Federico Del Prete, Uscivo dalla finestra e correvo nella rugiada
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La Metaflora di Walter Chappell

 

È aperta fino al 2 febbraio 2014 negli spazi della Fondazione Fotografia di Modena (Ex Ospedale S. Agostino) la retrospettiva Walter Chappell – Eternal Impermanence che ha il compito di chiarire, probabilmente anche in ambito internazionale, il lavoro di questo artista anomalo quanto eminente nel “sistema” della fotografia istituzionale statunitense. Chappell (1925-2000) è stato allievo di Minor White e con lui collaboratore di «Aperture», affiancando anche Beaumont Newhall alla cura delle attività della George Eastman House di Rochester fino al 1961. Da quella data Chappell si allontanerà progressivamente dal mondo della fotografia istituzionale per intraprendere una ricerca  il più possibile libera da condizionamenti, pur mantenendo rapporti con Edward Weston, Imogen Cunningham, Ansel Adams, lo stesso Minor White e molti altri fotografi della sua generazione.

 

Tra le immagini in mostra a Modena spiccano le ventitré fotografie che costituiscono la serie Metaflora (1973-1980), rivelando il senso della sua ricerca visiva in modo certamente più interessante rispetto al resto della sua produzione, più o meno echeggiante temi e contenuti della fotografia artistica di quel periodo. Metaflora è invece notevole per molti aspetti, alcuni dei quali dipendono dalla storia individuale del fotografo stesso, sorta di mistico vagabondo, altri dal contenuto intrinseco delle immagini, legate a doppio filo come sono alle origini della fotografia e probabilmente al suo futuro. In queste fotografie si vedono perlopiù elementi di vegetazione: foglie, infiorescenze, corolle, nervature. Ma ogni contorno è soffuso da fiotti di luce radiante. La prospettiva è negata: le immagini sono bidimensionali, ancorate ad un piano di osservazione che non aiuta a capire tutto lo svolgersi delle forme. Al conoscitore di fotografia le immagini di Metaflora ricorderanno per analogia tematica le primitive immagini di esemplari botanici di William Henry Fox Talbot, l’inventore della fotografia su carta, che già negli anni quaranta dell’Ottocento fissava immagini di foglie e erbe messe a contatto della carta fotosensibile, da lui chiamate photogenic drawings (disegni fotogenici). Rimanendo nel vecchio continente, un altro parallelo è senz’altro possibile con il vertiginoso catalogo delle Urformen der Kunst (1928) di Karl Blossfeldt, a sua volta debitore al rutilante Kunstformen der Natur (in questo caso in grafica, 1904) del botanico Erns Haeckel. Questi ultimi sono (ennesimi) esempi di come in arte la natura, adeguatamente contemplata, abbia ispirato una riflessione sulle proprie forme, soprattutto quelle delle piante, considerate come “strutture completamente artistiche ed architettoniche” (Blossfeldt). La fotografia, nel caso di Blossfeldt, è lo strumento scelto per indagare il dettaglio delle forme e delle loro articolazioni in una luce più neutra possibile per metterne in evidenza le strutture, da ordinare poi in eleganti sequenze dal sapore tassonomico. Varcato l’Oceano e mutata bruscamente temperie, con la Metaflora di Chappell ci troviamo di fronte ad un approccio completamente diverso all’immagine della natura. Una speculazione contemplativa più profonda della semplice voracità per le forme, si potrebbe dire: dalla rappresentazione della forma, alla contemplazione della vita. Metaflora è un riavvicinamento della fotografia alle sue radici alchemiche, parascientifiche, legate alla creatività ostinata ed egocentrica di scienziati dilettanti che ha punteggiato tutto il Positivismo.

 

 

Negli Stati Uniti di quel periodo la fotografia era percorsa in tutte le direzioni da un’attenzione più o meno analitica verso le forme naturali, perlopiù influenzata dal trascendentalismo di Emerson e di Whitman, approccio non trascurabile anche nel lavoro dello stesso Chappell. Ma in un percorso artistico la differenza è spesso fatta dalla storia personale degli individui, nel caso di Chappell particolarmente ricca e varia.

 

A questo proposito, è interessante la lettura di Walter Chappell 1925-1953 (Intervista con Robin Chappell, a cura di Claudia Fini, Cecilia Lazzeretti e Filippo Maggia, Fondazione Fotografia/Skira 2013) una sorpresa sia per gli appassionati di fotografia che per gli amanti della lettura in generale, la cui prima edizione è oltretutto italiana. È il dialogo con un figlio che sceglie di affacciarsi ormai adulto al mistero di un padre sfuggente, incalzandolo con domande che alla semplice curiosità sulla storia familiare sostituiscono ben presto una famelica urgenza di approfondire una vita fuori dal comune, squadernata volentieri dall’artista in vortici di dettagli e aneddoti degni di Mark Twain e Jack London. L’intervista, limitata com’è ai primi anni di vita del personaggio, è rimasta incompleta per il ripensamento e l’indisponibilità del padre nei confronti del figlio, rimanendo così escluso il percorso artistico vero e proprio. In altre parole, nel libro non si parla affatto di fotografia, almeno come ci si aspetterebbe dal personaggio. C’è invece un flusso di informazioni, emozioni e racconti  lungo un ininterrotto percorso di avventure infantili e giovanili che tratteggiano una ulteriore versione del sogno americano diversa dal solito cliché della Land of Opportunities. Incalzato dalle domande del figlio Chappell racconta tutto ciò che può, iniziando dai primi ricordi di bambino, tra i quali spicca il ricordo di un sogno ricorrente:

 

Beh, non so, io ero dentro una sfera che simboleggiava il mio corpo, immagino! Il mio spirito era contenuto dentro a questo organismo di forma sferica e ci roteava dentro. Non c’era modo di uscirne, dovevo solo abituarmi. Era quello il senso. E poi alla fine ci riuscii, mi ripresi. Guardavo l’oceano: credo ci fosse qualcosa nel guardare il vasto spazio dell’oceano che suscitò il mio interesse e mi fece balzare fuori da quella condizione.

 

A questa seconda nascita segue uno straripamento di vividissimi ricordi di una avventurosa vita on the road, trascorsa in continui trasferimenti lungo la costa occidentale degli Stati Uniti dal New Deal in avanti, presso parenti osservati con la cura di un entomologo, facendo lavori più o meno saltuari ma sopratutto, dalla più tenera età, vivendo un rapporto strettissimo con la contemplazione della natura, aiutandoci così a capire meglio il percorso che ha portato alle immagini di Metaflora.  La casa di Portland con il frutteto e l’orto, le serre di piante e fiori con le quali i nonni sbarcavano le difficoltà della Grande Depressione: il contatto con le piante è costante nella vita di Chappell, come accade per la piantagione di menta piperita in cui lavorava, condotta dai prozii per la distillazione dell’olio essenziale che riforniva la fabbrica di gomme da masticare Wrigley’s. L’intervista è un continuo rimbalzare, a tratti davvero esilarante, dall’infanzia durante il New Deal alla Guerra Fredda, attraverso la beat generation, la Frisco beatnik e la Cuba di Batista – l’episodio dell’assalto delle zanzare nella giungla è sorprendentemente simile a quello di On the Road – la pubblicazione del suo libro di poesie, Logue and Glyphs, gli amori, le più diverse occupazioni. Accanto a ciò emerge la passione per l’elettricità di Chappell e di suo fratello, che in cantina costruivano furtivamente enormi bobine secondo gli insegnamenti di Nikola Tesla, appresi direttamente dai testi dello scienziato. Dopo aver preso molte scosse – gustoso l’episodio della governante che vede scoccare un arco voltaico dallo scarico del lavandino e si licenzia immediatamente dal terrore – Chappell porterà queste esperienze nella pratica della fotografia. Le immagini di Metaflora sono una versione raffinata delle fotografie Kirlian, ovvero la documentazione del campo elettromagnetico che circonda ogni essere vivente, altrimenti noto come aura. Semyon Davidovich Kirlian, l’inventore russo di questa tecnica, era stato a sua volta influenzato dalle teorie di Tesla durante una conferenza nella sua città. Nelle fotografie di Chappell, realizzate ponendo le piante in un campo magnetico di Tesla, si vedono sbocciare vampate di energia dagli innumerevoli centri energetici delle foglie e dei fiori, evocando quelli del corpo umano e di qualsiasi essere vivente. Attraverso le sue speciali osservazioni Chappell non vuole interpretare o spiegare con la logica il risultato delle sue tecniche, ma condividere immagini per produrre una comprensione più profonda. L’obbiettivo è penetrare “attraverso la superficie che i nostri sensi sembrano tessere come un sudario che dissimula l’intelligenza, appiattendo una sfera in molti cerchi”. È una visione globale dell’esistenza, libera da condizionamenti e pregiudizi, ad aver influenzato la visione che troviamo in Metaflora.

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