Maurizio Baruffaldi, L’orbita
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Mia madre è davanti alla vetrina del macellaio. Aspetta me. La vedo, ma quando arrivo a dieci metri decido di fermarmi. È una distanza che mi rende invisibile ai suoi occhi. Mi mimetizzo comunque, tra le persone in attesa di un autobus.
Ha la borsetta color crema, gonna e scarpe basse in tinta. I capelli legati alti, una cipolla che si sfoglia al vento. Gli occhiali dalla montatura vistosa le scivolano continuamente sul naso, lei continuamente li riporta agli occhi.
Dietro di me la vetrata pubblicitaria, con lo sguardo ritoccato di Monica Bellucci. Davanti  lo sguardo di mia madre, che punta nella mia direzione senza riuscire a toccarmi. Mi godo lo spettacolo della sua attesa. La osservo inosservato, come davanti a un vecchio filmino, perché ho voglia di ricordare.
Le si avvicina una donna anziana con un cagnolino dal pelo arricciato.
Si salutano, senza cerimonie ma con intimità, come se si fossero svegliate nella stessa stanza. Ed io, per evitare di essere riconosciuto, mi sistemo dietro Monica Bellucci: sbircio dal profilo libero della foto. Mia madre sta parlando  sicuramente di me, l’atteso, che dovrei essere già lì da un pezzo.
I minuti devono cominciare a sembrarle infiniti perché prende il cellulare, lo avvicina e allontana dal viso per mettere a fuoco, poi digita schiacciando pesante. La signora rimane accanto a lei, ha trovato compagnia e non se la farà scappare.
Sento vibrare la tasca della giacca ma lascio sfogare il trillo primitivo della suoneria.
Quando mia madre telefona, parla solo lei. Provi a intervenire ma ti sovrasta subito, deve seguire il filo del suo pensiero, deve mettere sul piatto tutte le cose che ha da dirti prima di perderle. E se poi ha esaurito i suoi argomenti ne basta uno dei tuoi per rilanciare altre curiosità, consigli inevitabili o, recentemente, preoccupazioni.
Ha sempre avuto poche paure, il suo “mi raccomando” è sempre stato distratto, pura formalità: mia madre usava le antenne, per capire quando era necessaria un’attenzione vera. Annusava i figli, più che osservarli. Oggi, forse, la vista che perde i contorni ha diminuito le sue sicurezze, ma le resta sempre il naso, sostanzioso, l’unica parte imperfetta del suo viso.
Ricordo quando entrai in casa con una nuova fidanzata. Mangiammo tutti insieme, mia madre fu gentile senza perdere la schiettezza, mio padre spiritoso come gli accade di rado, e sempre quando c’è qualche bella donna ad ascoltare.
Si chiamava Tania. Era spartana, per così dire. Mia madre non aveva mai dato opinioni sulle donne che frequentavo, bastava che la guardassi guardarle. Ma quella volta, il giorno dopo, mentre ero alla finestra a osservare il grande albero che ormai copriva la vista del nostro balcone al quarto piano, lei si avvicinò e disse: «Non è la ragazza per te». Nient’altro.
Sparì in cucina e io non seppi aggiungere nulla. Presi quel colpo sottile e decisivo e lo portai con me per intere settimane. Non era la ragazza per me semplicemente perché desideravo altro. Altre. Altrove.

 

© Elio Finocchiaro – eliofinocchiaro.deviantart.com

 

Finalmente il cellulare smette di suonare e le persone alla fermata smettono di chiedersi perché non rispondo. Lei rimette in borsa il suo, ma non è convinta. Lo ripesca, compone, con la signora smilza che le resta accanto, come al fuoco una notte d’inverno.
Starà chiamando mio fratello: sa che non può fare nulla, ma intanto ha una scusa per sentirlo, perché lui, poco più giovane di me, è anche più attento, le dà più sicurezza. È l’uomo della sua vita, ha le qualità e i limiti che lei saprebbe e vorrebbe amare in un uomo. Io e lei siamo troppo simili, diamo il meglio nello scontro.
Questa sua preferenza è lampante e naturale, ma lei sembra non accorgersene. Quando mi dice «Ci pensa Andrea» oppure «Sì, però Andrea è un amore», sembra quasi che voglia ricordarmi le mie mancanze. E io sono d’accordo con lei, sul valore di mio fratello e sulle mie mancanze.
Mia madre parla ormai da un po’. Gesticola, riposiziona le lenti, ogni tanto si ferma, mano aperta sospesa, posa da ascolto, poi le dita tornano a disegnare origami nell’aria. Si avvicina e si allontana dalla vetrina del macellaio, sbircia le offerte a pennarello: vorrebbe entrare, magari comprare qualcosa, giusto per far passare un po’ di tempo. Ma non cede, sa che potrei arrivare da un momento all’altro. Allora si dedica all’amica, mentre il cagnolino ha puntato il muso verso un grosso pezzo di carne con l’osso, la sua preda immobile.
A me arriva il ricordo nitido di una bistecca. Sarò stato adolescente, irrequieto e affamato come il bastardino. La volevo alla svelta, e mia madre era impegnata. Avevo una qualche fregola che mi aspettava e insistevo. Allora lei si era alzata dalla sedia vicino alla macchina da cucire, aveva preso la bistecca da uno di quei cartocci oleosi, mi si era avvicinata e con un colpo di rovescio me l’aveva sbattuta cruda sulla faccia: «Eccoti la tua bistecca!».
Insieme a una risata fragorosa.
E io? Serio per un attimo, poi ero scappato, prima che arrivasse il secondo rovescio.
I capricci in casa mia non erano previsti.
Mia madre sta perdendo la vista. Il suo sguardo non ha più la lama smeraldo che ti trapassava, si è fatto più incerto, cerca costantemente l’inquadratura. Anche con gli occhiali, tutto ciò che le passa oltre i tre metri diventa un’ombra. La guardo e le disegno attorno questo cerchio immaginario che la separa dal mondo, come l’orbita di un pianeta.
Eppure io non soffro
e in fondo mi piace
pensarti cieca
costretta a decifrare
a metterci altri sensi.
Propensi a non farsi ingannare.
Per quel distacco che non hai.
Tu che stai dentro le cose.
Le ho scritto questi versi, ma non li ha mai letti. Li tengo per me, come una crudeltà che non si può svelare. Ma li conosco a memoria.
Intanto squilla ancora il cellulare, ma questa volta lo spengo subito.
La signora con cagnolino ha ceduto e si è allontanata, mia madre lascia definitivamente il telefonino alla sua borsa e guarda in continuazione l’orologio che le abbiamo regalato a Natale. Poi s’incammina verso casa.
Io esco dalla tana e mi metto sul marciapiede. Sembra parlare da sola, quasi preparandosi le frasi che dovrà dire. Quando è ai fatidici tre metri aguzza la vista, lentamente, la mia forma le appare familiare, il suo sguardo si addolcisce, e non sa se ammonirmi o commuoversi.
«Mamma, scusa, ho trovato un po’ di casino.»
«Non fa niente» dice, poi mi stringe il viso tra le mani e mi bacia ai lati della bocca, uno dei suoi baci rumorosi, profondi, affamati. «Però potevi avvisarmi. Andrea mi avvisa sempre quando ritarda.»
«Volevo farti venire voglia di vedermi…»
«Ma io ho sempre voglia di vederti.»
«E gli occhi, come vanno?»
«Cosa vuoi che ti dica… Me li faccio bastare.»
Ci incamminiamo insieme, lei si aggrappa leggera, come se il mio braccio fosse una liana. Io mi giro a guardare le palpebre arrossate e quelle pupille di tigre che conosce la dolcezza.
«Lo sai che da quando la tua vista è peggiorata sei più bella?»
«Adesso dovrei essere felice di diventare cieca! Potevi dire solo che sono ancora bella!»
«Sei ancora bellissima… Ma pensavo che hai vissuto sempre di netto, di colori accesi, e invece oggi ti tocca apprezzare i contorni, le sfumature.»
Mi squadra, riconosco la sua guardia da pugile: non ha capito bene dove voglio arrivare, ma il suo sguardo ha una leggerissima piega remissiva, una nota che mi avvolge e vince.
Sento di amarla, come mai prima. O forse, finalmente.

  1. Andrea

    Lo leggerò una seconda volta.

  2. Youth Lynch jersey Green

    Whenever we appear at it this way, it might enable us to show the tables on ADHD and to the concentrate of numerous who are intent on medicating this era of potential Van Goghs. Medication is often a combined bag for ADHD. It

  3. Canada Goose Men S

    Other illustrations may be given, however the stage remains precisely the same. On top of that towards the obvious stage relating to man

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