Antonio Pascale, Soggetto da esperimento
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Il 13 maggio 2012, non appena uscito da American Apparel, fui avvicinato da un ragazzo: sbarbato, jeans e maglietta allegra, stile californiano, occhiali con montatura leggera. Modi molto cordiali – a rispettosa distanza, circa un metro dal mio corpo – gesticolava poco e parlava con voce ferma. Mi propose di fare parte di un esperimento, un test per la precisione, disse: «Roba seria, roba da universitari» e rise anche, come a suggerire uno studio divertente. Al che gli chiesi: «Perché io?». E lui guardò dietro di me, verso l’insegna di American Apparel, il negozio a via dei Serpenti, Roma, e allargò le braccia, come a dire: ma come perché? lei è il classico soggetto da esperimento.

Da American Apparel andavo una o due volte a settimana, sceglievo giorni trafficati, in genere il venerdì sera o il sabato pomeriggio. Conoscevo bene le commesse (i capelli lunghi e i leggings: un tutt’uno, una vera delizia per lo sguardo) ma non sono mai stato sicuro che loro conoscessero me. D’altronde cerco sempre di eclissarmi dietro i capi d’abbigliamento, e poi loro sono così impegnate, troppo direi, sempre affaccendate a sistemare i capi sulle stampelle. Le ragazze che frequentano American Apparel mi piacciono e anche le commesse, naturalmente. Per questo ci andavo. C’è differenza, e tanta, tra il mondo dentro American Apparel e quello fuori. La differenza riguarda i tessuti e i colori. Il cotone elasticizzato e i colori accesi. I leggings e le camicette da collegiale. E poi le mutandine di cotone colorato. Chi le indossa acquista, almeno ai miei occhi, un muso imbronciato e capriccioso, qualcosa di simile a un’eccitazione latente ma costante nel tempo.

Tutt’altra cosa dall’intimo di pizzo e scaglie nere, roba di lusso, che impone un codice e tanta distanza, quello è un intimo da commentare e rispettare, non certo da strappare. Invece i tessuti elasticizzati strizzano le forme, le vivacizzano e anche se le forme non sono perfette (e quando mai lo sono) che importa. Quello che conta è la promessa, come dire l’aureola di santità erotica che mostrano. Tutto è a portata di mano e di sguardo: i colori accesi – giallo canarino, blu elettrico, viola – quei colori che portano con sé l’idea di spreco e dissipazione, dunque di abbondanza, quei colori, dicevo, sono contagiosi.

Dunque, vedi una ragazza passeggiare davanti a te, con il culo stretto nei leggings colorati e non importa quanto il culo sia perfetto, perché la perfezione è roba da esteti. La ragazza cammina davanti a te, è imperfetta e dunque promettente, e allora la città si intona su quella forma. L’aureola schiocca e passa da culo a culo, tocca le cupole e brilla.

Un soggetto da esperimento? «Sì» mi aveva ripetuto il gentile ricercatore, «è una qualità non certo un’offesa. Stiamo cercando di capirci qualcosa sul meccanismo del piacere.»

 

Per il primo esperimento ho indossato un caschetto con telecamera. Un sensore avrebbe rivelato cosa esattamente i miei occhi puntavano. Sono entrato così conciato a una festa – in gran parte studenti universitari, giovani, svegli, alcune ragazze sfrontate con i piercing in bella mostra e i jeans a vita bassa e il meraviglioso filo in evidenza – ho conversato del più e del meno, ho raccontato che sono un artista d’avanguardia, ho invitato un paio di ragazze a un mio vernissage, roba così, senza nessun approfondimento e pochi e scarsi tentativi di seduzione, d’altronde con il caschetto in testa non mi veniva facile.

Tuttavia è stato sorprendente. Capire dopo, rivedendomi, a festa finita, chi e cosa avevo guardato. Dove avevo puntato. Va bene che sono un artista ma non mi ero mai reso conto che i miei occhi disegnavano più delle mie mani. La ragazza di spalle che incrociavo nel mio vagabondare da party veniva attentamente misurata dal mio sguardo. Con una sorta di movimento ancestrale e seriale, tratteggiavo dapprima la linea che unisce la scapola sinistra con quella destra, poi i miei occhi, e velocissimamente, scendevano giù lungo il solco della schiena, si posavano per qualche millesimo sul solco delle natiche, quindi seguivo la curva dei glutei e la comparavo, all’istante, con la linea delle spalle. Ricercavo così una specie di proporzione aurea, tra spalle e fianchi. Facevo questa operazione, e inconsciamente, decine e decine di volte. Conteggiando i millesimi di secondo che dedicavo a ogni ragazza – non solo schiena e culo, ma anche fianchi e seno, angoli delle labbra, incavo del pube, caviglie e polpacci, rotondità del ventre, ed eventualmente tatuaggi e piercing – i ricercatori potevano dirmi con certezza quale ragazza era stata selezionata dal mio sguardo e quale annullata. Voglio dire, nel preciso momento in cui sono entrato nella stanza il mio sguardo aveva misurato, in pochi secondi, decine di ragazze, con alcune, le prescelte – quelle che soddisfacevano le mie misure auree – avrei successivamente messo su una conversazione, con le altre, le scartate, avrei evitato ogni scambio di battute, anche innocuo e futile.

Un soggetto da esperimento, ideale, pensavo, orgoglioso, rivedendomi in azione. Funzionava anche con gli uomini. Misuravo pure loro con lo sguardo: ampiezza del torace, villosità, robustezza della mascella, sedere, addominali, pancia, pancetta e grasso e con mia sorpresa puntavo anche il pacco. Una sorta di meccanismo di controllo: quali uomini potevano rendermi la caccia difficile, sottrarmi territorio e quali mi risultavano inoffensivi. Guarda caso avevo formato delle alleanze, insomma con alcuni maschi pericolosi avevo conversato, riso, parlato di calcio e donne, dietro di loro, in qualche modo protetto, ero avanzato alla conquista di qualche ragazza. Gli altri maschi li avevo scartati, dimenticati, anzi dopo averli misurati e giudicati, il mio campo visivo li escludeva anche se per dinamiche casuali i loro corpi entravano nel mio raggio d’azione.

Be’, un soggetto da esperimento molto sui generis, m’avevano detto: fuori dalla media, forse un po’ ossessivo, aveva sottolineato con sguardo leggermente turbato un ricercatore, e tuttavia utile per altri test, più sesso-specifici.

 

Circa quattro milioni di anni fa la nostra specie, probabilmente per un cambiamento climatico, ha acquistato un’andatura bipide. Piccole ma significative ere glaciali. Cicli di stagioni fredde e umide. Dunque l’ambiente arboricolo, tipico delle grosse scimmie, umido e ombroso, piano piano si è diradato, spezzettato, ora le zone boschive erano separate da grandi radure. Le risorse non più concentrate in un solo punto. Quelle scimmie antropomorfe che avevano per mutazione acquistato un’andatura bipide trovarono quindi una vantaggiosa nicchia evolutiva. Bipedismo, dunque migliore dispersione del calore (prima camminate su una spiaggia a quattro zampe poi provate ad alzarvi, noterete subito la differenza), mani libere, quindi, strumenti e primordi di tecnologia, e non solo: anche carne strappata alle carcasse degli animali morti, più proteine al cervello e aumento del medesimo. Bipedismo vuol dire anche costi: mal di schiena e per le donne restringimento del canale del parto. Ovvero cuccioli con cervello piccolo, meno di 400 cm3. Ma grazie all’infanzia e all’adolescenza il nostro piccolo cervello è diventato plastico, infatti cresce molto fino ai cinque anni, poi si stabilizza e s’impenna di nuovo prima dell’adolescenza. Grandi vantaggi per la nostra specie, la suddetta plasticità, tuttavia, di contro, ci ritroviamo con cuccioli d’uomo che necessitano di protezione parentale: per quale altro motivo si è imposta la coppia monogama? Un’aberrazione. Almeno nei confronti delle altre specie. Più del 90% dei mammiferi è spiccatamente promiscuo e sia i maschi sia le femmine hanno numerosi partner sessuali, anche nel corso della stessa giornata. Gli umani, invece, tendono a essere monogami seriali – poi più avanti, poeti e letterati avrebbero cantato le gioie e la bellezza dell’amore romantico, così per consolare i momenti più tristi della monogamia. La maggior parte delle donne ha un solo partner sessuale nel corso di un dato ciclo sessuale. Dagli studi di genetica emerge che più del 90% dei bambini risulta essere figlio del partner di lunga durata e non importa se lo studio è stato condotto a Pechino, a New York o in un piccolo e sconosciuto villaggio della nuova Guinea.

 

Eppure come contraltare a tanta monogamia bisogna ammettere che esiste un sesso ricreativo, come dire, a scopo ludico, e bisogna ammettere che ancora non siamo spensierati su questo versante, con tutti i sensi di colpa che nutriamo verso la ricreazione, e tuttavia l’esistenza di ragazze che vestono American Apparel è di buon segno, almeno lo è per me. Questo ho sempre pensato, anche prima di diventare soggetto da esperimento. Quando mi capita l’occasione – in genere con ragazze giovani e con talento in nuce ma anche con quelle che, giunte verso i quaranta, sorridono con più accondiscendenza agli sguardi maschili – applico l’opzione dieci minuti. Scoperta per caso, tanti anni prima, in una serata estiva, sul lungomare di Gaeta. Una serata dolce e tuttavia resa minacciosa da un fronte nuvoloso che avanzava da ovest e dunque non solo ben visibile all’orizzonte ma, quel fronte, divideva il cielo in due: com’è ora e come sarà a breve. Dopo una mia performance in una galleria d’arte m’ero ritrovato con Flaminia, di appena ventitré anni. Ricordo bene i suoi capelli biondi mossi e il suo sguardo fisso davanti a sé. Lo sciamare delle persone dietro la panchina e il mare con il suo incedere. Io e Flaminia. Le avevo detto: «Diciamoci tutto in dieci minuti, prima che arrivino le nubi e la pioggia, prima che tutto sia diverso». Quindi niente orpelli, andiamo all’osso, tocchiamo corde sepolte. E Flaminia s’era avvicinata di più a me, e aveva cominciato a raccontarmi di una violenza subita da piccola, appena adolescente, dal compagno della madre, in uno spazio buio, uno sgabuzzino. Prima, prima della panchina, durante la mia performance, Flaminia m’era apparsa per quello che era, una bella ragazza, con lo sguardo basso che di tanto in tanto si alzava e fissava il mio con forte intensità come se rispondesse al fuoco. Un corpo non perfetto, leggermente rotondo, ma del resto io detesto la perfezione (e d’altronde io stesso tutto sono tranne che perfetto), e m’ero eccitato, sentivo il pene in tensione e il cervello galoppare con le immagini. Eppure su quella panchina la confessione di Flamina ebbe, e naturalmente, l’effetto opposto. Mi inquietò. Violentare una ragazza adolescente è una cosa schifosa e pensai nettamente e con convinzione: no, non facciamo niente, io e te, anzi, le dissi che doveva parlare con un avvocato, meglio una donna avvocato, io stesso le avrei consigliato un nome, una cosa così non poteva essere dimenticata, né perdonata, altrimenti avrebbe ripetuto, inconsciamente, il gesto e cercato la stessa situazione, lo stesso anfratto, la stessa vergogna.

Man mano che le nubi s’avvicinavano e i fulmini cominciavano a invadere lo spazio del cielo che si stagliava sopra la nostra panchina la mia inquietudine aumentava e credo anche quella di Flaminia ed entrambi accogliemmo con un certo sollievo le prime gocce di pioggia: era tempo di andare via. Ma beccammo il temporale e ci riparammo sotto una sporgenza rocciosa, io e lei. Durante il rombo di un tuono sentii una buona scarica di adrenalina e mi girai verso di lei e mi trovai a pochi centimetri dalla sua bocca e dissi a me stesso: no! è chiaro che questa cosa non è pulita, è chiaro che è stata violentata, è chiaro che per lei quell’esperienza rischia di diventare una matrice elementare, guarda caso ci siamo trovati in questo anfratto. E dunque dissi: non è il caso, anche ad alta voce, e lei mi rispose: «Così mi fai sentire la vergogna di quello che ho fatto» e allora, in un microsecondo cambiai idea e ci baciammo e poi scopammo nell’anfratto sotto la pioggia e sono sicuro che provai il mio primo vero attacco di priapismo. Da allora ho smesso di chiedermi se sia o non sia corretto approfittare di una situazione, perché ho smesso di considerare me come responsabile della medesima situazione. Siamo prodotti di fluttuazioni casuali di piacere e cerchiamo soddisfazione o espressione attraverso un compagno ed è bene saperlo: non siamo indispensabili, casomai intercambiabili. Nient’altro. Mai più rivista Flaminia. Anche se mi rimase sia un senso di morte sia un senso di pace sia, infine, l’opzione dieci minuti.

 

Per questo motivo, quando i ricercatori mi proposero di filmare una mia seduta di corteggiamento in dieci minuti con una sconosciuta, una che accidentalmente avrei potuto incontrare alla solita festa di universitari – set da esperimento – io sollevai spalle e sopracciglia come per dire: che problema c’è. Mi mossi bene, dopo spostamenti strategici, a festa quasi terminata, mi ero ritrovato seduto sul divano con Giovanna (dopo aver allontanato da lei uomini pericolosi e mandato da lei uomini inutili e futili). Dieci minuti, avevo detto. Tre minuti appena erano stati dedicati come significativo prologo alla mia teoria sul bipedismo e alla conseguente monogamia, di quanto sia naturale e bello il piacere, di quanto per un artista (e avevo incluso anche lei nella categoria) sia essenziale il sesso, perché attraverso il sesso si arriva alla conoscenza e alla formazione di legami duraturi. Cinque minuti, invece, erano stati dedicati alla sua vita (alcune situazioni che l’hanno resa infelice e una felice) e velocemente eravamo dunque entrati in intimità, così verso la fine della festa (forse un po’ più di dieci minuti) m’ero reso conto che ogni volta che qualcuno salutava e lasciava la casa, lei si avvicinava di più e io ribattevo così: «Non voglio che tutto questo finisca, sto così bene». Credo ci baciammo dopo quattordici minuti (insomma, spiegai ai ricercatori, l’opzione dieci minuti prevede il quarto d’ora accademico).

I ricercatori avevano, cosa sorprendente, diviso la registrazione in micro film, di appena qualche secondo, così, segmento dopo segmento, furono in grado di mostrarmi come i nostri corpi reagivano, lì dove il tasso di interesse saliva, dove si placava. Quello che i ricercatori cercarono di spiegarmi mi rese ancora più consapevole di una potenzialità che finora s’era sì manifestata, ma senza troppa coscienza, un frutto di accadimenti elaborati inconsciamente e che avevano formato una sorta di strategia del seduttore, ma di tale strategia, se me l’avessero chiesto non avrei saputo fornire dettagli se non vaghi cenni di massima.

Il sistema due, mi spiegarono, si differenzia dal sistema uno (che è intuitivo, associativo e a basso consumo energetico) ed è una modalità di ragionamento, che prevede analisi e valutazioni non intuitive. Quindi per forza di cose è lento, deliberativo e consuma molto glucosio. Il corpo sottoposto a una valutazione (con l’obiettivo di trovare una soluzione a un problema) è stressato, teso, i peli ritti, le pupille dilatate. A volte si è così concentrati nel compito che se un elemento bizzarro dovesse entrare nel nostro campo visivo (metti un gorilla che passa e si gratta) nemmeno ce ne accorgiamo. Quando la soluzione arriva il corpo cade in uno stato di abbandono, si tira il fiato, ci si rilassa, le pupille si restringono e cosa particolare si cede, per un attimo, e volentieri, ai piaceri. Cioccolata e sesso, per esempio, sono ben accette, non prima della soluzione, ma dopo, traduzione effettiva di un vecchio detto napoletano: “’o cazz’ nun vo’ pensieri”.

I segmenti del filmato – si svolgeva davanti ai miei occhi attimo dopo attimo – che i ricercatori mi mostrarono evidenziarono una situazione tipica da sistema due. Le mie domande, la postura del mio corpo, la tensione dello sguardo, l’impegno testardo che mostravo nel voler conoscere tutto di lei in dieci minuti, impegnavano il mio partner in un arduo compito. Erano percepibili nel filmato la tensione, le pupille dilatate e la concentrazione dello sguardo verso un punto remoto (credo cercasse qualcosa dentro di sé). I ricercatori evidenziarono poi il preciso momento nel quale io annuivo con la testa, segno che lei aveva raggiunto la soluzione e in aggiunta un dettaglio non da poco: l’istante nel quale lei contraeva le pupille, rilassava il collo, sorrideva. L’avevo baciata pochi secondi dopo, sfruttando quella zona particolare diciamo di post sforzo, durante la quale siamo sensibili al piacere e le nostre vie dopaminiche si attivano per premiarci.

Dopo quell’esperimento, ho imparato a giocare con più consapevolezza con l’opzione: dieci minuti, e credo di aver imparato i trucchi per meglio dirigere il gioco, più consapevolezza, più capacità di previsione, e maggiore correzione di errori in corso d’opera. Post esperimento, sono altresì aumentati sia il piacere della conquista sia la dipendenza dal piacere stesso. Ragione per cui, nei mesi successivi, ho baciato, toccato, spogliato, scopato decine di donne in pochi minuti, ogni volta meravigliandole della mia irruenza e decisione da maschio e nello stesso tempo meravigliando me stesso della precisione del metodo. L’attivazione dell’opzione, ho scoperto in questi mesi, non richiedeva molto sforzo, anzi nel tempo la soglia d’accesso si è abbassata. Non era più importante – non è più importante – la bellezza del corpo, le rotondità, la pienezza dei glutei, l’altezza del taglio, ma solo il dettaglio minimo che dà inizio al gioco. Sul bordo di una piscina una grassa signora tenta di allungarsi per prendere un salvagente e il costume si abbassa mostrando il solco. Dettaglio minimo, si attiva l’opzione dieci minuti. Un vento improvviso e truffaldino prende in pieno il corpo di una donna e il vestito leggero si tende allo spasimo sul suo corpo, è magra, senza forme, ma non importa. Si attiva la modalità. Durante un discorso noioso, infarcito di tecnicismi e altre locuzioni disturbanti, una donna sbuffa e cala leggermente la testa sulla spalla, come a volersi liberare il collo dalla tensione, oppure guarda fuori. Una mamma con un vestito corto si abbassa per prendere un oggetto e il culo si intravede con potenza espressiva. Non è bello, presenta smagliature ma mi sono del tutto indifferenti, la modalità si è attivata e sto per andare da lei, dalla mamma, ma anche dalla signora grassa, orrendamente obesa e distesa sul bordo nel patetico tentativo di agguantare il salvagente, e da quella che guarda fuori perché stanca e quell’altra e quell’altra ancora, ho dieci minuti giusti e tecnica collaudata e pupille da dilatare solo per vederle contrarre dopo, solchi tra grasse natiche in cui infilare la mano, forme da tastare, bocche da baciare, corpi da scuotere e tutto questo, in fondo, per provare una sensazione di piacere straordinariamente intenso, roba che procura spasmi e attacchi di tosse e chissà perché, straordinariamente brevi. Accanto al piacere una sensazione di benessere diffuso, come essere in pace con il mondo, come se la forma di un paio di gambe intubate in dei leggings American Apparel facessero rima con la cupola di San Pietro e quest’ultima assomigliasse in modo sorprendente al sole al tramonto sul mare piatto, una sensazione di comunanza olistica detta anche afterglow, un’intraducibile parola: ultimo bagliore di sole prima del tramonto.

Forse però, nonostante la complicazione della traduzione, l’ultimo bagliore prima del tramonto rende bene la sensazione.

 

Nelle memorie di Casanova si raccontano le avventure, spesso picaresche, di un Giacomo Casanova, ragazzo dalla salute cagionevole, orfano di padre, e di casata dubbia: Giacomo non capirà mai se è figlio di un nobile decaduto diventato attore o se più prosaicamente sarà figlio di un rapporto accidentale tra sua madre attrice e il gestore di un teatro. Per tutta la vita proverà un inesauribile senso di vergogna che cercherà di combattere recitando intensamente, non sul palco, ma sul set della vita quotidiana, inventando altre identità e perseverando nella parte, almeno finché il gioco avrebbe retto. Il romanzo è passato alla storia come un memoriale erotico e celebrativo, ma in realtà a conti fatti Casanova racconta più gli insuccessi che i successi, più le volte che è dovuto scappare. Una serie di coiti interrotti, di orgasmi mancati ci porta diritto a una domanda: cosa cercava davvero Giacomo Casanova? Cosa cerca un seduttore? Casanova cercava di dimenticare con una serie di amplessi coatti il grande amore della sua vita, Henriette? Oppure desiderava – senza arte né parte, senza un’identità – recitare sempre, e in ogni luogo, perché solo attraverso la recita si può vivere intensamente fino in fondo un’esperienza, fino alla consumazione, per non avere più la maledizione di ripeterla? Bisogna vivere perennemente in scena, pur sapendo che tutto è un’illusione, un tentativo di porre argine al disordine e all’insensatezza?

 

La sensazione afterglow è dovuta al rilascio di ossitocina, un ormone che promuove la fiducia e disattiva il centro della paura che ha sede nell’amigdala. Durante gli esperimenti l’ormone era presente in dosi molto elevate nel mio flusso sanguigno e non solo abbassava il senso del rischio ma mi rendeva più capace di affrontare i rischi in generale e nello specifico quei rischi che nascono normalmente dalle interazioni personali, e dunque anche se per breve tempo ho ascoltato donne con il culo grosso raggiungere stati di empatia con me stesso e con il mondo attorno, mamme confidarsi con tono dolente e disarmante, donne alzarsi i capelli e mostrare il collo e clienti di American Apparel accogliermi nei camerini per chiedermi un giudizio, in dieci minuti appena, non solo sui pantaloni a strisce nere e bianche, aderentissimi e magnifici sulle loro gambe, ma anche su una particolare situazione in cui versavano e che poneva le loro persone di fronte a un conflitto e il conflitto drammatico esigeva una soluzione e la soluzione tanto ricercata aumentava a dismisura le loro pupille, quelle pupille così grandi e così capaci di accogliere ogni cosa, il sole al tramonto e la cupola di San Pietro, e anche, infine, il mio bacio e le mie mani gettate con irruenza tra le loro cosce.

Peccato che tutto si svolga a velocità elevata e peccato che spesso la sensazione afterglow si contamini con un senso di sporcizia – e lo senti tra le pieghe del corpo, la sporcizia ti annerisce e appesantisce, ti butta giù, come la troppa fuliggine affoga il camino e per forza devi ripulirti e osare con un’altra donna (dieci minuti appena) e farlo di nuovo, subito e velocemente.

 

Sappiamo – ora lo so anche io – che siamo soggetti alle vie dopaminiche, si attivano da tempo immemorabile, forniscono quel senso di soddisfazione: un premio per il risultato raggiunto – per esempio, la giusta soddisfazione dopo aver tanto pazientemente cercato il cibo e dopo averlo finalmente ottenuto e scansando pericoli. Sono le stesse vie che si attivano quando si usa eroina o cocaina, anzi si può dire che un orgasmo sia solo uno sballo da eroina molto meno intenso. Siamo a conoscenza inoltre che potremmo – se solo volessimo – stimolare elettricamente e artificialmente la zona del cervello deputata al piacere. Proveremmo in quel caso, appunto, un piacere intenso e prolungato: il tempo attorno a noi si bloccherebbe e tutto l’universo si ridurrebbe a un afterglow. Abbiamo esempi concreti di tutto ciò. Alcuni ratti a cui erano stati impiantati elettrodi per stimolare i centri del piacere, quelli che attivano il sistema di gratificazione – elettrodi che potevano comandare semplicemente premendo una leva – questi ratti preferivano premere continuamente la leva e inebriarsi dei propri ormoni piuttosto che mangiare (anche se avevano fame) o bere (anche se avevano sete). I maschi tiravano la leva, autostimolandosi, invece di soddisfare una femmina in calore vicino a loro e la femmina abbandonava i cuccioli in età di allevamento, e solo per poter continuare a premere la leva.

Siamo a conoscenza che lo stesso meccanismo – quello che attiva i centri del piacere dei topi – non è così diverso dal nostro e dunque se fossimo collegati con degli elettrodi (è stato già fatto, nel 1972, uno studio criminale su un paziente omosessuale) sperimenteremmo una tale sensazione di euforia, intensa e magnifica tanto che protesteremmo e combatteremmo contro tutti quelli che correrebbero in nostro aiuto per scollegarci.

 

Ora, questa non è la mia biografia, ma solo alcuni capitoli del mio rapporto con il piacere. È inutile dire, suonerebbe pleonastico, che accanto al piacere sopravvive la sensazione della morte e della vergogna, cosa di cui ho avuto piena consapevolezza dopo il rapporto con Flaminia. Morte e vergogna non si possono eliminare, ma attraverso la recita è possibile vivere con superficialità il proprio tempo, senza per forza approfondire (e poi cosa ci sarebbe da approfondire, cosa c’è dentro che non risulti a uno sguardo più attento anche fuori?). Dubito che qualcuno potrà rispondere al quesito di Casanova: cosa cerca davvero un libertino? Come è chiaro che tendiamo, per evitare il disordine che il libertinaggio comporta, a cercare uno statuto nobile per il seduttore, dunque diciamo: lo fa perché tenta di dimenticare un grande amore o perché soffre e cerca il piacere, ma sono spiegazioni di comodo. Gli esperimenti ci rendono più consapevoli e più cinici. Ci saranno ragioni da raccontare, ma la prima è anche l’unica: il piacere che ne deriva, la dipendenza che ci conduce all’abbandono.

 

Se dovessi visualizzare il piacere come io lo intendo, di certo, e senza pensarci più di tanto, raffigurerei una grotta, una caverna umida e piena di vapore, all’interno della quale i contorni degli oggetti sfumano, e il corpo di una donna diventa indistintamente il corpo di tutte le donne. In questa grotta il regime morale non esiste – non voglio dire che potrei fare cose brutali, questo no – e dunque gli accoppiamenti, modalità, quantità e qualità, non subirebbero il vaglio della censura istituzionale. Come soggetto da esperimento e vista e considerata la nuova consapevolezza dei miei mezzi – acquisita durante un anno sperimentale – mi sono dunque prestato a un altro test: provare orgasmi solo con il pensiero. È il miglior modo per abitare questa grotta e chiudere definitivamente il mio rapporto con le asperità del corpo, le mie e quelle altrui. Niente più donne reali, niente senso di sporcizia, niente ricerche indefesse di situazioni che permettono l’attivazione delle mie modalità.

Sono chiuso in una stanza. Monitorato, studiato, mi iniettano liquidi traccianti, una sonda rettale per misurare le contrazioni del retto dovute all’orgasmo e una specie di condom elettrificato per segnare le erezioni.

Così felicemente conciato faccio galoppare l’immaginazione e la chiarezza dei miei pensieri sessuali, esperimento dopo esperimento, si fa più netta (noto la faccia soddisfatta dei ricercatori) dunque realmente con la fantasia incontro donne, realmente e con immaginazione appropriata imbastisco con loro una conversazione e veramente e sorprendentemente ci vado a letto anche in meno di dieci minuti e con attacchi di priapismo mi produco orgasmi violenti e costanti.

Cosa ho capito? Cosa hanno capito i ricercatori? Che sono un soggetto da esperimento, vero, ma anche un apripista. Vista e considerata la nostra storia evolutiva, visto e considerato il bipedismo e dunque la monogamia e la necessaria funzione del sesso ricreativo – un utile accessorio per superare lo sconforto dell’amore romantico – infine, considerato che l’evoluzione culturale libererà le donne dalla coatta gestione dei figli e dalle ristrettezze dell’amore romantico, nel momento in cui non si richiederà più a nessuno di proteggere qualcuno, perché non esisteranno persone deboli e fragili, è possibile che quello che sto imparando io ora, e a fatica, sarà fra qualche decennio un comportamento comune.

Se saremo ancora, saremo angeli immateriali, ed è un bene che io sia ora un soggetto da esperimento, tutto solo e così dedito al piacere. Saranno in tanti come me fra qualche anno? Avranno la mia stessa consapevolezza? Dopo aver capito i meccanismi del piacere, che sarà mai riprodurli per il nostro esclusivo piacere? Saranno tutti come me ora, solo immaginazione niente realtà? Un continuo flusso di creatività, storie e dopamina ad libitum – in dosi più abbondanti e precise di quelle richieste per lo sballo da eroina?

Se saremo, saremo angeli: niente corpi singoli, ma un unico corpo mistico, parti collegate l’una con l’altra, e non ci sarà nessuno capace di scollegarci? E tutti noi, questo grande insieme olistico, cosa cercheremo? Ancora l’ultimo bagliore prima del tramonto?

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