Eduardo Savarese, Non passare per il sangue
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(segnalato da Lalineascritta Laboratori di scrittura)

 

La disco è ancora mezzo vuota e passano la prima ora a parlare al banco e a bere cocktail meschinamente annacquati, dai nomi disperatamente esotici. La gente che si riversa nell’ora successiva è un’onda di teste, ricci, bocce calve, gel, spume, rasta, piercing, che cresce e monta come un maremoto mite che culla il cervello svagato di Luca.

Balla per ore senza fermarsi. Tommaso gli porta da bere ogni tanto e ci prova, con le mani affusolate che volteggiano sulla testa di Luca, lungo il polso tatuato, sui fianchi, e lui sfugge, saltellando in angoli remoti, a fianco a gruppi di ragazzi sconosciuti che lo guardano di sottecchi, strusciando le spalle di ragazze sole, fino a insinuarsi ai piedi di cubi dove troneggiano muscoli e cosce. Giovanna gli passa le mani tra i capelli e sul collo, Adolfo fa la faccia storta, ridono tutti come scemi, alzano le braccia. Odore di ascelle, sudore aggrumato sulle pance. Che dejà vu, pensa Luca, mentre Tommaso lo imbocca di un cioccolatino ripieno e gli dice qualcosa sullo stomaco sottosopra per il troppo alcool, che dejà vu, ma qui c’è già stato? No, non c’è già stato, qua dentro. Ma questo stesso stordimento assordato ha preso piede quando la bara vuota è sbarcata nel forte, in Afghanistan, per ripartire ancora vuota verso l’Italia; è stato il punto di partenza degli strani atteggiamenti, dei mormorii, delle tensioni, e poi sono venute le pasticche per dormire e quel suo stramaledetto exploit davanti a mezzo reparto, e la visita in ambulatorio, e il consiglio vivissimo di starsene a riposo…

In auto, tornando verso Vico, le orecchie ottuse nel silenzio post discoteca, quando un esercito in marcia sembra rimbombare nel cranio rallentato dall’alcool, nessuno parla. Tutti fumano a finestrini spalancati, allo stereo acceso in sottofondo qualcuno discorre di musica contemporanea e folklore, Dio Santo, che mal di testa, quasi una nausea adolescenziale, c’è da ridere e piangere come nella migliore tradizione delle sbornie isteriche!

«Sai?» È Adolfo che ha parlato, una voce cavernosa, roca, ha cantato mentre ballavano il remix pop anni ’80 ed ora boccheggia tirate di Camel quasi afono. «Marcello lo presi in giro anche io, un anno. Durante una gita. Boh, il primo, il secondo liceo.» Giovanna spegne la radio, socchiude gli occhi, come volesse prevedere l’intenzione dell’amico-compagno nell’intraprendere quel discorso. È soltanto ubriaco o vuole dire qualcosa di minimamente significativo? «C’era un mio compagno di classe, uno stronzo tra l’altro, ignorante, che lo detestava per quanto era bravo a scuola. E lo stronzo gli fa, a Marcello, cioè proprio in faccia, come sto io con te ora, Luca, solo che c’erano altre trenta quaranta persone, eravamo tre classi penso, in partenza per la gita, gli fa “ma è vero che sei ricchione?”. Ricchione è gay nelle tribù di Napoli e dintorni.»

Luca getta il mozzicone fuori. Gli occhi cerchiati quanto la testa vorrebbero mettere un bavaglio alla bocca di Adolfo. Ma non si può. In fondo, per questo ci è uscito, stasera.

«Lo so bene che vuol dire, lo so» mormora.

«E lui stava fermo, zitto, la faccia indurita, guardava fuori, come se non esistessimo. E noi ridevamo, e lo stronzo insisteva, con gentilezza, dice “Davvero, lo dicono, ma è vero o no?”. E lui zitto, c’aveva una faccia rossa! Cazzo, ragazzi, che cattiveria c’hai in corpo a quindici anni? Voglio dire, a quindici anni si è proprio stronzi.»

«Si è stronzi sempre, tutta la vita, mica la cattiveria è passeggera. Ci sta dentro come una pianta ben nutrita.» Giovanna tiene d’occhio Luca dallo specchio retrovisore

«Sì, però non drammatizziamo. Ci è capitato a tutti di essere sfottuti, figurati in paese, m’avrebbero crocifisso, a me. Poteva rispondere, sì, so’ ricchione, embé? Santa Barbara!» Tommaso singhiozza e quasi geme, la disinvoltura delle sue parole contrasta con l’aria tetra e la voce lamentosa che gli sono scese addosso dall’uscita dalla discoteca.

Non si dicono altro. Luca è triste, semplicemente triste. Tiene il capo rilassato sul poggiatesta, le mani sul sedile, come un corpo senza vita, un automa scarico, amareggiato e senza direzione.

«Eccoci.»

Tommaso è collassato e Adolfo pure.

«Non li svegliare, Gio’.» Aprono le portiere piano. «Gli uomini vengono meno facilmente» sorride lei. Si abbracciano, si baciano sulle guance.

«Be’, è stato un piacere, davvero. Magari quando siamo a Roma…»

«E certo, io con mail vi dico se ho licenze natalizie o direttamente a febbraio a questo punto. Probabile che scendo anch’io.»

«Davvero?» Giovanna si avvicina al muretto che fronteggia la Torretta, quasi si assopisce al suono delle onde leggere, calme, al bagliore notturno della spuma arricciata sulla sabbia.

«Sì, è possibile.»

«Devi tenerci molto a Marcello. Mi dispiace per te.» Si gira e lo abbraccia stretto, ma stretto davvero, i seni sodi spiattellati sulle costole puntute di Luca. Cazzo, non piangere, si dice lui, non piangere. Ma le lacrime se l’è trattenute troppo a lungo. Gli scendono, lente, dense, naturali e neutre come le onde lì sotto. Giovanna con delicatezza si discosta dal petto di lui, si passa una mano tra i capelli e sussurra l’ultimo ciao, senza guardarlo più. Il rumore dell’auto che si allontana gli risuona nella spina dorsale per molto tempo ancora. Quando tutto è silenzio, e rimane soltanto lo sciabordio dell’acqua sulla spiaggia e gli scogli, Luca getta uno sguardo fugace alle stelle e si ritira in camera, a pezzi.

 

© Nathalie Cohen - http://wheredreamsmaycome.blogspot.it/

 

***

 

Talvolta, Luca sogna l’intera notte lo stesso sogno. Gli capita quando ha la febbre o quando dovrebbe andare in bagno, ma non riesce a rendersene conto, e la pressione dell’urina nella vescica si tramuta in ossessione onirica. Gli capita quando è agitato, anche se di solito non lo riconosce, e allora la causa dell’agitazione, quasi vendicandosi, gli abita le visioni notturne, senza lasciarlo in pace.

Si sta alzando dal letto come se il giorno prima avesse affrontato un addestramento spietato. La notte con Giovanna e gli altri ha contemplato alcol, cattiva alimentazione, ore di sonno perse. E in più, durante il sonno, sono ritornate le immagini dell’incubo vissuto, con variazioni inquietanti che hanno mescolato realtà e finzione.

Mentre le campane di diverse chiese bombardano i vetri della sua stanza d’albergo da nord e da sud, Luca si preme le mani alle tempie per non confondere il ricordo di ciò che davvero è accaduto e gli elementi esclusivamente prodotti da sogni disturbati.

Siede sul lato del letto, arricciando e distendendo le dita dei piedi. Si è sforzato di non pensarci. Ma stanotte nel sogno si è affacciata tutta una serie di circostanze che sperava fossero scivolate via, almeno per il momento. E ora, davanti agli occhi, c’è il legno che riverbera nell’aria con un effetto prezioso di luce; la levigatezza, le striature del noce, le cerniere dorate della bara, contrastanti con la polvere che si accumula sullo spiazzo del fortino. Sta lì, desolata. Non c’è tempo né modo di starle accanto, di piangere, sussurrare una preghiera.

Un microgrammo di pasticca per dormire, e non piangere. Il medico, Fabbri, gli ha detto: «Prendine un quarto di sera, e non farti beccare».

La bara è sbarcata da un aereo. Sopra c’è un tricolore. Luca si è offerto di dare una mano. In sogno? No, davvero. Qualcuno gli diceva, «In fretta, ragazzi, in fretta!», un atterraggio è l’occasione perfetta per fottersi l’esistenza: una mina che esplode, un attentato di cecchini.

La bara è lì. Ci fiocca della neve sopra.

Guglielmini, seguito da due giovani afghani, dice: «Ci sistemiamo una coperta sopra, si rovina il legno altrimenti».

Luca non gli va dietro. La notte in cui è arrivata sono usciti sullo spiazzale. Il colonnello Foglia ha guardato, triste. Per ore, silenzio, la bara chiusa in uno stanzino e l’inchiesta che andava avanti. Luca che chiede «Posso assistere?», Foglia che scuote la testa, «No».

In camera fa freddo. Dorme col giubbotto antiproiettile, che d’estate lo fa squagliare dal caldo.

 

«La notte dello sbarco della bara ho pianto?» se lo chiede ad alta voce, ora che è sveglio. No, neppure in sogno. Non ha pianto neppure stanotte.

«Cacchio.» Luca mette i piedi nudi sul pavimento. Il mal di testa è peggiore di quanto pensasse. Una doccia può essere risolutiva.

Le pupille fisse sul soffitto, le ciglia che gelavano. La terza notte dall’arrivo della bara il colonnello Foglia corre come un dannato per il fortino e urla «Il rapporto è stato concluso, il rapporto è stato concluso».

Questo è parte del sogno di stanotte, si dice, mentre l’acqua bollente gli scorre sui dorsali, sul petto, dal collo ai piedi, avvolgendolo in fumo e vapore alla mela verde.

Ha urlato, quando era lì? Davvero? Questo è stato nel sogno, stanotte. C’era pure Tommaso con i capelli di platino e il mascara, vestito soltanto di un piccolo asciugamano intorno ai reni, che distribuisce biglietti a tutti i militari per una serata alla Cage aux folles.

Luca sorride sotto il getto della doccia. È un sogno che non sarebbe dispiaciuto a Marcello, è Marcello che gli ha fatto vedere Il vizietto, lui neanche ne conosceva l’esistenza.

Sì, lui ha urlato per davvero. Senza Tommaso, certo, ma ha urlato per davvero. Nel sogno, mentre Tommaso distribuiva gli inviti alla Cage in asciugamano stretto ai fianchi, ancheggiando soavemente, Luca si è messo a urlare: «Io lo so! Io lo so perché si è spinto avanti, perché si è distanziato dagli altri. Lo so!”. Nel sogno tutti si sono voltati verso di lui, e hanno riso, riso fino a crepare sotto i tavoli della mensa; tenendo tra le mani le scatolette proteiche, sembravano vomitargli addosso le loro risate grasse, potentemente servili.

Nella realtà, è stato peggio che una risata. Lo hanno osservato con occhi di vetro. Il colonnello Foglia e Guglielmini, rigido come un tronco, si sono diretti contro di lui.

«Io lo so! Sapete?» Lo hanno preso sotto le braccia.

«Io lo so» ancora gli risuona nella testa, mentre sta avvolto nell’accappatoio e la doccia gocciola stille ancora tiepide.

«Ma che cazzo sai, invece?» si chiede ora, a voce alta. Troppo alta, perché Agar gli risponde, dalla camera: «Dici a me?».

È arrivata la nonna, per la consegna finale.

Esce dal bagno a piedi scalzi, i capelli disordinati e un sorriso ebete sulla faccia. Agar lo accoglie ritta vicino alla finestra. Gli sta piegando un pullover e Luca glielo sfila di mano con tutto il garbo che può. Sul tavolino accanto alla porta d’ingresso, c’è un vaso di vetro smerigliato pieno di fiori bianchi e rossi che non conosce.

«Sono gardenie» la nonna anticipa la risposta.

«Sono stupende.»

«È un picolo dono di arrivederci.»

Agar indossa un abito più elegante che nei giorni precedenti, una casacca che scende ai fianchi di mista seta verde scuro, che manda bagliori nei punti in cui il tessuto è stato trattato dando un effetto di lucido. La parrucca è gonfia di boccoli perfettamente sistemati sulla fronte e sulle orecchie. Accanto ai fiori, una borsetta di pelle e strass neri. Il viso le riluce di una crema spessa che manda odore di mandorle. Deve essere un appuntamento importante, questo, per Agar. Luca lancia un’occhiata preoccupata alla valigia rigida.

«Agar, io vorrei partire presto per Napoli, per non tornare troppo tardi a Roma. Questa valigia, ora che ci siamo conosciuti, che abbiamo parlato di Marcello, ecco, lo so che ci sarebbero tante cose che forse vuoi sapere, sulla sua morte, su ciò che è accaduto laggiù…ma…»

Agar si lascia andare sulla poltrona dallo schienale lungo di vimini. «Non mi serve sapere niente, di quelo… voglio dirti che lo so che anche tu sai poco, o comunque non vieni a dire a me quelo che il ministero non dice.» Ha un breve sorriso amaro che le corruga la lucentezza compatta della crema spalmata sul viso. «Però vorei vedere con te cosa altro c’è, così tu puoi spiegare. Ho visto che ci sono altri libri, vediamo se c’è altro.»

Luca ha sempre pensato che nella vita è meglio non sottrarsi alle proprie responsabilità, ma che è ancor meglio non mettercisi sotto a tappeto, cioè se si può rimandare, rinviare, assaporarsi piano ogni giorno, con le pene le cose più piacevoli! Ma sfuggire ad Agar è obiettivamente difficile, alla sua cosiddetta veneranda età, alla solitudine che l’aspetta senza più suo nipote. Sfuggire allo stesso fantasma di Marcello sta diventando sempre più impegnativo. È un fantasma che chiede spiegazioni: compare in sogno, gli fa incontrare ex compagni di scuola che lo portano in discoteca, lo spinge a venire fino a qui, a consumare i suoi giorni di congedo in luoghi sconosciuti inseguendo le bizzarrie e le frasi terrificanti di un generale femminile che non si ritira in pensione, nonostante l’unico polmone funzionante.

Dalla valigetta, quasi qualcuno glieli metta in mano contro la sua volontà, afferra e tira fuori un batuffolo di nastri intrecciati. Uno, bordeaux, lo riconosce. Poi ce ne sono altri, tutti in velluto o seta, tutti dai riflessi cangianti a seconda dell’esposizione alla luce, intessuti di qualche piccola preziosità, una frangia finale sottile e dorata, un decoro di filo ricamato.

«Questo lo conosco, perché è un regalo che gli feci… che gli facemmo, noi del corpo speciale, prima di partire per l’Afghanistan. Per il compleanno, l’anno scorso. 31 anni, sì. Era un libro di storia, penso.»

«E lui si è conservato tutti i nastri. Quanto gli piacevano i nastri, le cose che lucicano, gli acesori delle bambole, sai? Aveva una fisazione, Dio mio, per le barbie, lo sapevi?»

«No.» Luca non riesce a trattenere uno sbuffo d’impazienza. Ma Agar non lo recepisce e continua.

«E certo che non lo sapevi, forse lui si vergognava. Teneva nascoste le sue cose, quando è cresciuto. Non si sapeva quele amiche, per esempio, che studiavano con lui il pomerigio, al liceo, ma che raporti avevano con lui? Perché stava sempre con tante ragaze? Quando è entrato nell’esercito, ha tenuto nascosto ancora più, è normale ed è giusto. Insoma, le barbie…»

«Perché mi vuoi parlare di questo? Che lui giocava con le barbie? Che le comprava magari di nascosto alla madre? Perché? Perché ieri mi hai raccontato del negozio di abbigliamento che Marcello fingeva? I dispetti che faceva agli amici pur di non giocare a calcio? Perché pensi che mi dovrebbe interessare?» Luca sbotta tutto d’un fiato, la voce squilla nella stanza verso una zona di tensione nervosa che gli stende e fa vibrare le vene al collo. Agar lo guarda senza espressione, come se con la poltrona avesse creato una struttura di pietra immodificabile, un’inorganica vecchiezza di ossa che vede scorrere davanti a sé giovani, inesperte agitazioni umane.

«Te lo chiedo perché tu puoi dirmi cose che nesuno ormai più può sapere, nesuno può dire a me, alla sua madre…»

«La sua madre, nessuno l’ha interpellata. Scusami Agar, ma neanche tu. È una tua ricerca personale.»

«Ed è giusto così perché tu non sai quanta fatica per generare le generazioni, con un polmone solo, nella guera che segue alla guera, con i maschi che afferano e le femine che insultano. Quando Marcelo ha deciso di stare nell’esercito, tra me ho deto, questo qui deve dimostrare, ha il dirito di dimostrare, contro il destino, contro la natura, anche contro Dio, di dimostrare che noi vogliamo, vogliamo e vogliamo, e stiamo sopra le cose, non soto.» Prende un fazzoletto di cotone dalla tasca, tutto stropicciato e appallottolato. Si soffia il naso, rumorosamente.

«Non pensare che piango, quando mai? Ma a settembre mi viene sembra questa specie di rafredore, il naso, eh…Questo è la verità, io per questo ero contenta che lui andava nell’esercito, ma poi mi chiedevo “è servito?”.»

«A te cosa importa saperlo, ora?» Luca siede sul letto, quasi di fronte a lei. Sembra implorarla di lasciar correre, di prendere in consegna la valigetta e basta.

«Io devo sapere. Devo, perché è il mio sangue, per sapere se tuto è stato inutile…se lui era come io penso, forse è meglio così…» il tono di Agar diventa lamentoso, spezzato, un affanno piega le parole, ne ottunde la piena percezione, come le affogasse in una materia liquida. Luca è in piedi. La fissa dall’alto. Si passa le mani sul jeans, sente i palmi che sudano.

«E allora Agar, mi dispiace, che tu sei venuta fino a qui, che mi hai portato i fiori freschi, che hai cucinato per me. Perché ti dico che tutto è stato inutile, come dici tu, e che allora è proprio meglio che tuo nipote è morto. Perché io e tuo nipote stavamo insieme. Come posso dirti? Fidanzati? Diciamo anche così. È così.»

Agar stringe i braccioli della poltrona, allarga la fronte, le sopracciglia inarcate a stento racchiudono la dilatazione delle pupille. Sembra guardare un punto fisso davanti a sé, dove passa e si riassume la sua storia, dove forse qualcuno la sta sberleffando, dove vorrebbe poter intervenire per trovare pace, la pace alle sue condizioni, però. Si alza con uno scatto come fosse tornata una ventenne in lotta per il suo amore sull’isola di Creta.

«Non è una cosa buona il vostro amore. Tu pensi che io non conosco cose del genere, le ho conosciute invece. Non sono ignorante, come credi. Ma rimane il fato che non è una cosa buona.»

Luca afferra la valigetta rigida e la spalanca, versandone il contenuto sulle lenzuola aggrovigliate.

«Qui dentro, ecco, vedi, ci sono cose che non sono di Marcello. Ce le ho messe io, non so neppure a quale scopo preciso, ma me le sono portate, forse perché qualcosa dentro di me prevedeva un momento del genere. Sono regali che il fidanzato contro natura che avevo mi ha regalato. Vedi? Ecco, questa è una copia di un romanzo, perché lui diceva che leggevo troppo poco, e mi tormentava, e mi divertivo a farmi tormentare da lui, sai?, questo è uno dei segni dell’amore, contro natura o secondo natura, proprio non so, figurati!» Luca si ferma un attimo per respirare, quasi si strozza con un grumo di saliva inghiottito male. Il romanzo cade a terra, davanti ai piedi di Agar che lo fissa seguendone le lettere del titolo, Camere separate. Luca, in fretta, con impaccio, lo raccoglie e sfoglia le prime pagine. »Vedi che c’è la dedica sopra: Perché tu non abbia paura del nostro amore. Leggi, puoi!» Ma Agar non legge e lui continua.

«Ecco, ancora, una coroncina di diamanti, finta, ma vedi che plastica luccicante, però? Perché c’è che Marcello, studioso e serio e il primo della classe e pazzo, pazzo al punto di farsi sparare, rapire, fare a pezzi, ebbè, lui diceva sempre che sarebbe bello che noi due ci travestiamo e siccome io sono un frocio ma molto maschile, vero? allora mi regalò per un San Valentino ’sta coroncina, perché sarebbe arrivato il giorno di un bel ballo in maschera, io e lui, però tutte e due vestiti da principesse.»

Luca piomba ginocchioni sul materasso.

Ha il fiatone, il cuore gli batte a mille come se avesse sventato un attentato terroristico, solo lui tra un milione.

Agar continua a star seduta, respinge il libro che flebilmente, senza convinzione, Luca le porge, soltanto il luccichio fasullo della coroncina attira uno sguardo grigio-celeste obliquo, diretto al suolo.

«Io dico che sempre si deve dire la verità. Ma le cose maledete rimangono così, sempre.»

«È una maledizione anche contro di me? Molte grazie.»

Agar prende la borsetta. «Non contro te, figlio mio. Cosa puoi sapere tu?» e sguscia dalla porta, silenziosa e rapida come una ventata di inizio autunno.

 

 

(Estratto da romanzo;  in uscita a settembre 2012 per e/o)

 

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