Federico Del Prete, Da Walden al downshifting. L’ordine naturale di Lucas Foglia
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Nel mondo assillato dalla crisi del sistema capitalistico la riconversione ecologica degli stili di vita è ancora un miraggio. Nessun governo ha la visione strategica necessaria a metterla in atto, e le risorse naturali stanno rapidamente esaurendo il loro millenario compito di rassicurare le altrettanto millenarie ansie del genere umano. I personaggi ritratti nelle fotografie di Lucas Foglia (A Natural Order, 2012) sono convinti della possibilità e della necessità di cambiare, di vivere fuori dagli schemi (off the grid), lontano dal sistema corrente, al punto di mettere in pratica le loro conclusioni. Il fotografo stesso è cresciuto in una di queste piccole comunità dove i frutti della terra sono condivisi tra chi sa lavorarla e ne conosce i segreti. Ma alcune contraddizioni nello stile di vita della sua famiglia lo hanno convinto a vederci chiaro, almeno registrando fotograficamente più tracce possibile di questo modus vivendi. L’autosufficienza è di fatto una chimera, le risorse del nostro pianeta già non bastano più a sostenerci. L’età dell’oro è perduta per sempre. Anche nei recessi raccontati nelle immagini la scorciatoia tecnologica permea ogni gesto, sia esso reale o immaginario. L’erba è sì tagliata con il millenario gesto del falciatore, ma per godere i frutti del pesante tronco ci si affida ad una provvida motosega. Se i pensosi animali latitano dal paesaggio, l’aratro è aggiogato a un più realistico pick-up. Si caccia con l’arco del primitivo così come con il fucile d’assalto del reduce. I personaggi di Foglia sono primitivi del futuro, la mente protesa verso la ricerca di un vivere il meno possibile condizionato dal benessere ma con i piedi più o meno saldamente piantati nella contemporaneità. Non per niente, ci informa lo stesso fotografo, molte di queste comuni sono in contatto con l’esterno tramite il segnale di internet.

La fotografia offre ancora oggi – a chi abbia la pazienza di leggere le immagini che produce – uno straordinario strumento di analisi e di narrazione. Foglia ci chiede di esplorare le sue per cogliere il senso del downshifting (la riconversione degli stili di vita verso l’essenziale, anziché la riduzione di ogni attività al progresso del superfluo) messo in atto dai suoi personaggi. Provo a raccontarne tre.

 

Davanti ad una vetrina Cora ha lo sguardo perso. Al di qua del vetro, insieme a noi, nel mondo dei colori sgargianti, delle civetterie, c’è una donna manichino. I capelli di Cora sono nascosti dai motivi di un tessuto punitivo, che invade anche il resto della sua figura. I capelli della finta donna sono invece tagliati in modo attraente. Cora evita il suo sguardo, e anche il nostro.

 

Il tavolo è un elemento di riuso preso chissà dove. Rocce, una penna a sfera, il portacenere raccoglie mozziconi di sigaretta con filtro. Al posto di un eventuale computer c’è una macchina da scrivere. Il trofeo di un cervo è inserito in una cornice, un tempo destinata ad accogliere un ritratto di famiglia. Accanto a esemplari di erbe palustri appese a seccare, la strana immagine di due leopardi. Una candela è sospesa con mezzi di fortuna al soffitto in una gabbia che ricorda antichi strumenti di tortura. Un’altra riposa sul tavolo in un’innocuo candeliere. L’atmosfera è satura di attività meditative destinate forse a rimanere isolate.

 

Lo schizzo di latte dalla mammella della capra è premurosamente indirizzato nella bocca del figlio. L’occhio attento del padre arriva ad indovinarne il sapore, l’odore è già diffuso. La capra, che sguardo ha? È perso nell’erba, fuori campo.

 

Centosessanta anni fa Thoreau accese nel cuore del Paese più mercantile della contemporaneità un dibattito sulla necessità di rivedere presente e destino di una società sempre più diseguale e infelice, condannata a perdere il contatto con la natura per causa della modernità e del capitalismo. Il tema era di attualità anche in Europa, da dove infatti Thoreau prese le mosse ascoltando lo svizzero Rousseau. Assetati di progresso e di benessere, gli statunitensi moderni si sarebbero visti metaforicamente restituire gli stessi specchietti e perline con i quali, oltre al sangue, avevano messo insieme un territorio. È nella dipendenza dalla tecnologia che naufraga il sogno americano. I primitivisti eredi di Thoreau, che oggi leggono John Zerzan, obiettano come il cosiddetto benessere contemporaneo, piuttosto che per i sentieri della meditazione e della consapevolezza, passi piuttosto sull’asfalto del possesso e della concupiscenza di oggetti e comportamenti. Uno di questi specchietti da baratto è senz’altro la fotografia, strumento tipico del distacco tra uomo e natura ma al tempo stesso tra le ultime occasioni di trovare un antidoto all’alienazione mediante l’esercizio della comprensione. Ancora dopo un secolo e mezzo, la fotografia impone un secco arresto ai pensieri fibrillanti, obbliga a confrontarsi con la nuda astrazione dal reale: la frazione di secondo dell’esposizione reclama minuti di fruizione, di riflessione, in definitiva di lettura. La ricerca di una relazione tra il primitivismo e trascendentalismo con la fotografia di paesaggio statunitense ha prodotto sia abbagli interpretativi che felici conferme. I garbati ammonimenti di Rosalind Krauss sulla errata attribuzione di valore artistico e riferimenti letterari a immagini essenzialmente documentarie se non commerciali devono metterci in guardia da letture affrettate, nello specifico a proposito dei primitivi paesaggi di Timothy O’Sullivan. Ma dai maestosi quanto surreali paesaggi di Ansel Adams, fino alle recenti immagini di questo giovane fotografo, si ascolta ancora il potente respiro di Thoreau arrivare dalle sponde del lago Walden.

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