Daniela Ranieri, L’orizzonte del porno
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Usato tutta la carta; il cassetto vuoto; cartuccia di ricambio inutile; il processore emana un ronzio freddo; la stanza soffiata di gelo e toner; davanti alla finestra, due alberelli cacati dai cani; il cielo, uno scudo d’argento contro chi gli chieda aiuto; dietro di me il termosifone rotto che non ha compassione.

 

Avevo iniziato così il primo racconto alla scuola di scrittura creativa di Fabrizio. Unendo le prime righe di un racconto di Kafka e il computer. A me faceva schifo – d’altra parte non pensavo di rimanere lì per più di tre o quattro settimane – a lui piacque. Mi promosse, correggendo però, solo dell’incipit, tutta la prima riga (nella struttura) e quasi tutta la seconda (“fuori dalla” al posto di “davanti”, “pisciati” al posto di “cacati”). Due settimane dopo coordinavo un gruppo di disgraziati pieni di entusiasmo: tutti volevano sapere il segreto di come si scrive qualcosa di seriamente divertente ed emozionante. Anche di questo mi stancai molto presto, e sarebbe durato ancora meno se circa a due terzi del mio periodo didattico Fabrizio non mi avesse confessato il piacere che lo prendeva a vedermi correggere i compiti dei suoi studenti al posto suo.

Al pomeriggio, appena uscivamo da lì, andavamo a casa sua, dove non c’erano libri perché erano tutti nella casa di Torino. Si era trasferito da poco, e vi abitava con una specie di timidezza da fantasma, come se non fosse nel suo pieno diritto imporre la sua presenza a tutte e due le stanze – si limitava a sedere coi nostri compiti al tavolo del salotto o sul divano, davanti a una parete spoglia. Prima che vi entrassi io, casa sua era vuota: è un pensiero che a farlo pulisce il cervello, e mi assolve dalla gelosia di pensarlo occupato con altro che non fosse un muro – il mio desiderio si infiamma nell’organizzare Fabrizio dentro lo stesso schema biografico di un Piero di Cosimo.

 

© Nathalie Cohen - http://wheredreamsmaycome.blogspot.it/

Le prime due volte fu molto bello, accordarci che io l’avevo stregato senza l’intelligenza: a me venne l’idea di dirgli che avevo finto di aver letto tutti i libri che aveva scritto al solo scopo di sedurlo, dato che in realtà non ne conoscevo nemmeno una riga; lui perse la testa a far finta che me li ero procurati, li avevo sottolineati e glieli avevo mostrati, uno ad uno, solo per eccitare il suo narcisismo. Invece, amavo i libri di Fabrizio molto di più di quanto mai sarei stata capace di amare lui. Ma lì, a casa sua, l’esatta, incontrovertibile verità dell’erezione ci riconsegnava alla squallida – eppure quanto più gloriosa – verità istintuale.

 

Ero la sua allieva stupida e ambiziosa; per un po’ piacque ad entrambi, o farei meglio a dire che a me non piaceva meno di tutto il resto, che mi piace i primi cinque minuti e poi smette di esercitare su di me una qualsiasi attrattiva che non sia d’inerzia.

 

Fu allora che Fabrizio prese a fare due cose che invece ebbero l’effetto di accrescere e di prolungare nel tempo quel piacere, tanto che dura tuttora, sebbene in differita e nella memoria: correggeva quello che avevo appena corretto; non mi spiegava il perché delle correzioni, sicuro che l’evidenza della loro giustezza mi sarebbe venuta agli occhi insieme alla immediata potenza della loro superiorità rispetto a tutte le alternative.

 

Naturalmente, a fornire a lui il godimento supplementare dato dal meccanismo, a farlo trasudare erotismo come la canna del tubo che ci disseta, a toccarla, accresce la soddisfazione per il fatto di sembrare al tatto ricoperta di una patina di brina gelata, era la premessa che la peggiore dei suoi allievi, colei che lo aveva ingannato, fosse stata scelta da lui, senza mediazioni, per educare gli altri.

 

La piramide era allora così composta: lui selezionava i suoi studenti, i cui lavori io correggevo; poi correggeva me, che modificavo le mie correzioni secondo la sua volontà. Poi si spinse oltre: tutte le volte che mi prendevo la briga di scrivere qualcosa, correggeva me come io correggevo i suoi allievi, e a mio esclusivo beneficio, verticalizzando tutti i miei sforzi didattici e i miei slanci personali nel punto emanato dalla sua matita, tenuta dalle sue mani. Queste correzioni erano le definitive, non importava se avevano l’effetto di annullare il mio sforzo, o di tradirlo. Importava che non violassero un principio incontrovertibile di ragione suprema, che coincideva con la sua, e di cui mi faceva dono. Un’orgia di menti frementi infine misurata, calibrata dalla sua ragione, e con una sola safe-word: la sua.

 

Cominciò così la smania delle correzioni. Era una trance quotidiana a cui sacrificavamo la materia arrotolata dei nostri cervelli, raggrumati dopo la ressa tutta infradiciata delle dita e delle bocche e anche dei piedi, che gli piaceva toccare dopo che mi aveva fatto sdraiare sul tappeto (a me non piaceva in sé, ma adesso, da qui, ammetto che era bello).

 

Pur non essendo in competizione tra di noi, cercavamo di superarci, tutto il giorno, per vedere fin dove poteva annidarsi il nostro demone correttorio: a volte lo svegliavamo dal suo torpore losco e bavoso agli angoli della stanza, dopo il caffè, e guardando un punto sul tavolo, tra il giornale e la tazza, e col tono di voce di chi si aspetta di trovare sicuramente ascolto malgrado il silenzio protratto, dicevamo a turno cose come «accaniti fumatori? Fumatori accaniti! Perché “accaniti fumatori”? Che scempio. Non credi?». L’altro sollevava lo sguardo, faceva un mezzo sorriso di derisione, e si rimetteva a leggere, finché trovava anche lui qualcosa da ridire, qualcosa come «c’è ancora gente che dice “sono molto entusiasta di”?! Roba da matti. Non credi?». Forse è inutile dire che il suo “non credi” era di natura del tutto diversa dal mio: il suo non attendeva risposta, dacché nel momento che qualcosa era detto io non potevo non crederlo, mentre il mio aveva un carattere affatto dischiuso, e apriva il campo delle possibilità reali del mondo, della giustizia o ingiustizia delle cose, sulla misura di ciò che lui credeva o non credeva.

 

Tuttavia, era una gara, in cui però vincevamo sempre noi. Più il mondo era sbagliato, più mondo c’era da correggere, più avvenire avevamo davanti a noi.

 

Per lo più lo facevamo coi classici. Il nostro hobby (la nostra ossessione), che tenevamo taciuto seppur non segreto l’uno per l’altra, era cercare le traduzioni più popolari e al contempo più infami che ci fossero sul mercato – ma non tanto infami da farci passare per bari.

 

In giro per la città come cani inselvatichiti dalla frequentazione esclusiva coi personaggi dei nostri romanzi e con noi, svuotavamo le tavole inclinate delle bancarelle per scovare edizioni ridotte o rimasticate dei saggi di Bachtin, di Persuasione o di Madame Bovary, e le portavamo a casa come fossero figli nostri che dovevamo educare e crescere – ma a me veniva meglio pensare che erano bestioline che i gladiatori dei nostri orgogli e del nostro puntiglio si divertivano a sventrare, per il piacere riflesso dell’imperatore efferato che era l’altro. Infami ma lustre, le copie entravano in casa sua, a riempire pareti dapprima vuote. Ovviamente, più le edizioni erano prestigiose più la posta in gioco aumentava.

 

Una volta un mio appunto sull’uso di una metafora da parte di Simenon lo eccitò al punto che mi ritrovai in ginocchio sul tappeto col suo cazzo in bocca e con il libro ancora in mano.

 

Un’altra volta scovai un errore madornale nella traduzione di una lettera di Elizabeth Nietzsche al fratello – Fabrizio venne quasi subito, scusandosi.

 

I miei racconti erano l’affare più difficile da gestire: nel caso fossero stati davvero spregevoli, lui non me lo avrebbe mai detto – tutto il gioco, con le sue regole e i suoi capestri taciuti, sarebbe saltato (per fortuna questo caso non si verificò mai, circostanza che gli diede l’agio di usare la parola “spregevole” per due miei manoscritti che non lo erano affatto); nel caso fossero quasi perfetti (lo sono stati, due volte), lui non si abbandonava nemmeno a un complimento, essendo la perfezione esattamente quello che si aspettava da me (ci misi molto a capire che aveva ragione; ciononostante ricordo questi momenti come frustranti); nel caso fossero mediocri – ed era il caso migliore, tanto che a volte sono stata tentata di scrivere studiatamente racconti mediocri, col risultato di scriverne di pessimi e quindi di annullare tutta la carica della sua amorevole solerzia – lui si metteva seduto facendo un respiro, poi si guardava un po’ le scarpe, come se dovesse raccogliere oltre alla pazienza anche le armi più tenere per la mia carne, ma pur sempre delle armi, o dei bisturi, degli strumenti insomma che facessero al nostro caso, e cominciava a vergare il foglio, nudo sul legno del tavolo, con un rumore secco, consapevole, inesorabile, che io restavo sul divano a ascoltare, come un San Sebastiano venuto meno.

 

A volte, per puro principio o per malafede, mi impuntavo nel difendere la mia versione, e rifiutavo la sua senza argomenti reali ma neanche debolmente. Lui non si lasciava indispettire: posava il foglio, usciva dalla stanza, mi lasciava sola a riflettere, e poi tornava. Se non avevo cambiato idea (me lo chiedeva, tanto la sua premura era inferiore alla certezza, di cui avevamo entrambi bisogno, che lui fosse nel giusto, facendo riferimento all’unico modo in cui avrei potuto cambiare idea e cioè: «hai deciso di essere ragionevole?»), taceva per il tempo che occorreva a posare quello che aveva in mano, con calma, e a dirigersi verso di me, che a volte nemmeno facevo in tempo ad alzarmi dalla sedia. Guardarlo spargere i fogli sul pavimento facendoli atterrare dentro un silenzio liricamente terrificante con un gesto unico del palmo aperto, e ritrovarmi con la faccia per terra a respirarne l’odore pastoso nell’assenza di qualsiasi pensiero era tutt’uno.

 

Intanto la nostra trance agonistica si dispiegava su materiali sempre più densi e ostici. Comprammo un pc da due lire che usavamo come archivio – fu bello riempirlo via via di film come le nostre pareti di libri. Ora non risparmiavamo nemmeno i classici del cinema, che guardavamo rigorosamente in lingua originale, coi sottotitoli. Io, che ero ancora una principiante – o per lo meno ci piaceva considerarmi così – scagliavo facili anatemi contro questi ultimi; lui solitamente, nel pieno esercizio della sua sovranità, si limitava, come sempre faceva per ottemperare alla sua missione anti-entropia, a correggere me, in una vertiginosa chiamata in abisso verso la depurazione da ogni scoria di errore.

 

Un’infinità di frasi, di parole, di costruzioni sintattiche, e poi ancora di citazioni, date, nomenclature, tassonomie, dettagli tecnici e scenografici ci veniva incontro, lo sguardo di un’implorante dolcezza, e noi senza pietà consegnavamo il destino di ciascuno di essi nelle mani di una Dea niente affatto bendata, ma lucidissima e arroventata come la lama di un bisturi fremente di operare. La speranza della nostra carneficina a volte ci soffocava di piacere: il nostro cervello era attaccato come con la colla a un ideale possibile, sferico, abbracciando il quale ci sfioravamo le mani.

 

Un paio di volte, per toccare un climax che evidentemente non avevo ancora ottenuto attraverso la pura delega del suo potere, ho provato a chiedergli se per caso fossi la sua vestale, la sua menade, la sua qualcosa di greco, scatenata e candida esecutrice del suo furore nettante nel mondo. Lui, che invece godeva dell’indefinito e forse anche delle mezze altezze, in entrambi i casi non mi rispose, limitandosi a sogghignare (il che poteva voler dire sì, o no, indifferentemente, o anche costituire una correzione ipso facto).

 

Decidemmo persino di materializzare la nostra mania di apostrofare e irrobustire il mondo, comprando un alberello di arancio che mettemmo nel metro quadro nel nostro giardino – intanto ero andata a stare da lui – ed educandolo a darci frutti perfetti, piegando dolcemente i suoi rami, costringendolo a inchinare la direzione della sua crescita verso la nostra finestra. Quando ci era possibile, alle 4 di pomeriggio ci mettevamo sul divano, con la finestra aperta, e lo guardavamo crescere.

 

Fu lui un giorno a tentare l’impensato, detto in altri termini saltò tanto oltre le mie capacità – le capacità delle mie truppe – che le terre della nostra guerra furono tutte bruciate in un sol colpo per sua sola mano, come se da lì avesse cominciato a camminare da solo come un condottiero triste in lande dove io al massimo potevo aspirare di passare due giorni o due secoli dopo, annusando piangente, piegata, vestita di stracci, il profumo di metallo della sua corazza sopra le pietre addosso alle quali l’aveva appoggiata per lavarsi, e raccogliendo in mezzo alla terra i suoi capelli strappati dal gesto di togliersi l’elmo.

 

Successe questo: stavamo guardando Dietro la porta chiusa, un film di Fritz Lang del ’48 in cui un uomo è attratto dalle stanze di delitti famosi tanto da riprodurle in casa sua, dove si aggira una sperduta moglie; mentre io deridevo la traduzione italiana di una parola che non ricordo lui azzardò che era «un errore tecnico posizionare la macchina da presa nel corridoio, su un cavalletto, quando invece avrebbe dovuto muoversi verso la porta della quarta stanza», per inciso quella interdetta alla moglie perché identica alla sua.

 

Restai zitta, sicura di non aver capito. Lui mi guardò, forse a sua volta spaventato dal suo ardire. «Sì», mi disse fissandomi in un modo che non posso non definire smaccatamente criminale, «è un errore. Ha sbagliato. Non credi?».

 

Quella volta, io davvero non credevo. Spaventosamente, compresi – non che non lo sapessi già, ma quel saperlo, quel genere passivo e dato di sapere, era stato superato da un nuovo, più esatto e creato e laborioso sapere – che c’era qualcuno che aveva più ragione di lui. A terrificarmi, poi, era il pensiero che anche lui se ne fosse accorto, e questo movimento, dalla mia consapevolezza ferita alla sua resa a una ragione più potente della sua, assunse di colpo la natura della frana. Avrei dovuto mentirgli? Mi avrebbe creduto? Quanta mancanza di verità potevamo sopportare, noi depuratori, noi giusti, noi esatti? Quanto l’amore poteva sporcare la nostra missione, e quando, viceversa, era necessario tener fermo persino all’amore pur di rendere onore al vero fondamento del suo esistere?

 

 

Ancora oggi mi chiedo se avrei fatto bene a spiegargli tutto, invece che lasciarlo con una mail di sei righe – benché in parte mi assolva il pensiero di aver avuto la gentilezza di macchiarle con un errore, per fargli capire che non sarei mai stata (e non sarei mai voluta essere) del tutto indipendente da lui. Ma ogni volta mi rispondo che se tutto quello che è successo ha dispiegato ai miei occhi la sua gloria fino all’aporia, allora non può non averlo fatto ai suoi.

 

Nessuno, oggi, può correggermi. Non so se è perché grazie a Fabrizio sono diventata talmente brava che qualsiasi correzione di una mia correzione mi sembrerebbe grottesca (e invece è impossibile), o se perché quel serissimo gioco aveva senso solo con lui. Sta di fatto che nessuno può mettermi in imbarazzo, e l’imbarazzo è la radice più grossa e forte dell’erotismo, per come la vedo.

 

A volte mi provo a esercitare la mia lama furente sui libri, ma è troppo facile; percorro boschi e foreste, lancia in resta, e faccio cadaveri, come San Giuliano Ospitaliere, con le narici dilatate, gonfie di sangue e di giustizia. Quei corpicini di parole, agonizzanti e sfondati, rantolano un poco sotto la punta della mia carbonizzata matita, che nessun fuoco è pronto a divorare col suo favore primario, verticale, ordinatore. Non ho nessuno a cui mostrare il trofeo della mia derivata bravura, e Fabrizio è lì, secoli-luce davanti a me, che cammina su carboni già neri, senza nessun sodale degno di lui al suo fianco, tentato da demoni, attirato da femmine-bestie, privato di me.

 

La sera, in una parodia delle pareti vuote dentro cui ci siamo baciati la prima volta, mi metto davanti allo schermo del PC, ma è troppo doloroso: anche se riesco a dimenticare che era il nostro, resta pur sempre uno dei due cromosomi con cui avevo creato il mio ibrido mezzo kafkiano.

 

Lo schermo contiene tuttavia una sterminata carneficina in potenza: il linguaggio confidenziale e strascicato dalle sue mille voci, l’ammiccamento verboso, la volgare scorrettezza dei blog, pezzi di anacoluti alla deriva col collo già spezzato e la carotide schiumante. Esecrabili e bestiali manifestazioni del perseverare nell’abiezione linguistica, dove l’errore ortografico è l’insetto trascurabile, il cadaverino già pronto per la velleità misera del correttore di bozze, che mi prendo ancora il disturbo di notare.

 

Per provare sollievo dalla ricerca di un senso, allora, faccio rimbalzare gli occhi dallo schermo semivuoto alla parete semivuota, facendo di me almeno il vertice di un triangolo molto scaleno dentro il quale l’erotica tesa e disordinata può essere ridotta a una elastica questione di ottica.

 

D’altra parte, questa casa è rimasta a me, cioè io sono rimasta nella casa, la pago dividendo in due l’importo dell’affitto, e consegnandolo in due buste al padrone di casa – illudendomi che una metà sia la mia e una la sua. Annaffio poco l’arancio: che dia frutti è un miracolo che lascio alla natura la bontà di compiere. Lo schermo del pc è una forma più angosciata ed esatta di questa casa riempita a metà, interrotta: come posso ritrovarvi l’armoniosa porzione di disastro che io e Fabrizio mettevamo in scena, io Santa Teresa estasiata di lui, lui pietra finale, sepolcro, veridizione, ascesa?

 

Inveisco contro lo schermo. Puoi lasciarmi sola, almeno? Il mio buio è più degno. Cosa puoi offrirmi? Quanta grandezza smagliata dall’errore, quanta perfezione da riprendere con ago e filo, quanto splendore da curare? E a chi posso consegnare – perché ci sarà pure, nel mondo, un altro dio delle correzioni tanto modesto da nascondersi eppure comparire – il mio compito?

 

Se stimarsi degni di un uso umano, e soffrire dell’indifferenza a riguardo della nostra grandezza che pure le bestie ci mostrano, o se invece pensarsi come cosa indegna dell’utilizzo virtuoso (d’amore) per quanto avvezza all’abuso maldestro, stortignaccolo, losco, è per tutti e due un affanno quotidiano, lo so. Dovunque lui sia, io non ci sono.

 

Professori di normale saper vivere, esimi scienziati dell’accontentamento incosciente, si affollano sui muri di questo nulla digitale come scaracchi. Ora: vomitarne, o leccarli, nella imitazione grottesca del più raffinato dei sadismi? Insomma era qui, in mezzo a questo meditume, questo trivio banalotto e male illuminato, come quel pizza-a-taglio di Pietralata – Monti Tiburtini dove ci fermammo una sera dopo esser tornati dall’ospedale per una sopraggiunta emergenza o una mezza tragedia che non ci riguardava poi da così vicino e che infatti ricordo a malapena, l’apoteosi della fantasia di sottomissione? Era allora questo lo spregevole? Così poco? Tutto qui, spregevole del mio cuore? Non puoi fare qualcosina in più, per me? Uh, lo sguardo cattivo? Lo sguardo per finta davvero cattivo? Invece sorridi, trivio, e la tua benevolenza di cuoricini e pupazzetti è veramente meschina, della malvagità indolente del vicino di casa che s’impiccia della posta, della padrona di cane che caca sullo zerbino; io ti leggo in faccia la bonomia infame dell’ignaro, del cialtrone, del povero in canna di spirito e di grazia.

 

Perché ci vuole grazia, per simulare – a mio beneficio – una pura e gentile crudeltà. Dopo la giornata di lavoro, dove l’ottusità delle cose ha ridondato l’orrendo nulla, quello che desidererei è avere torto.

 

Ché tanto è in fondo questione di vescica gonfia, basterebbe pisciare per avere meno concetti d’amore. Ma non mi va di alzarmi: affrontare la casa che è stata di entrambi e i suoi pensieri di cui mi faccio carico, lo scricchiolio delle sue ossa, la sua cera da malata terminale, la sua estraneità rispetto alla vita che conta: roba da idraulici, da falegnami, da mariti, da vecchi che muoiono a letto, da dottori che vengono in visita, da amici da ricevere, da ricchi, da poveri, da broccoli lessi, da chiamate di sotto e cestini calati. Roba che non mi accoglie, roba della vita che non mi vuole mica.

 

Allora è qui che resto, sulla sedia a girarmi immobile, a nemmeno cercare, proprio a rimanere, nel gerundio offeso, irresoluta, richiedente, in attesa di qualcosa di sbrigativo e insieme economico, cioè durevole con un buon rapporto tra lo scambio e il dispendio.

 

Poi l’illuminazione. Il porno.

 

Un deserto linguistico, un western del linguaggio. L’unico possibile punto di approdo della nostra missione: l’estroflessione del significato reale, senza più scuse, senza residui, del nostro lavoro. Sarebbe stato come guardare le pelli del nostro amore messe ad essiccare sotto un sole crudo, sopra una pietra scabra.

 

Selvatico, efferato: ma non per il movimento a incastro dei corpi: per la sua magnanima e silenziosa verticalità, per l’esplicitazione continua del suo telos, per l’onestà e l’imprevedibilità dello svolgimento rispetto all’unica possibile fine. Qualsiasi errore fosse saltato fuori sarebbe stato come un animaletto perfettamente a suo agio dentro uno zoo con le gabbie aperte; qualsiasi correzione, da parte mia, avrebbe avuto l’effetto ridicolo che avrebbe sguainare la spada e colpire a casaccio in mezzo a un esercito gioioso e disarmato. Guardare il porno era l’estrema rinuncia, il senso aggrumato del suo insegnamento.

 

Fabrizio mi avrebbe approvato. Non so perché insieme non ci siamo mai cimentati col porno – immagino che il motivo avesse a che fare col suo rifiuto di assumere posizioni platoniche, da guardone della caverna, riguardo a qualsiasi manifestazione dell’arte o dell’ingegno. Lui aveva bisogno di umiliare la grandezza innalzando me, compromettendo incessantemente la propria credibilità eppure confermandola ogni volta, cimentandola con prodotti di sopraffina distanza dal promiscuo, dallo scontato, dall’intellettuale di ritorno. Non poteva accontentarsi di ciò che era già imperfetto – mentre per la sua stessa sete di distanza amava molto il dozzinale.

 

Ma ora, qui, da sola, ancora grondante delle sue lezioni, lo rendevo complice, in assenza, di una storia nuova che ri-iniziava dalla fine, col porno, e finiva con me trasformata – trasfigurata – in sua eletta puttana: un’alchimia in cui non si era dovuto nemmeno sporcare le mani.

 

Non ricerco il porno d’autore. Mi sembrerebbe una sofisticazione supplementare di una soluzione che per esercitare la sua potenza complessa deve essere semplice. Metto le mani nella pasta del mainstream: apro youporn. Uno lo scarto perché lei è brutta, in modo banale. Di un altro non mi piace la storia – cioè non sono d’accordo con quella storia: perché mai dovrebbe eccitarmi un uomo così immodesto e ingeneroso da lasciarsi sodomizzare da una donna che potrei essere io – l’orrore. Di un altro mi disturbano i colori: come può il porno usare il rosso senza sentirsi ridicolo – tronfio reclamo di attenzione da parte di chi dovrebbe precipuamente distrarre da sé fino all’ultimo. Con uno mi indigno, dacché io non sono moralista, ma morale sì. Alla fine questa ricerca ha tradotto il desiderio: la fisiologia si è culturalizzata in un’attesa che mi procuro, benché mio malgrado.

 

Desisto. La rete contagia della sua approssimazione anche i contenuti che dovrebbero sublimare la ricerca estetica nella più risolta forma dei liquidi organici.

 

Decido allora di fare quello che non ho più fatto, da allora: guardare Fritz Lang, per vedere se meritarmi l’evidenza dell’errore che colpì Fabrizio, e con lui, e in modo mortale, la nostra storia. Apro la cartella Film sul nostro pc, scorro l’elenco in ordine alfabetico, mi fermo alla D; quando ecco che tra i titoli ne appare uno che per un attimo mi riporta al porno: si chiama Deep Submission, e il primo frame, con i corpi congelati in un’espressione di vuota goduria, è inequivocabile.

 

Cosa ci fa un porno nel nostro pc? Chi ce l’ho ha messo? Non io. Cosa ci fanno, nel mio spazio mentale, nel mio grafismo mentale, il porno e Fabrizio insieme?

 

Il titolo, poi, mi ferisce profondamente: come può Fabrizio aver trovato attraente questa parola se ha, come sicuramente ha, un referente tanto banale, diretto, immediato? Inoltre, insieme a questa delusione fulminante, si fa strada l’altro effetto della parola, cioè quello di scatenare in me, che sono evidentemente sempre stata più complicata di lui, una specie di curiosità derivata, insieme col piacere vendicativo di tradire in ischerzo l’idea della insuperabilità della sottomissione che mi ero scelta e che avevamo creato insieme.

 

Questi pensieri si sono succeduti nella mia mente nel tempo del doppio clic. Il film parte in medias res, la qual cosa potrebbe persino non dispiacermi, a patto che anche loro abbiano cominciato in medias res. Insomma, che non ci sia un prologo dalla cui visione sono esclusa. L’incipit è l’origine, sì? Ecco, questo mi ha fatto pensare ad Adamo ed Eva, l’uomo e la donna, l’incontro, lo slancio vitale, la fionda del seme. Fine della storia. Sono arretrata tanto nel desiderio, che la gioia dell’artificiale si è dissolta nella banale natura.

 

D’altra parte è un porno, serve proprio per regredire, no? E infatti  i volti dei due attori quasi non si vedono, e quando appaiono, più all’interno di snodi narrativi che di inquadrature vere e proprie, non aggiungono nulla al quadro generale definito dai corpi e dal loro movimento. Il punto, semmai, è che non si può restare fissi su un inquadratura per 2 minuti. Cioè, o fai tutto un montaggio, come di frame inattuali – non dico Metropolis, ma qualcosa di ossessivo e già dato – o giustifichi esteticamente il piano sequenza.

 

Lui è fisicamente dotato. Ma lei? È abbastanza distratta, abbastanza addolcita dal non pensare nulla, per poter sviluppare una trama appena dignitosa. Infatti cosa deve pensare, quali turpi pensieri deve avere, una donna, dentro un porno? Il segreto sta nel radere al suolo il commento, nello svenire del linguaggio. Perché fate gli sguardi ammiccanti, attrici? Perché fate le attrici? Siate mitologiche! Siate caste, sorprese. Quello, sì, è un cazzo. Non rimarcatelo, per favore. Non fate nemmeno finta di soffrire – non ho nulla contro la sofferenza in amore, ma si vede che fingete. Allora: o non fingete, o fingete meglio.

 

Il problema vero, come sospettavo prima di mettermi a guardare, è il montaggio. Non mi importa del piano sequenza fine a se stesso: se c’è da staccare, si stacca. Non crediate che quel cambio di posizione debba essere documentato per questioni realistiche – il mio non è un veto. Volete farlo? Fatelo. La cosa non mi commuove né mi eccita – non dura nemmeno tanto questa pausa, questo stridore (a proposito: perché non inserite, in questi snodi, un vero stridore? Un telefono che squilla. Una caduta. Una carezza. Lei che si volta e interroga lui come a dire “perché ti sei fermato”. No, meglio di no, se il mezzo non lo sapete governare). Non ho bisogno di vedere da molto vicino quello che succede, poi. So quello che succede. Lo sappiamo tutti. Non facciamo scadere la meccanica dallo splendore alla didattica, il funzionamento dal mistero all’istruzione. Semmai, di ridere, di piangere e di aspettare si ha bisogno da questa parte.

 

Decido di dargli un’altra possibilità (ricavando per ora piacere solo da questo dare un’altra possibilità). Lei sa troppo cosa sta succedendo, lui non lo sa per niente. È un bambinone stupito che procede per via d’aggiungere: sposta, leva, mette, risposta, mette, leva, gira, cincischia, traccheggia, prende tempo, fa da sé, è insoddisfatto – cosa vuole?! – è beota. Ha la camicia. Come faccio a concentrarmi, così? Non solo ha la camicia, non solo è sbottonata, ma sospetto che sia a maniche corte. Ah no, ha le maniche arrotolate. Gliele ha arrotolate lei? E perché non me lo fate vedere?

 

Troppo tardi. Lei lo guarda: gli sta spiegando con gli occhi cosa sta succedendo (sia chiaro che non c’è elegia, non c’è lirismo, sono inchiodati alle loro parti come da copione). Lui capisce, sembra capire, ha capito. Ti prego, capisci. Si guarda il cazzo; io gli guardo il cazzo. Ci siamo. Sii potente, ma non così. Così. No, non così. Agisci! Preso dal panico, infila dentro. Sono per terra, l’inquadratura resta stretta, del contesto non si vede nulla; lei è a gambe larghe, un piede quasi addosso alla telecamera – ma non si creda che l’effetto sia studiato. Questo succede a prendere operatori che non sanno fare il loro mestiere. Ma almeno, operatore, sii infastidito da quel piede, non infastidirlo! Ok, lei ha capito: lo sposta. Non sa dove metterlo. Lui non la aiuta. Lei, per prendere tempo, gode.

 

Stacco, stavolta troppo drastico. Lei è di spalle. Lui fa l’unica cosa che sa fare. Lei resiste. L’operatore tenta l’intentato finora: le gira attorno, e la va a riprendere di faccia. Lui da lì dietro è presenza immanente et stante. Il suo movimento è abbastanza prevedibile. Cerco di trarre piacere dalla reiterazione, i primi 30 secondi. Lei ci fa capire che qualcuno la sta scopando da dietro. Didascalia epifenomenale, giacché appena il dubbio – qualora fosse comparso – si è diradato: lui cambia ritmo. Lei neanche se ne accorge.

 

Ma noto qualcosa, in un piegamento di un labbro: lei è stupida. Mi si attiva qualcosa, avverto una flessione, in un punto preciso della mia geografia erotica. Sarebbe piaciuta a Fabrizio? Mettiamola così: se lei fosse davvero stupida, lui potrebbe esserle appena superiore. Potrebbe aver approfittato della sua buona fede? Potrebbe averla attirata in casa sua? (casa: parlerei più di un monolocale semivuoto, dallo stile e dai colori di un’infermeria di palestra alla periferia di Lubiana, con due mensole che ogni tanto compaiono nell’inquadratura stretta). Ok, lasciamo le cose così: lei è totalmente in sua balia. Sì. Lui fa solo finta di essere stupido, o magari lo è ma in un modo molto animalesco, inconsapevole. Anzi no: lo è ma in modo consapevole. Non si capisce se qui ci sono libri, ma di là (LO SO che i monolocali non hanno un di là, ma magari ha un armadietto tutto suo in palestra, un villino ricoperto di rampicanti al centro di Praga, un altro monolocale in cui riceve le donne intelligenti), possiede tutta la letteratura sul tema della rinuncia all’amore – mostro infame, grottesca illusione e spasimo diverticolare – a favore del sesso o della morte. Va bene. Rimaniamo così.

 

Intanto lui si è stancato. Resiste per puro principio. Anche lei è stanca, ma non stoicamente: sciattamente. Si annoia. Abbozza. Scalpita un po’ per svegliare il plot e lui, poi mugugna, mugugna sempre più forte. Adesso addirittura urla. Adesso! Ma dovevi urlare prima, poco fa! Al secondo colpo si urla, per elegiaco stupore! Per riconoscenza al caso di essere capitata in quel monolocale a misura di quel cazzo, per Provvidenza! Devi urlare di sorpresa, abbiamo stabilito che di dolore non puoi urlare. Niente. Lui la prende per i capelli, per tirarla su, sempre a favore della telecamera. L’operatore ci ha donato uno dei suoi migliori primissimi piani, 3 minuti di pura banalità.

 

Nel tempo che mi occorre a sciogliermi un crampo al polpaccio, si apre un’altra possibilità: lui è davvero un essere abietto, scontato, mediocre, e lei è davvero, superlativamente, intelligente, colta, sgamata. Lei trae piacere dall’abiezione, dalla sottomissione (da cui, giustamente, il titolo) a qualcosa di infinitamente basso, di turpe, che sta al di sotto di lei: suprema modestia, raffinatissimo esercizio di sovranità. In questa dialettica, lei non si ferma ad essere padrona: il padrone ridiviene magicamente lui, incarnazione dell’ingiustizia del mondo.

 

Ad ogni modo, lui tira fuori il cazzo, se lo tiene, costruendo un nucleo emotivo, un punctum barthesiano che non mi è del tutto indifferente. Ma poi fa quello che non deve fare, il passo privo di grazia, la mossaccia – eccolo qua, l’uomo stupido-per-scelta che rinuncia alla scelta e torna alla semplicità del determinismo: si volta di spalle e senza nemmeno ordinarle nulla, senza nemmeno parlarle, senza guardarla, si rimette in piedi, al centro della stanza (che essendo casa sua un monolocale è contemporaneamente il centro di casa sua). Si tocca un po’ le palle, come a dire: sono io, quello che da bambino riceveva il buffetto del borotalco sul piano del lavabo, e ridacchiava felice. Non voglio guardare.

 

Lei – che capisce tutto, altro che stupida – neanche lo guarda e si mette in ginocchio. Su un cuscino. Chi lo ha messo lì? Visto che è entrato in scena un cuscino, non potevate fare che ce lo metteva lui (insieme delizioso garbo che accompagna e precede un’azione sgarbata, un fatalissimo espediente narrativo, un’ironia, una sofisticheria, un’ipocrisia che annuncia l’ineluttabile con sordida grazia)? Tra l’altro, è un cuscino di Ikea, uguale ai nostri. Sono forse, anche loro due, una coppia che arreda una casa vuota? Quale distruzione stanno costruendo?

 

Come che sia, il cuscino è lì, e lei, furba, se ne avvale. Lui non trova niente da ridire. Senza por tempo in mezzo (ma non in un modo che la furia possa essere travisata come punizione per la decisione del cuscino), le mette in cazzo in bocca. Lei mugugna già (o ancora), lui tace (ancora).

 

L’inquadratura resta claustrofobica, stretta, come se gli organi ne fossero strizzati, come se l’obiettivo li tenesse fasciati a favore di un accumulo di carne che sembra stipata da dita invisibili. Allarga solo un istante, perché si veda che lei lo sta guardando in faccia, perché è così che si fa. Questo va bene, ma chi le ha detto di fare così, il regista o lui? Se fosse lui sarebbe meglio. Anzi no, facciamo il regista.

 

Ma il regista è persona diversa dall’operatore? Facciamo che sì. Dov’è, ora, mentre lei succhia il cazzo a questo stronzo? Sta guardando? A cosa pensa: alla riuscita del video? Se la gode, come viene viene? Sorride? Ecco: sorride. Serio, però. Il regista assomma in sé le caratteristiche di cui tutti i personaggi sono privi. È infantile: gli piace fare il porno perché è come dire zinna, o raspa, o pompa a scuola. Deroga alla propria sensibilità in questi spazi di loisir per conto terzi. È generoso: lo sta facendo per me, sto lavoraccio. È intelligente: ha visto tutti i film di Kubrick, infatti e per questo ha chiesto all’operatore di mimare la mimesi, di sparire essendoci, di investire il cazzo di lui di stupita fatticità. È antitetico: ha spiegato loro che vuole l’entrata, l’uscita, lo spostamento, ma non a favore di una risoluzione finale. È ironico: cosa vi aspettate, da questo, se non l’accadere? Non conosce mediazioni, il porno, questo ha tentato di dire agli attori, per questo si è accertato che fossero stupidi.

 

Ora vorrei che Fabrizio fosse qui, a godere di questa correzione in seconda, da me fatta e subita.

Cosa avrebbe detto del regista? Lo avrebbe perdonato dell’attenzione che gli ho riservato, lo avrebbe elogiato, anche per il mio solo furore? Già, il regista… Fabrizio non è con me a guardare il film, non fosse altro che per il motivo che lui avrebbe potuto esserne solo il regista.

 

Questo regista mi conosce, conosce la natura di noi egoisti, di noi disastrati, di noi imbarazzati, di noi tiranni: perché altrimenti farmi frenare, farmi aspettare, farmi criticare, se non perché sa che mi piace così? È lirico: ha scelto una donna spalancata, disponibile, ma ottusamente fiera del proprio non pensare. L’ha investita della grazia del poter essere dozzinale eppure eroica. Ha poi scelto lui, il maschio ideale che lui non potrà mai essere, indifferente, inevitabile, privo di ogni senso massimamente di quello dello slancio. È su questo pensiero – la rinuncia allo slancio, l’orizzontale visione, il canale morto, il nulla centrale e periferico – che si libra il suo spirito, ed è il pensiero che imponga a me quell’abuso, quel no trattenuto e dolente, quella oltranza di rinuncia a dispetto del mio spasimo – è questa la differenza tra una sottomissione e la sottomissione profonda – ad allagare la dismisura del mio ruvido orgasmo.

 

Solo uno come lui avrebbe potuto dilatare l’inquadratura fino a riprendere la finestra, aperta – anzi, mi pare nel momento esatto in cui si sta aprendo, con un effetto di biancore progressivo su tutta la scena: la luce che colpisce l’obiettivo somiglia al lampo che ancora mi ottunde la mente, nell’attimo in cui veramente realizzo il desiderio impersonale dei due sullo schermo, e lo scopo della visione.

Ma è nell’istante immediatamente successivo a questo bacio della luce che un’altra abrasione, rapida e feroce come uno schizzo di acido, suggella lo scasso delle contrazioni. Mentre il biancore si assesta, lasciando vedere il contenuto del quadro definito dalle imposte, mi sembra di riconoscere, su un piano esterno alla finestra, un disegno radicale o digitale, un grafico di dita nere o di rizomi che si fanno via via più sottili e più definiti. Al termine di un processo che mi sembra lunghissimo, tanto è corrosivo quel qualcosa di cui è imbevuta la visione, quei tratti grafici dapprima incredibili mi appaiono in tutta la loro chiarezza di rami, fuori da ogni metafora visiva. Quelli sono rami di un albero, non solo: quello è il nostro albero d’arancio. Quella è la nostra finestra, spalancata come una bocca sulla nostra parete.

 

La consapevolezza mi investe con una violenza senza mediazioni.

 

Quella stanza è casa nostra. Quelli sono i nostri libri, il nostro cuscino. Ha fatto tutto lui – sento l’odore del suo pensiero. Ha girato il video mentre io ero fuori, e poi lo ha messo nel nostro computer come ha messo quei due in casa nostra: perché io li correggessi, per correggermi in abisso.

 

Ha costruito – dentro l’imperfezione programmatica del canale morto del porno – una struttura filmica densamente gremita di errori tecnici: per risvegliare in me, annoiata dalla rappresentazione del sesso più ancora che dal sesso stesso, il più spericolato, inopinato demone correttorio – io che correggo lui – oltre che per sottolineare che, per saper sbagliare così bene, anche quella volta aveva ragione.

 

 

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