Editoriale
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Quando alla Rizzoli m’hanno chiesto di dirigere “Granta Italia”, ho accettato a patto che questo quarto numero potesse essere considerato un nuovo inizio: una rivista più regolare nelle uscite, più indipendente rispetto alla casa-madre inglese e con una prospettiva culturale più precisa. Solo così potevo tacitare in parte i miei dubbi sull’utilità e sulla pratica fortuna di una rivista letteraria oggi, mentre i letterati oscillano tra il rinchiudersi in conventicole simili a lobby e il polverizzarsi nel chiacchiericcio spalancato dei social network.
Nutrivo, e nutro, una insopprimibile diffidenza nei confronti di un format che prevede numeri monotematici, cioè forzatamente pezzi su commissione, a meno di fortunate coincidenze o di argomenti dettati da contesti d’emergenza collettiva. Insisto a credere che il valore dei testi debba bastare a se stesso, e che un eventuale Zeitgeist possa emergere solo da parentele non programmate, da costanti tanto più istruttive quanto più sorprendenti.
Dovendo comunque scegliere un tema ho preferito non replicare uno di quelli già sperimentati nelle edizioni straniere di “Granta” ma cercarne uno autoctono che fosse profondamente incistato nell’immaginario dell’Italia contemporanea. Lo spunto mi è venuto da una frase che Roberto Saviano ha pronunciato al Salone del Libro di Torino: parlando di ceto politico e cocaina, ha asserito che «se una persona ha una dipendenza, è ricattabile». È sempre vero? mi sono chiesto, ma poi che cos’è una dipendenza?
Quelle dalla droga, dal gioco e dal sesso sono le più facili, ma altre più subdole ci sfuggono, qualcuna magari giace rimossa nella
psiche perché ci fa paura ammetterla, o è così ampia e diffusa che una psiche singola non la contiene. Forse la società italiana si accanisce tanto oggi sulle dipendenze perché la vera indipendenza non sappiamo più che cosa sia; al punto che la stessa parola “dipendente” intesa in senso materiale ed economico (il dipendente di una fabbrica o di un’azienda) rischia di rientrare nel novero di quelle parole che il politicamente corretto ha censurato, come “cieco” o “storpio”.
Compreso dalla responsabilità del mio ruolo mi sono rivolto ad alcuni valori consolidati, o in via di consolidamento, del panorama italiano attuale: a vecchi come Moresco e Mari, a esponenti della generazione di mezzo come Trevi, Janeczek e Pascale, a giovani
come Desiati e Marchesini. Il ventaglio, o forse il caleidoscopio di dipendenze che mi è tornato indietro, letterariamente, ha dato ragione alla mia voglia di mescolare le carte: le etimologie di Mari portano lontano, il saggio di Trevi su Burroughs parla di cosmogonia gnostica, della dipendenza come opera dei due demiurghi Contagio e Bisogno; la Janeczek usa la dipendenza come grimaldello per scardinare lo stereotipo dell’amore materno, Moresco la rovescia paradossalmente indicando come propria dipendenza un gesto di massima indipendenza e di sospensione dal mondo. Desiati umilia con un ricciolo romantico i roventi sogni di abiezione della provincia, Pascale mette a nudo l’erotismo con lo scanner della neurologia e della paleo-antropologia. Ai poeti non me la sono sentita (per ora) di rivolgermi, per me la poesia è benedetta e non sopporta commissioni; non restava che la strada della parodia, ottimamente percorsa dal talento mimetico di Marchesini.
Tra gli stranieri sono particolarmente affezionato ai testi di Herbert e di Ressia Colino, che trattano la cocaina per quel che realmente è nell’odierna società di mercato, cioè un prodotto altamente redditizio e seducente cui solo l’universale ipocrisia nega adeguati spot pubblicitari e bugiardini farmaceutici. Il delizioso cane erotomane di Rich fa crollare la barriera conformista che separa uomini e animali, mentre la Hyland mostra come una dipendenza fisica, la mancata autonomia motoria, possa invece trasformarsi in una marcata autonomia psicologica e in un rafforzamento dell’individualità.
Quel che mi pare di aver capito, dopo il brainstorming letterario, è che ogni dipendenza è liberazione, ma anche viceversa. Nulla più di una dipendenza (vissuta e goduta) libera dalle convenzioni sociali e familiari; così come ogni rivoluzione conduce alla dipendenza dalla purezza rivoluzionaria medesima (testimoni Robespierre e Pol Pot). Significativo, da questo punto di vista, il racconto fotografico di Lucas Foglia: dalla prima immagine liberatoria, con le icone della schiavitù industriale lasciate ad arrugginire in un prato, fino alle due terribili immagini finali, della bambina con l’osso e della vasca da bagno insanguinata, icone a loro volta di un’utopia folle, concentrazionaria e regressiva.
Innovando rispetto al format della casa-madre, in ogni numero d’ora in poi sarà presente una sezione, intitolata Galleria, dove verrà recuperato un testo antico attinente al tema del numero stesso; stavolta un testo settecentesco in cui una dipendenza alimentare come l’anoressia e una perversa come il masochismo vengono lette come scala alla santità.
Racconti, saggi, poesie, foto, graphic novel, qualunque tecnica espressiva sarà la benvenuta; ma la cosa a cui tengo di più è che
si verifichi anche nei prossimi numeri quel che mi sembra si sia realizzato in questo: una circumnavigazione del concetto-tema che si tenga al largo dalle semplificazioni dei media e che, usando i mezzi propri della letteratura, rivolti il concetto come un calzino mettendo ambiguamente in discussione i luoghi comuni – che è poi l’unica forma di impegno letterario che riesco a concepire. Mi piacerebbe che questa rivista diventasse un posto dove gli scrittori (italiani e non) prendono l’abitudine di incontrarsi.

 

Walter Siti

 

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