Arturo Mazzarella, Caro Siti ti scrivo
1 commento

Arturo Mazzarella, autore del recente saggio “Il male necessario” (Bollati Boringhieri), risponde a Walter Siti a proposito dell’editoriale al numero 5 di Granta Italia.

 

Si sta tornando, finalmente, a occuparsi del tema – o, meglio, problema – del male, anche al di fuori di quella cornice etica, oramai in più parti consunta, comune ad alcune tra le voci più nobili del pensiero filosofico del secondo Novecento (basti pensare a Lévinas e Ricœur).

Un significativo, e suggestivo, passo in avanti lungo questa direzione è compiuto dal numero 5 della prestigiosa rivista «Granta», che il nuovo direttore Walter Siti è riuscito, dal numero precedente, a rivitalizzare grazie alla sua magnetica tensione creativa. Proprio l’editoriale di Siti presenta alcuni spunti di riflessione per me inaggirabili, essendo in libreria da qualche settimana un mio lavoro, pubblicato da Bollati Boringhieri con il titolo, appunto, di Il male necessario. Etica ed estetica sulla scena contemporanea.

Siti sa bene che la costellazione del male si staglia, oggi, su uno sfondo di grovigli inestricabili e, nel suo editoriale, lo sottolinea senza mezzi termini, con la lucidità che da sempre lo caratterizza:

 

L’idea – egli osserva – è quella, come per ogni numero, di perimetrare l’estensione del tema per squadernarlo in un ventaglio di dubbi, se non di contraddizioni. A partire dalla necessità del male in ogni religione e in ogni visione del mondo: se “la vita è male” […] è anche vero che il rifiuto della vita è forse il male più grande.

 

Ma siamo sicuri che per uscire da questo paradossale circolo di contraddizioni la strada privilegiata risieda nella tradizionale rivendicazione del valore attribuito alla responsabilità individuale? Siamo sicuri, cioè, che sia la volontà soggettiva a decidere, ancora oggi, di quanto è ascrivibile al regime del bene e del male? Siti sembra di questo avviso, fin dalla prima pagina dell’editoriale: «Ogni cosa, ogni azione o intenzione nominata – egli scrive – è in sé stessa positiva, ma può diventare una licenza di irresponsabilità».

Irresponsabilità: ecco il termine cruciale sul quale siamo costretti, nel nostro caotico presente, a interrogarci. A interrogarci criticamente, però. È una categoria, infatti, oramai scarsamente incidente per interpretare la nuova fenomenologia del male, da tempo davanti ai nostri occhi. Se non ce lo ricordasse con puntualità macabra la cronaca quotidiana, nel suo accavallarsi di azioni efferate quanto prive di qualsiasi motivazione, tutte le esperienze estetiche più vitali degli ultimi decenni continuano a ribadire spregiudicatamente che l’insensatezza, l’assoluta mancanza di significato da parte di un ampio ventaglio di azioni – come ho tentato di mettere in luce nel Male necessario -, è la radice, l’unica radice, del male che ci sta accerchiando, invadendo da ogni lato.

Testimoni esemplari di questa nuova via crucis sono, per esempio, in campo letterario, per fare alcuni nomi, Houellebecq, Carrère, Sebald, Ballard, Ellis, DeLillo, Bolaño e Agota Kristof – senza dimenticare lo straordinario romanzo postumo di Goffredo Parise intitolato L’odore del sangue -, come, sul versante cinematografico, von Trier, Haneke, Sokurov e Van Sant, mentre su quello artistico-figurativo, Serrano, Richter, Cattelan o Cindy Sherman. Tutti autori molto lontani tra loro – anche abissalmente lontani -, i quali, però, sembrano aver fatta propria, ovviamente senza saperlo, una brutale, ma imprescindibile, affermazione pronunciata da Lacan nel suo seminario sull’Etica della psicoanalisi, tenuto tra il 1959 e il 1960: «Non c’è legge del bene se non nel male e attraverso il male». Troppo spesso lo dimentichiamo.

Arturo Mazzarella

  1. walter siti

    Caro Mazzarella,
    non sono sicuro di aver capito bene la sua obiezione: alla categoria di “irresponsabilità” lei sostituisce quella di “insensatezza” come radice del male (contemporaneo, oforse generale). Per me, in quel contesto, “irresponsabilità” significava adesione acritica a un cliché di bontà; aderire a un cliché, ovviamente, non ha tanto a che fare con la forza etica personale di un individuo quanto con la forza mediatica capace di imporre una falsa coscienza. Anche secondo me il problema è più sociale che individuale, proprio perché quando la persuasione è occulta (o inconscia) non c’è volontà che tenga. Come il sistema economico vigente riesce a farci credere che siano autentici i nostri desideri indotti, così il sistema culturale riesce a dirigere le nostre opinioni etiche verso target pre-confezionati. Lo sforzo personale (individuale o di gruppo) dovrebbe consistere semmai nello smascherare quelle partizioni di bene e di male come stereotipe, cercando di vedere l’intero orizzonte e la contraddittorietà delle conseguenze. (“Tutti i sogni si stavano avverando e non c’era via di scampo”, scrive Azar Nafisi, l’intellettuale iraniana autrice di “Leggere Lolita a Teheran”, parlando di come le verità ‘di sinistra’ sembravano realizzarsi col ritorno di Khomeini da Parigi). Il bene genera il male e viceversa; bisognerà pure che per non cadere nel relativismo apocalittico ognuno si costruisca una gerarchia storica momentanea e cerchi di persuaderne chi gli sta vicino – rischiando il paradosso di Munchausen, di volersi salvare dalla palude tirandosi per i capelli. Quanto possiamo sottrarci ai condizionamenti sotterranei di cui non siamo consapevoli ? Se la risposta è “per niente”, allora nessun giudizio sulla contemporaneità è valido – e l’io non esiste più.
    L’insensatezza è una vecchia scusa, che Sartre ha scontato tutta nel povero Roquentin; la marea caotica di informazioni che ci sommerge non porta necessariamente a pensare che l’entropia possa personificarsi e sostituirsi a noi nel ruolo di colpevole. E’ vero che i social network sono una di quelle cose buone che indeboliscono la volontà individuale (l’altro giorno Giorgio Vasta mi diceva che esiste una applicazione per gli amanti abbandonati, che ti impedisce di telefonare alla persona amata per mendicare affetto o avanzare recriminazioni, perché bloccano quel numero e al suo posto ti mettono in comunicazione con tre amici saggi pronti a dissuaderti). Ma nego recisamente che non esista più la possibilità di scelta, e che i delitti o le stragi siano “senza motivazione” – le motivazioni ci sono sempre, è solo il fumo che impedisce di vederle. E i romanzieri (me compreso, forse) che sottolineano lo sgretolamento della coscienza e l’indecidibilità etica, truccano un poco le carte perché per scrivere un romanzo bisogna credere nell’esistenza di qualche principio ordinatore – e attribuire a se stessi abbastanza individualità per farsene interpreti.

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