Luca Mercadante, Come la prima volta
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(segnalato da Lalineascritta Laboratori di scrittura)

 

Me la ritrovo davanti in autobus, mentre vado a lavoro al policlinico. È una ragazzina, non dovrei fissarla così, ma sono catturato da una sensazione di familiarità che non capisco. È come se tutti quelli che le stanno intorno fossero piombati nel buio e, dall’alto, un faro la illuminasse tra la folla, solo per me.

Alla prima fermata mi faccio spingere verso di lei dalla corrente di pendolari in entrata. Osservo l’uomo al suo fianco, ha la mia età e da quello che si dicono, deve essere il padre, perché comincia ogni frase con un «Di’ a tua madre». È lui che conosco? Possibile. Avremmo frequentato la stessa l’università o chissà cos’altro, penso, ma è lei che continuo a guardare.

Ha i capelli castani, tirati indietro e sudati. Due ciocche sono sfuggite all’elastico brillantinato stretto all’altezza della nuca. La faccia è ancora rotonda, le sopracciglia non ancora modellate, ma il seno è già abbozzato e non poco. È in tuta lilla, l’elastico dei pantaloni è targato Dimensione Danza. È uno di quei pantaloni di cotone leggero, quelli con i lacci alle ginocchia fatti apposta per la danza moderna. Anche il borsone ha lo stesso marchio. Lo tiene a terra, tra i piedi, ma continua a reggere la tracolla con una mano. Con l’altra mano porta alla bocca una bottiglia di plastica dalla quale beve a grandi sorsate un integratore verdastro. Lo fa piegando la testa indietro, si vede la gola andare su e giù mentre lei continua ad annuire in risposta ai vari «Di’ a tua madre».

Marisa!

Ecco perché mi ha colpito, è identica a Marisa e in un attimo mi rendo conto che da anni non pensavo più a lei. La mia prima ragazza. Adesso comincio a piangere per la malinconia qui davanti a tutti, sai che spettacolo! Esamino il mio riflesso in un finestrino: non sono così malandato, certo la cravatta e il completo blu scuro non sono d’aiuto e nessuno mi scambierebbe per un trentenne, ma quando il mio sguardo si posa sugli altri “anta”, quelli che ho intorno, vedo solo pance gonfie, calvizie o forfora trascurata sui colletti.

Chissà come si è ridotta Marisa.

La conobbi al mare, era l’ottantadue e l’Italia aveva da pochi giorni vinto i mondiali. Il nostro primo bacio ce lo scambiammo sul muretto di tufo che portava in spiaggia, seduti uno di fronte all’altra a gambe incrociate. La sua faccia era così bella che posso ricordarla solo in primo piano: occhi castani, pelle scura, una piccola cicatrice sullo zigomo, labbra sottili e i capelli ancora bagnati attaccati al viso. Non parla nel mio ricordo, ma è felice e ha i denti bianchissimi. Era in costume nero senza maglietta e pantaloncini verde militare, dietro di lei la duna sabbiosa, il lido di legno, il campo da beach volley, il mare.

Ci mangiavamo di baci Marisa e io. Mi è sembrato di non aver fatto altro per tutta l’estate.

Dopo cena ci vedevamo ancora, prima con la comitiva, poi, mano nella mano andavamo verso il mare. Scavalcata la recinzione, ci stendevamo al buio su uno dei lettini umidi dello stabilimento balneare. Ancora ci baciavamo, ci strofinavamo l’uno contro l’altra dentro jeans ben allacciati. Quando infilai per la prima volta la mano nei suoi pantaloni, lei chiuse gli occhi, forse per la vergogna.

Una frenata brusca, il bus si ferma ancora ed io ritorno al mondo reale. «Non dire a tua madre che ti ho lasciata a metà strada» sento dire al papà che mi urta per sbaglio, ci guardiamo, poi si affretta a scendere prima che le porte si richiudano.

L’autobus riprende la sua marcia e io torno su di lei. La guardo ancora, il borsone è sempre a terra, ma adesso tiene la corta tracolla con entrambe le mani. Il borsone l’ancora al pavimento, la tiene ferma nonostante il continuo dondolio dell’autobus. Mi domando fra quanti anni abbandonerà il sogno della danza: non ne ha il fisico e la pubertà alle porte non gliene regalerà uno diverso. Arriverà il primo ragazzo, poi le versioni di greco e nei saggi di fine anno sarà messa sempre più in disparte, poi abbandonerà.

Mi avvicino disinvolto fermandomi proprio alle sue spalle. Scruto i segni dell’acne sul suo volto. Sulla pelle bianca della fronte un grappolo di foruncoli rossi scivola lungo la tempia destra e lo zigomo. Non ricordo se quando arrivano i brufoli ci sono già i peli tra le gambe. Marisa ce li aveva. Mi pianto a pochi centimetri alle sue spalle e respiro, fingo messaggi al cellulare, aspetto il primo scossone, mi urta, «Scusi, signore» mi dice e io «Niente» rispondo.

Al secondo scossone, ancora non mi muovo, non la tocco, ma quando il bus sobbalza di nuovo, mi appoggio a lei. Sento l’odore dei suoi capelli, un misto di shampoo alla frutta e sudore. La gente intorno preme, dico anch’io «Scusa», l’accarezzo con il mio pube spinto in avanti, felice di aver messo i pantaloni leggeri.

Chiudo il cellulare e aspetto si accorga che qualcosa di duro la sfiora leggera. Quanto vorrei che si grattasse proprio dove la sto toccando, che me lo sfiorasse con la mano mentre si gratta. Respiro, forse troppo forte, lei mi guarda per un attimo e si rigira di scatto, ancora uno scossone, mi stacco. Che faccio, aspetto? Ho esagerato. Uno schiaffo, un urlo e tutta questa gente mi darebbe subito addosso. Prima di tutto gli uomini, perché sono proprio come me.

Lei invece non fa niente, forse mi aspetta, no impossibile, però, magari è incuriosita. Che faccio, mi riavvicino? Senza l’aiuto di uno scossone? Ma lei se ne va, scende, lo faccio anche io e tanta altra gente.

Seguirla a distanza, pedinarla, forse è troppo, forse sto davvero esagerando, ma quando sto per tornare sui miei passi lei entra in un bar affollato. La seguo dalla vetrina andare dritta in bagno. Immagino la sensazione della sua vescica piena, la vagina contratta a trattenere pipì, poi entro, chiedo per la toilette, l’uomo al bancone indica senza parlare una porta che ancora si muove.

Sono nell’antibagno, vedo la serratura del gabinetto delle donne scattare da verde a rosso, entro in quello degli uomini che è proprio lì affianco e chiudo anche io. Sento strappi di carta igienica, si sente tutto, mi abbasso la zippo dei pantaloni in un momento di silenzio per farle capire quanto siamo intimi e poi mi sto fermo, non emetto un respiro, aspetto che i suoi pensieri arrivino a me: piscia fortissimo, sembra voglia farmela sentire apposta e allora piscio anche io, centro l’acqua per far più rumore, adesso di sicuro mi sente, adesso di sicuro sa che l’ho sentita.

Avrà le mutandine alle ginocchia e le gambe allargate. Si starà mantenendo al lavandino per non toccare la tavoletta, sento le ultime gocce, le immagino staccarsi lentamente dalla vagina rosa, dai peli morbidi e radi. Mi riallaccio i pantaloni e aspetto il rumore della sua serratura: devo uscire quando esce anche lei. Mi accosto alla porta mano alla maniglia. Sento prima lo scorrere dell’acqua, l’aeratore e poi più niente, non arriva più niente. Che aspetta? Forse si domanda cosa io stia facendo.

Sento il trac della chiave che libera la serratura della sua porta, apro di scatto anche la mia e quasi urtiamo, «Ah, ma sei tu» faccio, «mi sbaglio o eri in autobus?» lei fa un movimento all’indietro con il busto e io sono ancora lì a insistere: «Questi muri sono ostie, non è vero? Si sente tutto…». Lei mi scansa, spalanca la porta ed esce di corsa.

Non volevo mica farle niente di male. Mentre la porta si richiude, la vedo in fuga verso l’uscita, o verso il bancone? Chiederà aiuto. Cazzo, cazzo, cazzo, basta una sua parola, basta una sua sola parola e sono rovinato, ma devo uscire, non posso aspettare, qui sono in trappola. Apro la porta, mi avvio alla cassa con i tacchi che battono a terra, sono già pronto a fare l’offeso, sono già pronto a dire «Ma che razza di posto», «Desidera?» mi fa invece il ragazzo al bancone.

Ricontrollo il locale, di lei non c’è traccia, «Desidera?» ripete, e io «Un caffè» dico, ma ancora penso a quando l’ho sorpresa nell’antibagno, alla sua faccia. Aveva le labbra rosso pastello, sorrido, forse era burro cacao alla ciliegia, «Un caffè» ripeto, «e un cornetto, crema e amarena».

Il suono delle sirene mi raggiunge all’ultimo boccone. Mi va storto, si ferma in gola. Quella stupida ha chiamato i Carabinieri, «Posso fare il caffè?» mi chiede il ragazzo, io tossisco, mi faccio rosso, «Signore, tutto bene? Beva un po’ d’acqua», le sirene, stanno venendo a prendermi, «Beva» mi fa una vecchia, a stento si regge in piedi ma trova la forza per battermi duramente sulla schiena, qualcun altro mi sorregge, «Beva. Guardi in alto. Guardi l’uccellino» mi divincolo, deglutisco a forza, mi faccio viola e infine ingoio, «Faglielo vedere a tua sorella l’uccellino!» urlo alla vecchia.

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Esco dal bar che ancora annaspo. Ancora con le lacrime agli occhi per lo sforzo di non soffocare. Mi lancio in strada per attraversarla, infilarmi in un vicolo, scappare. Le sirene sono assordanti, mi sono addosso, cerco riparo dietro un’auto parcheggiata, ma poi mi rialzo e tiro un sospiro mentre mi do dell’idiota: non sono Carabinieri o roba del genere, ma un’ambulanza e un veicolo dei Vigili del Fuoco. Mi sfrecciano davanti, li seguo con lo sguardo fino all’incrocio, dove si fermano.

Molte persone vanno in quella direzione, anche il ragazzo del bar, prima si affaccia e poi corre verso l’incrocio, «Un incidente» sento da più voci. Quando arrivo anch’io sul posto vedo un’auto schiantata contro un palo. Tre ragazzi sono già stati estratti e stesi sull’asfalto, «Erano in sei in macchina» dice qualcuno, «Correvano come i pazzi, ma è stata la ragazza ad attraversare come una scema».

Dall’altra parte della strada un gruppo di persone fa capannello intorno a un corpo, «Sono un medico» dico a voce troppo bassa mentre mi avvicino, «Sono un medico» urlo e quelli si aprono: a terra c’è lei, esanime. Blocco la mia corsa, faccio per andarmene, Me ne devo andare!, ma il ragazzo del bar mi prende sotto braccio, «Dottore, è quella che stava con lei nel bar» mi tira, lo seguo, «Non stava con me!» e sono su di lei.

È sporca di sangue e terra, ha una ciocca di capelli inzuppata e schiacciata sulla fronte. Il sopracciglio sinistro aperto. Tutta la parte mancina del corpo è escoriata. Orecchio, guancia, spalla, gomito, polso, fianco, gluteo e coscia sinistri sono stati raschiati dall’asfalto; la felpa è strappata e i pantaloni sfilati fino alle caviglie. Si vede l’osso scoperto del ginocchio e, attraverso le mutandine, il pelo folto e nero. Mi sfilo la giacca e la copro. «Chiamate quelli dell’ambulanza» ordino, «È ripartita» mi rispondono, «stanno arrivando le altre.»

Mentre cerco il polso, verifico lo stato d’incoscienza, «Ehi» le urlo, «mi senti? Sveglia! Come ti chiami?» ripeto più volte il “come ti chiami” in modo che s’imprima bene nella memoria del ragazzo del bar. Gli occhi della ragazza vanno da destra a sinistra e poi lentamente di nuovo a destra e ancora a sinistra. È in precoma. Strappo quel che rimane della felpa, poso l’orecchio sullo sterno, ausculto e guardo l’ombelico. Non sento il battito, l’ombelico non si muove, quindi non c’è respiro.

Comincio la procedura BLS, massaggio cardiaco e respirazione assistita. «Milleuno», spingo con le mani una sull’altra e lo sterno si abbassa, «Milledue», le mie mani sono scure e pelose, la sua pelle è bianca, allargo il più possibile le dita per cercare di infilarne uno nel reggiseno sportivo, ma non ci riesco, «Milletre, millequattro», tra un secondo la bacerò, «Millecinque».

Le metto la testa in posizione, le apro la bocca e infilo due dita per spostare la lingua. Me le ritrovo impasticciate di saliva e sangue, copro la visuale di tutti quelli che mi stanno intorno con il mio busto e giro ancora le dita nella sua bocca, tra le sue labbra pastello e ciliegia. Prendo un respiro, spalanco la mia bocca e copro la sua, ha la faccia così piccola che l’avvolgo dal naso al mento, potrei ingoiarla come fa un boa, la ricopro della mia saliva, soffio con forza tutta l’aria che ho nei polmoni e prima di staccarmi infilo la lingua. Ritorno al torace, questa volta mentre posiziono le mani infilo il mignolo e l’anulare destro sotto il reggiseno, «Milleuno, milledue, milletre», sì, penso, questo è il capezzolo, non è molto sviluppato, ma l’areola è larga, «Millequattro», ho ancora in bocca il sapore di burro cacao alla ciliegia, «Millecinque».

Vado avanti per diciassette minuti, il cuore riprende a battere, poi ritorna anche il respiro. Arriva l’ambulanza.

 

  1. Simone Simonini

    Emozionante! Di un’emozione che racchiude in sé le emozioni. Dove, normalmente, prevalgono il disgusto, la rabbia e la tristezza. Laddove però, a seconda delle inclinazioni del lettore, il concetto stesso di emozione può snaturarsi e trasformarsi in eccitazione sessuale.

  2. mic

    Sembra un racconto simbolico, dove il rapporto amore-morte viene capovolto con amore-vita. C’è anche il paradosso di ciò che potrebbe portare alla condanna morale invece porta a salvare una vita, dalla paura al sesso sublimato, gli ingredienti delle apparenti contraddizioni della vita. Lo trovo freudiano, alla base di tutto la libido, la pulsione erotica tesse ancora trame di vita.

    • Ldc

      Trovo questo breve racconto un tantino spigoloso. Nella lettura ho avvertito un po’ di mal di mare, il bisogno del passato mi ha fatto cogliere una grezza vena nostalgica. A tratti si accelerava ma poi di colpo il freno rosa.
      Mi sono comunque sentito a mio agio nonostante lo stomaco ed il quasi lieto fine tronco.
      Scrittore ai miei gusti interessante.
      Ldc

  3. Car

    Un racconto che potrebbe far storcere il naso a molti per via della delicatezza dell’argomento. A mio avviso un racconto che mostra quanto forti possono essere i desideri e quanto debole possa essere alle volte la ragione quando gli istinti sessuali emergono prepotentemente liberi dalle catene della moralità.
    Un racconto ben scritto, interessante dall’inizio alla fine.

  4. vichi vicovic

    realismo percettivo, direi ( con la evve moscia) ! meraviglioso! non mi sono staccata nemmeno per un attimo dalle immagini forniteci.

  5. MARIAGRAZIA

    Lo trovo volgare e squallido. L’istinto sessuale e la morte. Orribile e osceno. Non so come si possa apprezzare. Forse nella letteratura pornografica.

  6. michele

    Tutto d’un fiato dall’inizio alla fine e poi quando finisci tiri un respiro per riprenderti e dici….bello!

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