Enrico Miceli, Umanità andata a male
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All’interno degli autobus affollati c’è sempre quell’odore stantio di umanità andata a male. Un odore come di carne marcia. Un odore che dà il voltastomaco. Un odore ripugnante, come di morte.

Salgo sull’autobus per la stazione e le porte si chiudono alle mie spalle. Respiro ed è tutta un’esplosione di questo puzzo. Il mezzo è affollatissimo di uomini indifferenti le cui parole si mescolano tutte insieme diventando un brusio incomprensibile. Mi guardo intorno. Vidimo il biglietto. Cerco il mio spazio vitale. Poi un tizio, un rom, a pochi metri da me, prende a suonare una dannata fisarmonica e giuro che vorrei fargliela mangiare. La sua compagna si muove tra la gente ammassata e sembra quasi che abbia voglia di ballare. Saranno circa le 19 e 30 e questi qua c’hanno ancora voglia di ballare e di suonare. Mah!

Cerco di estraniarmi malgrado la musica mi tartassi il cervello e l’unica cosa a cui riesco a pensare è che tra poco dovrò recarmi alla stazione della Cumana e prendere il treno e farmi ancora un’ora di viaggio prima di arrivare a casa. Solo al pensiero mi sento impazzire. E questo tizio se ne sta qua e non la smette di schiacciare gli stramaledetti tasti della sua fisarmonica.

Finalmente la mia fermata.

© Nathalie Cohen

Quando si apre la porta tiro un sospiro di sollievo. L’impatto con l’aria fresca mi fa dimenticare immediatamente l’odore guasto del bus. Scendo e il rom e la sua compagna sono dietro di me, pare quasi che mi stiano seguendo. Dopo un po’ mi superano e continuano a camminare di tutta fretta come se anche loro fossero in ritardo per qualcosa. Magari anche loro c’hanno degli appuntamenti, chissà. Io accendo una sigaretta perché so che dalla fermata del bus fino alla stazione c’è giusto il tempo per fumare, né un minuto di più né un minuto di meno, ammesso che non ci sia troppo vento. E giacché oggi vento pare quasi che non ce ne sia per nulla io, indifferente, me ne vado in stazione fumando.

Poi il rumore assordante delle moto. Un rombo simile al ruggito di una bestia, simile all’urlo da battaglia di una tribù cannibale. Quattro moto che corrono contromano come una bolla d’aria nel flusso sanguigno. Sopra i mostri di metallo otto individui col volto coperto da un casco che qua, da queste parti, non è mai un buon segnale.

La sigaretta è finita e quasi mi cade dalle mani. Le moto mi passano davanti come cavalieri dell’apocalisse, ma, grazie al cielo, m’ignorano. Proseguono. Curvano. Poi avverto gli spari. Una raffica ripetuta di mitraglietta che non somiglia per niente al rumore che senti nei film. Pare tutto finto, tutto surreale. E per un secondo la gente si guarda in faccia spaesata, come se non sapesse bene cosa accade. Tutti si mettono a correre all’impazzata come formiche con la tana scoperta. E corro anch’io, anche perché data la situazione, be’, non si sa mai. Corro, seguo gli altri e ci precipitiamo tutti all’interno della stazione. Alcuni dicono che hanno sparato a un ragazzino. Altri parlano di un regolamento di conti tra i Sarno-Ricci e i Mariano. E io invece non dico nulla, non m’interessa.

Siamo tutti davanti ai tornelli che cerchiamo di entrare. Fuori dalla stazione il rombo delle moto è così potente che lo si avverte riecheggiare fino a far tremare i muri, e tutti ci agitiamo come gli insetti di un alveare colpito. Il puzzo di carne guasta, qui, lo avverto ancora più che nel bus. Miele rancido e sangue marcio. E’ un odore contronatura, è umanità andata a male. Alcuni scavalcano i tornelli, altri cercano di sfondare le porte di plexiglass che vietano l’ingresso. Io invece cerco di stare calmo e come un tic nervoso mi frugo in tasca per trovare il mio biglietto. È tutto un via vai confuso di gente che si muove avanti e indietro. Una marea di individui che riempie quasi per intero il piccolo spazio intorno alla biglietteria.

Poi entrano anche il musicista del bus e la sua compagna. Lui zoppica vistosamente come se fosse caduto durante la fuga. Mi frugo in tasca ma il biglietto non vuol saperne di saltare fuori. La ragazza non ha più voglia di ballare e anzi incomincia a gridare. Chiede aiuto, dice qualcosa che non capisco. E intanto il mio biglietto non vuole saperne di saltare fuori. Dannazione!

Il musicista si accascia per terra e un istante dopo una funzionaria della stazione ci comunica con voce asettica che è possibile uscire dalle porte laterali poiché la situazione ora è più tranquilla. Tutto il piccolo branco che abbiamo formato finalmente si normalizza e segue la donna verso l’uscita. Io sono più rilassato. Restano solo il rom e la sua compagna, noi altri ce ne andiamo via, a casa. Ed era ora.

Nel tg locale, una volta tornato al mio divano, rivedo le immagini riprese dalla telecamera a circuito chiuso della stazione.

Il ragazzo era un musicista rumeno di nome Petru Birlandeanedu ed è morto lì, dissanguato, colpito per errore da due proiettili durante l’agguato di camorra a cui ho assistito. Un proiettile nel petto e un altro in una gamba. Lei, la ragazza, ha gridato aiuto, disperata, fino all’ultimo. L’unico a stringerle la mano per darle coraggio, per farle forza, è stato Petru. Lei piangeva, sola e sconvolta, e non sapeva cos’altro fare. L’ospedale dista dalla stazione poco più di duecento metri. L’agonia di Petru è durata quasi mezz’ora. Che storia terribile! Già. Davvero terribile!

Poi, stropicciandomi il viso con una mano, spengo la mia sigaretta e metto via il posacenere.

Infine passo canale e cerco qualcosa in tv, così, giusto per distrarmi un po’.

Racconto liberamente tratto dall’omicidio di Petru Birlandeanedu avvenuto in provincia di Napoli il 26 maggio 2009.  

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