi il cazzo. Scendo di nuovo con le labbra, e stavolta arrivo alla rosa.

© Michele Coppari

Il capezzolo che prendo in bocca è un ennesimo petalo del tatuaggio volgare. Comincio a succhiarlo e la mia parte rettile avverte subito la sgradevolezza. Si trasmette al cavo orale, percorre l’intrico dei nervi, rassoda i muscoli. Solo dopo mi rendo conto di cosa si tratta. Il capezzolo è ruvido e consistente, gelido, e lei ride. Lei ride. Così io mi sveglio.

Nella penombra l’impressione tattile del corpo della giornalista mi tiene lontano da Tabita come se fosse lì, stesa tra noi. Me ne libero prima di andare ad abbracciare la ragazza che amo e lo stesso mi resta addosso il senso di colpa per questo tradimento onirico che non s’è neppure perfezionato. Ma non è tanto questo. Il fatto è che ormai è chiaro a entrambi, a Tabita e a me: il nostro è un amarci rancoroso. Più ci amiamo e più cresce il rancore. Non possiamo fare niente se non lasciar crescere abbracciati la montagna e l’abisso.

Il corpo di Tabita, non quello tutto finto della giornalista, è caldo e morbido, il suo profumo conosco e riconosco. Sono dietro di lei, la abbraccio, faccio da carapace alla sua schiena, mugola perché per un attimo il suo sonno risulta allentato. Ma non si sveglia, risale solo a uno stato di incoscienza meno denso. È lì che conto di raggiungerla tra poco, nella speranza che manchi ancora molto al suono della sveglia. È quello stato di incoscienza che ci permette di andare avanti.

C’è questo momento, nella penombra mattutina, nel dormiveglia dell’ultima mezzora prima di affrontare il giorno, in cui siamo liberi dai detriti. Il rancore della giornata prima è allentato, le sovrastrutture culturali accumulate negli anni, quelle stesse sovrastrutture che ci permettono di stare nel mondo, non le abbiamo ancora indossate. Così, come gherigli di carne e sangue, siamo l’uno commestibile per l’altra. Poi nella luce piena torneremo a nasconderci nelle corazze. Corazze che sono fatte in maniera identica e contraria. Ricomincerà la frizione, il rancore. Io continuerò a essere ossessionato dall’ordine e lei dall’allegria, io sarò la carestia e lei lo sperpero. Ma grazie a dio in quest’alba dicembrina, in questa camera d’albergo della periferia romana, ancora una volta ci agguantiamo nella penombra.

Tra poco saremo svegli, lo so. Ci diremo che ci amiamo, ci baceremo con l’alito cattivo. In quel momento sarà del tutto vero. Sarà il motivo per cui io ancora oggi sono vivo, io così votato alla morte. Sarà il motivo per cui Tabita ancora oggi riesce a guardare al futuro, lei che teme questa visione. Un attimo dopo, però, non sarà già più vero. Ci vorranno altre ventiquattro ore per un momento come questo. Non è detto che arrivi. È quello che speriamo, mentre affiliamo un’altra volta le armi per massacrarci. E così ricomincia, il massacro.

  1. lori

    Crudo talmente tanto da sentirne il sangue.Mi e’ piaciuto cosi tanto che mi e’ rimasto addosso come una bistecca dopo un pugno nell occhio!

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