Daniele De Serto, Demolizioni
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Quando arrivai a casa sua, trovai la porta aperta e Max disteso sul divano. Con quella conformazione da gorilla non c’entrava per intero. Per terra davanti a lui c’erano quattro o cinque bottiglie di birra vuote, una lampada a stelo ne allungava le ombre sulla moquette celeste, tra le cicche debordate da un posacenere. Tutto era in disordine. Lo scenario si presentava migliore di quanto potessi sperare per la rappresaglia che mi apprestavo a mettere in atto. Max mostrava di essere ormai prossimo a toccare il fondo. Io ero lì per dargli il colpo di grazia. La nostra lunga amicizia era andata a rotoli da un pezzo, aveva attraversato una fase di odio malcelato per poi sfociare in guerra aperta. Era giunto il momento di regolare i conti. 

- Prendi una birra. – sollevò il braccio peloso come fosse una proboscide e mi porse una bottiglia.

- No, grazie – risposi – sono venuto solo per dirti che sei fuori dalla società.

Per tutta risposta Max scaricò un rutto, guardandomi dritto negli occhi. Aveva la barba lunga di una settimana.

- Devi passare sul mio cadavere – grugnì in un secondo momento dopo aver posato la birra ed essersi grattato la pancia – Non venderò la mia parte.

- Non c’è bisogno. Non c’è l’hai più una parte, volevo dirtelo personalmente. Alla riunione di oggi ti abbiamo escluso a maggioranza. Per gravi inadempienze al contratto sociale.

- Non potete liquidarmi.

- E’ finita, Max. Ci penseranno i legali a chiarirti le idee.

© Margherita Morotti

Sapevo che il lavoro era la sua ancora di salvezza, dopo il divorzio e tutto il resto. Per questo mi ero adoperato affinché il consiglio dei soci deliberasse la sua esclusione, sarebbe stato come tirare su il ponte levatoio che lo teneva ancora in contatto con la realtà e con qualche possibilità di recuperare terreno. Al consiglio mi ero inventato un paio di storielle di sicura presa. L’evidente principio di alcolismo aveva fatto il resto. 

Max mi guardava con occhi spenti. Sembrava lontano.

- Sono stato al letto con tua moglie. – disse infine, senza alcuna enfasi.

Scrutai la sua faccia, sembrava sul punto di ruttare di nuovo.

- Stronzate.

- Complimenti per l’idea dello specchio di fianco al letto.

- Non ci verrebbe mai con te.

- Proprio una bella idea – ribadì, esaminando stancamente un quadro sulla parete.

Mi voltai per dargli un’occhiata anche io. Pochi tratti esili su uno sfondo madreperla raffiguravano due guerrieri sul punto di darsele a colpi di spada. Entrambi erano provvisti di scudo, elmo, gambali. Il mio primo pensiero fu che l’esito del loro scontro, elementi alla mano, appariva del tutto incerto. Un bookmaker li avrebbe quotati alla pari, con oscillazioni a seguito delle prime mosse. Il pensiero successivo fu che, se Max aveva un problema con l’alcool, era indubbio che io ce l’avessi con il gioco… A ogni modo quel pezzo doveva essergli costato un occhio della testa. Max era un amante delle aste, e dello sperpero. Il divorzio però lo aveva indebitato pesantemente. Aveva cercato di rifarsi con un paio di affari spregiudicati ma senza fortuna e la terra gli era rapidamente franata sotto i piedi. Non era preparato a rinunciare a tutto quello che aveva accumulato. Si era messo a sedere adesso, con la schiena curva e i gomiti sulle ginocchia. Osservava la stanza attorno a sé come fosse terra bruciata.

 - Sono lontani i tempi della scuola – rimuginò a voce alta.

Non risposi. Stavo pensando a quando potevo avergli detto dello specchio in camera.

- Ci siamo divertiti no?

- Si – ammisi, allentandomi il nodo della cravatta.

- Vorrei tornare indietro nel tempo, al primo giorno – disse prima di mandare giù l’ ultimo sorso di birra.

-  A fare che?

 - Almeno non sceglierei di sedermi al banco vicino a te.

 - Sono io che mi sono seduto vicino a te.

 - E’ vero, ma io non ti ho cacciato perché avevi l’aria del secchione da cui copiare i compiti.

 - Tu invece avevi l’aria del ripetente che mi avrebbe evitato un po’ di guai in cambio di un aiuto nei compiti.

Max scivolò un po’ in avanti con il sedere, mettendosi più comodo.

- Con la riga da un lato e il maglione fatto in casa…– disse – Gesù, se facevi schifo.

- Certo non avevo la tua classe. Profumo, gelatina, genitori separati.

Aggrottò la fronte e strinse un po’ lo sguardo.

- E quand’è poi, esattamente, che sei diventato più prepotente di me?

Il divano su cui era seduto catturava la luce fredda della lampada. Allargai le braccia.

- Non saprei.

Era più un sospiro che una risposta. Dopodiché restammo in silenzio. Max aveva infilato l’indice nella bottiglia vuota e la agitava come fosse un prolungamento del suo dito. Io invece cercavo di concentrarmi sulle date. Quando era entrato in camera mia l’ultima volta? Quando avevo comprato lo specchio?

Lì dentro faceva caldo, Max non si era preoccupato neanche di aprire la finestra. Slabbrai del tutto il nodo della cravatta e mi sbottonai la camicia. Mi pareva che una forza misteriosa avesse preso a pomparmi litri di sangue bollente in faccia.

- Un bel cazzo di casino – riattaccò a lagnarsi – Avrebbero dovuto separarci quando ci hanno scoperto a falsificare le giustificazioni….

Ma ormai non gli davo più retta. Ero troppo impegnato a sforzarmi di riordinare le idee. Dunque, io lo specchio l’avevo acquistato su internet dal mio ufficio e anche se Max avesse frugato nel mio computer non avrebbe potuto sapere dove l’avessi piazzato. Forse non avendolo notato nelle altre stanze era andato per esclusione. Qualche particolare mi stava sfuggendo.

Fuori la finestra un’ultima luce moriva, c’era una pellicola verde in cielo, tremolante, a testimoniare che afa e smog avevano esagerato quel giorno. Cominciavo a sentirmi debilitato fisicamente. Presi una sedia e mi ci accasciai sopra avvertendo la camicia fare presa sulla schiena sudata. Max stava ancora borbottando, aveva raggiunto il bordo del divano e si era messo a dondolare con il busto, ossessivamente. Osservai la sua incipiente chierica puntata contro di me. La esaminai qualche istante e, finalmente, mi ricordai che lo avevo sognato. Un incubo atroce. Dovevano essere trascorse un paio di settimane, ormai, da quando mi ci ero svegliato di soprassalto. Era stato fondamentale qualche bicchierino (e qualche scommessa online, non intendo negarlo) per dissolvere l’angoscia e farmi tornare al letto con un respiro regolarizzato. Poi lo avevo rimosso, insieme a chissà quali altri deplorevoli scherzi del subconscio. Sto dicendo che mi ricordai di aver sognato Max e mia moglie. Non in camera mia però. Erano all’aria aperta. E ci stavano dando dentro. Io ero lì, a pochi metri, e avevo di fronte quella stessa chierica che imperversava avanti e indietro. In piedi, nascosto dietro un cumulo di materassi sventrati, potevo seguire gli spasmi dei loro corpi ma non riuscivo a sentire un bel niente. I loro gemiti erano annullati da un rombo cupo e persistente mentre, tutto intorno, la natura si stava ghiacciando. In cielo c’era un sole pallido e anomalo che si riempiva progressivamente di macchie scure. Non c’era altra anima viva in giro a parte loro due. Carcasse di animali e, sospettavo, di esseri umani si confondevano con la vegetazione divelta. Sullo sfondo c’erano delle montagne collassate, dai fianchi lividi, accasciate come giganti stremati. L’atmosfera era rarefatta e d’ineluttabilità. Una desolazione completa. Dalle pendici di quel che rimaneva delle montagne partivano e si snodavano dei fiumi che erano ormai lingue di ghiaccio.

Una mi passava proprio sotto i piedi.

Là sotto, in trasparenza, potevo vedere un sacco di pesci congelati. Carpe, trote, persino uno storione. Cambiando la messa a fuoco vedevo invece la mia immagine riflessa. Ero scavato e terribilmente pallido. Era evidente che anche a me restasse poco da vivere ancora.

 

 

  1. Ford

    Mi è piaciuto molto. Veloce, teso, metaforico. Vorrei ci fosse un seguito.

  2. Guendalina Strana

    Leggendo si ha l’impressione di stare in piedi accanto al regista di un film (un film bello) e di sentire il rumore della macchina da presa che si sposta da un’immagine all’altra. Cattura.

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