Francesca de Lena, Tempesta
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(segnalato da Lalineascritta Laboratori di scrittura)

 

Dovevamo fare l’amore.

Ed eravamo piccoli.

Non volevamo stare insieme per sempre, volevamo solo toccarci.

Passeggiavamo sulla banchina bianca da poco riverniciata da Don Procolo, che, come tutte le primavere, la rimetteva a nuovo prima che venissero agganciati i pontili per attraccare le barche.

D’inverno non c’erano i pontili, e non c’erano nemmeno le barche, c’era solo la banchina, poco illuminata, con le onde che si rifrangevano e facevano rumore.  Noi stavamo lì a guardare l’onda che si avvicinava e, quando stava per arrivare,  scappavamo via, perché per l’impatto l’acqua si alzava e, se ci prendeva, tornavamo a casa con i vestiti zuppi, e poi ci toccava fare il bagno caldo ed essere asciugati con il phon.

D’estate, invece, il porto diventava più piccolo perché montavano i pontili per le barche che arrivavano a decine. Alcune ripartivano, altre si fermavano tutta la stagione, e sembrava che il posto per le onde non ci fosse più. D’estate venivano pure i guardiani delle barche, ogni anno uno diverso e noi non sapevamo perché. Non potevamo chiederlo, non erano mai del posto e ci era proibito parlargli. Erano tutti giovani, o non troppo vecchi, e senza fidanzata.

Le case dove abitavamo erano case di mare, ma il mare non si vedeva perché di fronte al porto c’era la caserma militare che si prendeva tutto il panorama e, a fianco, le case per i villeggianti estivi, che venivano dalla città a prendersi il panorama pure loro. Però l’odore di mare arrivava, bastava ci fosse un po’ di vento o i nostri padri che rientravano a casa dopo essere stati al largo a prendere i pesci. A volte ci portavano con loro, ma a noi non piaceva pescare, e ci tuffavamo dalla barca per fare il bagno. I pesci si spaventavano e scappavano via, e poi ci voleva un po’ di tempo prima che si convincessero a tornare. I nostri padri si arrabbiavano tantissimo e ci giuravano ogni volta che non ci avrebbero mai più portati. Ma noi, tanto, lo sapevamo che non era vero.

 

© Margherita Morotti http://badecho.blogspot.it/

 

Eravamo stanchi di essere bambini, di andare in barca con i nostri padri quando ce lo permettevano, quasi a farci un regalo di Natale, di mangiare la torta della nonna al pomeriggio davanti ai cartoni animati, di ascoltare le nostre madri urlare la parola scuola tutto il giorno. Che di scuola neanche ne capivano niente, e noi, invece, che a scuola ci dovevamo andare per forza. Volevamo diventare grandi e sapevamo che i grandi erano quelli che si tenevano per mano e si davano i baci con gli occhi chiusi e, allora, ci prendemmo per mano.

Non ci piacque molto, avevamo le dita incastrate tra loro e i palmi un po’ sudati perché faceva caldo, ma dovevamo farlo per forza, per andare a fare l’amore.

Andavamo in terza elementare, tutti nella stessa scuola perché ce n’era una sola, ma in classi diverse. A inizio anno ci avevano separati, ma noi ci vedevamo nei corridoi, oppure dentro ai bagni. E il pomeriggio, pure, stavamo sempre insieme.

Però io e Marco stavamo insieme di più.

Quella sera, quando ci allontanammo, gli altri ci presero in giro.

«Che ne sapete come si fa?» dicevano.

«Quelle cose le sanno fare solo i grandi.»

Ma noi, ormai, avevamo deciso e volevamo provare.

Avevamo scelto una barca che già conoscevamo, una di quelle in cui ci nascondevamo per giocare a guardie e ladri. Il guardiano nuovo era lì da qualche mese e lo chiamavamo Rosso perché aveva i capelli rossi. Guardava troppa televisione e mangiava assai, così stava quasi sempre a dormire. Quella sera si era addormentato già da un po’ quando saltammo dalla banchina. In punta di piedi attraversammo il pontile e a un certo punto passammo proprio vicino a lui e lo sentimmo russare. Mi scappò da ridere ma smisi subito perché Marco se no mi avrebbe detto che ero solo una bambina. Arrivammo vicino alla barca, era grandissima, con i cuscini del prendisole in pelle bianca, e la porta per andare sottocoperta così alta che noi due ci passavamo in piedi. C’era pure il tavolo con le sedie. A Marco piaceva perché aveva un timone grandissimo come quello dei pirati e lui lo sapeva girare, perché una volta lo zio gliel’aveva fatta portare una barca. Pure io ero contenta perché Marco mi aveva promesso che me l’avrebbe fatto vedere, come si guidava. Saltammo su, ma poi ci accorgemmo che la barca era troppo in vista perché il Rosso gli aveva cambiato posto. Era la più grande in mezzo a tante altre piccole e c’era un lampione che gli sparava un sacco di luce dalla strada. Ci avrebbero visti tutti i signori del porto e anche quelli che passeggiavano, allora Marco decise di cambiarla. Io non ero tanto d’accordo, avevo sentito mia madre dire che due che si amano tanto non fanno caso alla gente e allora pensai che Marco non ci tenesse a me.

Mia madre e le sue amiche il pomeriggio guardavano le telenovele e quindi ne capivano di cose amorose. La sera, poi, trascinavano le sedie di plastica davanti casa e si accomodavano sull’uscio a guardare le coppie passare. E allora si convincevano che quello che avevano visto in televisione era proprio vero. Una di loro, di una donna che passeggiava con un uomo, sapeva dire subito se era la moglie o la sua amante.

Marco trovò un’altra barca, di legno consumato, piccola e senza cabina. Stava in fondo a tutto e non c’era neanche una luce vicino. Io non volevo andare perché ci ero rimasta male, ma poi pensai che mia madre e le sue amiche non ne potevano sapere tanto, che stavano da vent’anni con i mariti e ancora chiudevano la porta a chiave quando andavano in bagno. Io e Marco, invece, quando ci scappava, la facevamo insieme sulla spiaggia, la pipì, una di fronte all’altro.

Quella sera eravamo proprio belli. Abbronzati e con la pelle profumata di olio Johnson. E con i capelli lunghi, tutti e due. Marco scavalcò per primo. Mi strinse la mano per aiutarmi mentre teneva la barca ferma, ed io gliel’avrei voluto far vedere all’amica di mia madre. Che, così, di me, non l’avrebbe mai potuto dire che ero l’amante.

La barca si chiamava TEMPESTA ed era un buon nome per un nido d’amore, faceva pensare a parole epiche come tempesta d’amore e un cuore in tempesta. Ci sedemmo sulle panche di legno, una di fronte all’altro, e ci abbracciammo forte. In mezzo al mare faceva freddo. Ci guardammo fissi negli occhi per innamorarci e perché non sapevamo da dove cominciare.

«Mi devi toccare il seno» dissi io.

«Ma tu non ce l’hai il seno» disse lui.

«Come non ce l’ho? E questo cos’è?» dissi io. E mi alzai la maglietta.

Marco sbarrò gli occhi ma non mi toccò, si tolse la maglietta anche lui. Mi guardò per un po’ di tempo, poi il seno me lo toccò, anzi il capezzolo, con due dita, e sorrise.

«Ti è piaciuto?» gli dissi.

«Credo di sì» disse lui.

Volevo toccarlo anch’io, ma non sapevo dove, allora provai sul petto che era liscio e molto largo. Marco era alto, più alto degli altri, e aveva già le spalle grosse, come suo padre.

Mi prese il viso con due mani, allungò il collo e mi diede un bacio sulla bocca. Io gli occhi non li chiusi, perché volevo vedere lui che faceva, e, infatti, li teneva aperti pure lui.

Fu un bel bacio, il nostro primo bacio, veloce e abbastanza asciutto. Allora riprovammo, e questa volta fu più lungo. Gli occhi dopo un po’ li chiusi, perché così si doveva fare e poi volevo provare com’era. Marco non lo so se li chiuse, però secondo me sì. Mi prese la mano e giocò con il polso, lo faceva girare e se lo passava sotto il mento, strofinandosi la faccia. Io bagnai l’altra mano nel mare, e la tenni un po’ dentro l’acqua, per farla diventare fredda e scrollargli le gocce sulla testa. Poi scesi giù fino alla fronte e gli passai le dita sugli occhi. Marco all’improvviso mi toccò di nuovo il capezzolo ed io mi arrabbiai perché non gliel’avevo dato il permesso, e le dita gliele misi nelle orecchie e poi tirai forte, ma non gli feci male. Lui mi bloccò le braccia dietro la schiena e mi diede un morso sotto al collo ed io risi tantissimo perché mi faceva il solletico. Allora cominciò a farmelo dappertutto, anche sotto le ascelle. Io gli gridavo di smettere, però in realtà mi stavo divertendo.

Ci demmo un altro bacio, ma stavolta mi avvicinai io per prima, e lo vidi che chiudeva gli occhi.

«E adesso che dobbiamo fare?» disse.

«Abbiamo finito» dissi io.

Ci stendemmo a terra, sotto le panche di legno, guardando le stelle. Non le avevamo mai viste così in silenzio, e non ci eravamo mai accorti che erano così tante. Marco chiuse gli occhi e si addormentò. La barca cullava, e anch’io avevo sonno, ma cercavo di resistere. Pensai che se fosse arrivato Rosso il guardiano, avrebbe chiamato qualcuno.

«Che state facendo?» avrebbe detto.

«L’amore» avrei risposto.

E poi sarebbero arrivati i nostri padri. E le nostre madri con le loro amiche. E i signori del porto. E tutti quelli della terza elementare.

«Che state facendo?» avrebbero detto.

«L’amore» avremmo risposto.

E allora sarebbero andati via tutti, perché di fronte all’amore vanno tutti via.

Misi la mano sulla pancia di Marco e la testa vicino alla sua, e mi addormentai. Il mare si agitò. In lontananza un traghetto navigava lento, e ora le sue onde stavano arrivando fino a noi.

  1. bimboadulto@alice.it

    Fantastica , solo fantastica, per una bimba che in realta’ e’ solo una grande donna , anzi femmina , che fortuna conoscerla che peccato perderla.

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