Demetrio Paolin, Dialogo con Luca Doninelli
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Sul numero 5 di Granta Italia c’è anche Luca Doninelli, con il racconto “L’Oppositore”.
Demetrio Paolin ne discute con l’autore in esclusiva per Granta Italia.


C’è una prima nhnjsoglia che bisogna attraversare nel leggere nel tuo racconto Luca; la soglia secondo me è quella del titolo. Il termine oppositore è secondo me già una spia molto importante di quella che la storia che si va a narrare nelle pagine successive. Quando ho visto il titolo ho provato a mettere in piedi una serie di possibili sinonimi al tuo titolo. Mi sono venuti in mente: avversario, nemico. L’area semantica è chiara, e riguarda qualcosa che si oppone a qualcun altro che gli sta di fronte. Mentre andavo ragionando di queste cose mi è venuto in mente questo passo della Bibbia

 

Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche satana andò in mezzo a loro.  Il Signore chiese a satana: «Da dove vieni?». Satana rispose al Signore: «Da un giro sulla terra, che ho percorsa». Il Signore disse a satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male». Satana rispose al Signore e disse: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo bestiame abbonda di terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia!».  Il Signore disse a satana: «Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stender la mano su di lui». Satana si allontanò dal Signore.

Il brano è conosciuto e riguarda la “scommessa” di Dio e Satana. Chi è Satana in questo caso? Satana è quello che sta di fronte a Dio, colui che gli si oppone. In certo senso turba le sicurezza che Dio possiede, la certezza della fede di Giobbe, il fatto che quest’uomo lo ami non per i favori che Dio gli ha concesso, ma per il solo fatto che lui è Dio. L’oppositore è scaltro e intelligente, fa un ragionamento di buon senso, un ragionamento da bar, un ragionamento da chi sta in fila alle poste o seduto dentro una chiesa. Il ragionamento è: lui crede in te perché tu, Dio, hai fatto in modo che lui avesse ricchezze. Essere credenti in questo modo, dice l’Oppositore, è troppo semplice.

La prima impressione che la soglia, la soglia che tu chiedi di attraversare è quindi che il male, di cui l’oppositore è figura, non ha nulla di scandaloso, ma è qualcosa che ci parla del buon senso, che ci dice cose che possiamo trovare ragionevoli. Il male non è scandalo, ma l’esatto opposto è norma, è ciò che si ammanta di “banale quotidianità”. Non a caso Cristo, mi potresti dire tu, nel vangelo di Matteo dice

Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare

il figlio dal padre, la figlia dalla madre,

la nuora dalla suocera:

e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.

Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me;  chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.  Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà

Questa frase mi ha sempre colpito, Ci è stato insegnato che etimologicamente il termine “diavolo” significa colui che “separa”. Gesù, però, dice qualcosa di simile ovvero che anche lui è venuto a “dividere”, anzi letteralmente a “separare”. Proprio per questo motivo il termine oppositore che tu scegli per definire il male, mi sembra più adatto, perché appunto a che fare con il fronteggiarsi e con una sorta di scommessa che mi pare forse la più calzante tra lo possibili immagini per definire il libero arbitrio.

Oltre alle soglie ovviamente esistono le parole, noi traffichiamo in maniera più o meno quotidiana con le parole, è questo il nostro mestiere. Così ho fatto una piccola ricerca legata al tuo testo. Ho cercato di definire le occorrenze di “male” e di “bene” all’interno del tuo racconto. Mi è sembrata una ipotesi interessante visto anche il tema dell’intera rivista. Ecco i risultati. La parola male non è mai usata nel tuo testo, “bene” invece appare più volte, ma soltanto come avverbio e non come sostantivo. Questo mi sembra un dato inziale da cui partire, si parla di male e esso non viene mai nominato, proprio come se la sua assenza rafforzasse la sua presenza. Io ho una mia idea, che ovviamente non ha nulla a che vedere con la teologia o la fisiologia, ma è una idea tutta narrativa e quindi regge come racconto. Tu parli del male mettendo in scena il suo fantasma. Il fantasma del male è il dolore, la malattia fisica del corpo. Non è un caso che il protagonista del racconto, la voce narrante, sia stato vittima di alcuni infarti. Soltanto chi ha visto il corpo dopo un infarto, il dolore che si prova nel vedere la persona che si ama dopo un infarto, può immaginare cosa sento quando dico che “il dolore è il fantasma del male”. Nel senso che il dolore fisico è quello che ci mette davanti il mistero iniquo del male, il suo presentarsi sulla terra, il suo toccarci tutti in maniera diversa ma pervasiva.

Nella mia ricerca di termini spia ne ho trovato un altro che mi ha fatto pensare. La parola è “normale”. E quando viene usata si legge una sorta di sgomento della voce narrante, come se ecco, l’oppositore incominciasse ad agire.

Questo ritardo era come una scatola con dentro qualcosa di non normale.

Io sentivo che era successo qualcosa di non normale, qualcosa di contrario alla norma

Quella che abbiamo davanti quindi è una storia normale. E così è infatti. Il tuo è un racconto minimo. Ci sono due persone in un luogo imprecisato, che dopo tanto tempo si ritrovano e per caso ritornano a parlare di un fatto che li ha visti testimoni. Il fatto in sé non è eclatante. Si parla di un matrimonio, e di come questo matrimonio sia finito in modo improvviso. Mi sembra che tu abbia voluto nel ricostruire la storia portare tutto a un tasso di “opacità”. La tua scrittura si è ridotta all’osso, assertiva, paratattica, con un tentativo più di mostrare i fatti che di raccontarli (e questo nonostante che la novella sia un dialogo).

La situazione in sé che metti in scena è già vista: due persone che si stanno per sposare e una terza che s’oppone durante la celebrazione del rito. La gazzarra degli ospiti, gli scontri e infine lo scioglimento, che può essere lieto (ironico e scherzoso) oppure drammatico.

Tu operi, secondo me, una modifica molto interessante. I personaggi sono tre: Franz, Elisa e Annina. Solitamente, nella lettura facilior, si pensa che ora Annina si oppone tra Elisa e Franz. Ecco questo non avviene. La storia d’amore, che ci è tenuta segreta fino alla fine, è tra Elisa e Annina. Questa variante cambia la percezione della scena come il lettore se l’era immaginata, leggendo il racconto io ho sentito un senso di disagio crescente, disagio per quello che mi veniva raccontato, che mi ha ricordato i racconti migliori di Carver; l’accumulo di dati fattuali minuscoli – il ritardo a un appuntamento di Elisa, la storia in gioventù tra Annina e Franz, i dialoghi sul vino di Franz e dell’amico, che sembra parlino d’altro e invece parlano del trauma che stanno raccontare – mi ha gettato sulla schiena un peso che non riuscivo a comprendere.

Ad esempio la descrizione di Annina corrisponde perfettamente a un capro espiatorio. Annina è la matta del villaggio, è da tutti presa in giro e sopportata, perché è il parafulmine dei mali di tutti. Non è molto diversa come funzione narrativa dall’indemoniato di Gerasa, relegato in un angolo dalla comunità e sopportato solo perché fisicamente contiene il male di tutto la comunità. Quindi quando la vediamo comparire al matrimonio tra Franz e Elisa, l’idea che ci facciamo è chiara. Lei è l’oppositore, ma appunto non è venuto a dividere, ma è venuto per sradicare la “siepe” che protegge la casa del giusto. Ecco cosa dice Annina

l’ho messo nel culo, a voi e al vostro dio, conigli che non siete altro, voi e il vostro dio, tutti insieme tutti insieme!, il tempo e scaduto, io ho vinto e voi avete perso, ma ammazzatemi, buffoni, uccidetemi, squartatemi, e questo che volete?,non me ne fotte un cazzo, lo sapete, io sputo su di voi

Annina non è tanto interessata a Elisa, che in un angolo della chiesa piange, ma è interessata a dimostrare che lei ha vinto, come se la sua fosse stata una scommessa, di cui la reazione di Elisa e di Franz conferma la bontà.

A parlare sembra essere l’oppositore che abbiamo visto all’inizio, quello che insieme agli angeli va da Dio e propone di mettere alla prova Giobbe l’uomo giusto. Quello di Annina sembra essere un esperimento per distruggere la vita di Franz e con lui la vita di tutti gli altri uomini che in passato si sono presi scherno di lei.

La storia che tu racconti è quindi in realtà una nuova parabola di Giobbe, in questo caso il povero uomo animale da esperimento (per usare la parole di Primo Levi) è Franz, che infatti è un uomo ricco, fortunato e promesso sposo di una donna bellissima. E proprio come Giobbe Franz non riesce a capacitarsi del perché è dovuto a capitare a lui quello che è successo. A Franz come a Giobbe accade qualcosa che è irreparabile, che non ha un perché se non la accettazione.

Il libro di Giobbe mi ha sempre incuriosito per una cosa di cui nessuno sembra chiedersi. Noi sappiamo che il libro ha un finale spurio ovvero l’aggiunta della ricompensa di Dio alle tribolazioni di Giobbe.

Ecco nessuno si chiede mai cosa ha pensato Giobbe, quando si è visto ricompensato di tutto. Quale stato sia il pensiero che gli ha attraversato la testa nel momento in cui, quello che gli era stato tolto gli è stato ridato in quantità superiori. Il problema, mi viene da dire, è che ciò che gli è stato dato non è ciò che gli è stato tolto, ma è un surrogato, una cosa simile ma diversa.

Mi pare che il finale del racconto, con la reticenza di Franz di dire che destino abbia avuto Elisa, sia un modo per scrivere un finale diverso al libro di Giobbe.

 

Un finale in cui Giobbe dice a Dio: Mi hai messo alla prova, e io l’ho superata, ho patito il male come nessuno sulla terra, ho sentito su di me l’abbandono, la sofferenza, la malattia e lo scherno. E ora Tu, Dio, mi vuoi ridare tutto come se niente fosse successo? Io Dio ti ringrazio ma no, non voglio niente: sono nudo e ho la mia nuda vita e null’altro. Il vostro esperimento, tuo e dell’oppositore, è pienamente riuscito. Ora lasciatemi in pace. Amen.

 

Demetrio Paolin

Caro Demetrio,

fa sempre un certo effetto (a me poi capita di rado) sentirsi intercettati, nel proprio volo – che il più delle volte è cieco – da un radar efficace e partecipe. E’ quello che mi è accaduto con il tuo scritto.

Ti ringrazio perciò moltissimo per la precisione del tuo lavoro, per il tempo che hai dedicato al mio racconto. Le tue osservazioni sono sempre pertinenti e non di rado sorprendenti per me.

Quella che segue non è una risposta vera e propria, perché nelle tue parole non ho trovato nulla cui – propriamente – “rispondere”, tranne un piccolo punto che troverai alla fine. Tuttavia la discussione che apri è interessante al di là del fatto che a provocarla sia stato un mio racconto.

Comincio dal titolo, L’Oppositore. Da ragazzino lessi da qualche parte che questa era la traduzione (o una delle traduzioni) della parola satana. Non avevo vent’anni, e da allora sognai per anni di scrivere qualcosa con questo titolo. Già allora non immaginavo un “opporsi-a-qualcosa”, ossia l’affermare qualcosa in luogo di qualche altra cosa, perché – senza aver latto Hannah Arendt – non immaginavo il male come un’alternativa al bene, un “fare così” anziché “fare cosà”. Il male non è un’alternativa, un aut-aut: è anzi la negazione di tutto questo (e già l’espressione è negazione è scorretta). Immaginavo perciò l’opposizione come una successione di azioni incongrue: un individuo che entra ed esce di casa attraverso la finestra, un ragazzo che sfida a duello la sua fidanzata ecc. Insomma, non un opporsi-a.

Credo che questa idea si mantenga nel mio racconto, il cui titolo originale non era L’oppositore bensì La visita di un dio preistorico. La scelta di cambiare il titolo è proprietà letteraria di Doninelli-lettore, del Doninelli colto che lega un’esperienza letteraria di oggi a una radice storica non scontata, come possono essere i sogni giovanili di uno scrittore in erba.

Quando l’Annina (tu ricordi questo nome nella letteratura italiana, no? E’ la madre di Giorgio Caproni, la graziosa giovane infelice Anna Picchi de Il seme del piangere)1 urla, in chiesa, le parole che hai citato anche tu, il mio intento era quello di far percepire, sotto la dichiarata terribilità di quelle parole, la loro sostanziale meccanicità – cui si contrapporrà l’imprevedibile ma in realtà necessario gesto affettuoso di Elisa verso Franz. Volevo che quelle parole fossero impersonali, espressione dunque non di un’alternativa (“o lui o me”) ma solo di una volontà cieca e demente.

Per questo non si poteva “raccontare” nel senso tradizionale e ho scelto un ritmo paratattico, più ostensivo che narrativo. Il male non ha consistenza, non ha svolgimento, non progredisce, non regredisce, non svela niente, perciò niente sintassi ma solo immagini o blocchi di immagini successivi, giustapposti in cui catturarne gli effetti in atto.

Conservo in me alcune immagini del male alle quali sono particolarmente affezionato: l’incontro di Jim Hawkins con Long John ne L’isola del tesoro; il ritorno di Renzo al paese dopo la peste, quando confonde Tonio con Gervaso; l’introduzione al tema principale nel primo tempo della Settima Sinfonia di Shostakovic; la scena de I demoni in cui Pëtr Stepanovic Verchovenskij persuade Kirillov ad autoaccusarsi dell’omicidio di Šatov e mangia il suo pollo; l’insensata allegria dei diavoli all’ingresso dell’inferno nel Giudizio di Michelangelo; la scena al “Club Silencio” in Mulholland Drive di David Lynch, e alcune altre.

Si tratta quasi sempre di immagini semplici, che suscitano talvolta la nostra simpatia. Dostoevskij è il più preciso nel mostrarci il male come qualcosa che non ha una natura, di cui non si può chiedere “che cos’è” – tanto da dover introdurre un protagonista che lo rappresenti per procura, ma che non è un vero demonio, ossia Stavrogin (Pëtr Stepanovic sì, che è un demonio, ma proprio perciò è inconsistente, non può reggere il peso del racconto, ha bisogno di un interprete). Ma il più simpatico – in realtà assai simile a Pëtr Stepanovic, basta chiedersi che fine fanno i due – è Long John perché non sta rintanato nell’ombra e si presenta in piena luce: lui sa che l’ombra ha sede nel cuore della luce, che nel cuore della luce esiste un punto nero. Manzoni, poi, presenta il male senza personaggi: ora una carestia, ora la cattiva amministrazione, ora l’esercizio protervo del potere (il dialogo tra il Provinciale dei Cappuccini e il Conte Zio è a mio parere una delle pagine più terribili di tutta la Letteratura), ora la peste che cancella i volti, le fisionomie, le personalità, i caratteri, i pensieri, le anime. Che Don Rodrigo sia solo un “cattivo” ma non il male per me è chiaro fin da subito. Se mai allora il Griso…

Il male insomma non è qualcosa, anche se ha i suoi interpreti. E’ la cancellazione di una cosa. Mi colpisce l’ammirazione che il dott. Goebbels riscuote ancora presso molti insospettabili romantici, che lo considerano “genio del male” (cosa sostenuta anche dal dott. Kurtz in quel libro meraviglioso e insieme stupido che è Cuore di tenebra). Il romanticismo in questo (come in altre cose) ha fatto e fa i suoi danni. Ha senso parlare di “genio del male”? O non avrebbe più senso ricordare che nemmeno le persone intelligenti sono esenti dall’imbecillità, la quale richiede solo il nostro assenso (mentre esercitare l’intelligenza è cosa dura anche per un genio)?

Nella tua bella lettera, infine, fai un lungo, interessante riferimento a Giobbe. Dato però che non sono d’accordo con te, voglio dirti le mie ragioni.

Il limite della tua lettura, secondo me, è che cede troppo presto alla mentalità corrente. Devi fare un passo oltre e affrontare il gesto della restituzione (o della resurrezione) per quello che è, ossia come l’ultimo fondamentale trauma.

Dio non restituisce come se niente fosse successo, tant’è che nemmeno il “tuo” Giobbe lo crede, visto che ne rimane scandalizzato. Il limite del tuo Giobbe è quello di essere un borghese del nostro tempo, armato sì di una buona coscienza morale e civile ma in sostanza un borghese, al massimo un po’ radical.

Il tuo Giobbe pensa che Dio gli abbia prima tolto qualcosa che era suo, poi glielo abbia restituito. Così preferisce restarsene con la sua “nuda vita” (ciò che nessuno mai, né dio né demonio, gli potrà mai togliere) – che è però un’espressione finta, da ricchi. Nessun malato terminale, nessun ambulante senegalese, nessun lavavetri ucraino, nessuna badante filippina saprebbe che farsene della “nuda vita”. E’ il mito del “vero volto” che sta sotto la maschera, un’eredità romantica.

Io se fossi in te non ci crederei così tanto. Nella Bibbia come nel Vangelo il miracolo è uno shock difficile da accettare. Pensa alla resurrezione di Lazzaro, che avviene nel fetore della decomposizione, quando ormai la giustizia della natura ha trionfato sul dolore degli uomini: una delle pagine più tragiche di tutta la Letteratura. I miracoli (che sono sempre anche delle restituzioni) ci disturbano perché ci ricordano quello che non vogliamo ricordare, e cioè che fin da principio le cose non stanno come le abbiamo stabilite noi: che nostra moglie, i nostri figli, la nostra casa, le nostre proprietà, tutte queste cose non sono mai state nostre. Giobbe questo lo sa all’inizio delle sue prove, poi sembra averlo dimenticato e si ribella: e qui Dio fotte il diavolo perché proprio nella ribellione l’uomo diventa finalmente indifeso, abbandona il vecchio fideismo e prende il giusto coraggio di insultare Dio – e Dio può finalmente dirgli come le cose stavano fin dalla fondazione dell’Universo: “Dov’eri tu..?”

Non una restituzione, ma lo stabilirsi delle cose come stavano all’origine, la possibilità (che è poi il grande tema della Bibbia, il suo fil-rouge) che la condizione edenica, nella quale l’uomo fu concepito, si possa ricostituire. Solo l’esperienza di un dono sterminato può riconsegnare l’uomo a sé stesso, e il dono, soecie se sterminato, è scandaloso, noi non lo vogliamo.

Questo rifiuto del dono, questa cancellazione (spesso anche teorica) della sua possibilità è ciò che io chiamo il male. Accettare che l’universo abbia delle fondamenta non poste da noi è un trauma esattamente come la morte: qui la tua giusta osservazione sul male fisico come immagine del male tout-court mostra la sua forza. La morte fisica è l’immagine del male.

Grazie, caro Demetrio, per la tua bellissima lettera. Se mi sono permesso di dissentire sull’ultimo punto non è per amor di polemica ma per condurre fino in fondo la ricerca alla quale mi hai felicemente costretto.

Ti auguro davvero ogni bene.

Luca Doninelli

 

1 La mia Annina ha esattamente il volto di Anna Picchi come appare dalle foto d’epoca. La sua follia è il solo modo con il quale riesco a raccontare a me stesso quella figura, tanto importante quanto insopportabile a causa delle lagne del poeta. Chi può sopportare quel fantasmino seduto alla stazione? Eppure Livorno quando lei passava/ D’aria e di barche odorava./ Che voglia di lavorare/ nasceva, al suo passare! L’essenza stessa della Poesia…

 

  1. Magda Guia Cervesato

    Non ho letto il racconto in questione (ordinato…). Intanto ringrazio per questa over-dose di riflessioni su una tematica che mi ha colto tre giorni fa, preparata e impreparata a un tempo.

    Sono sdraiata sopra una barella d’ospedale per accertamenti in seguito a una banale colica. Certa di essere prossima alle dimissioni con la solita prescrizione dell’idropinoterapia (bere acqua fresca) e dopo due visite specialistiche, due ecografie, due prelievi di sangue mi rilasso con un’occhiata al Corriere.
    L’infermiera interrompe l’idillio con un perentorio: ‘Si torna in ostetricia’.
    Mentre mi spinge dentro un grosso ascensore metallico le scruto ogni espressione: è seria. Anzi neutrale, che è peggio.
    Schiaccia il pulsante del quarto piano e la porta dell’ascensore ci sigilla dentro.
    Durante quell’ascesa un primo pensiero: sono grave, e i reni non centrano.
    Un secondo: se faccenda ginecologica dev’essere, meglio qualcosa di ‘produttivo’ quantunque inatteso.
    Un terzo: no, meglio qualche disturbo a un follicolo, basterà curarlo.
    Un quarto: Signore, fai di me quello che vuoi, quello che sarà sarà.
    Un quinto: no! perché? io non voglio avere nessun male! non voglio trovarmi qui a scegliere quale! né a pensare di offrirmi a Dio quando non è quello che voglio ma è tutto quello che ho!
    Giunta in reparto vengo parcheggiata davanti alla porta chiusa del medico con i fogli griffettati delle analisi sul ventre.
    Il giornale non so più cosa sia.
    Durante la mezz’ora di attesa quei cinque pensieri si susseguono nella stessa sequenza: arrivata al quinto torno al primo e così via.
    Da un certo punto in poi iniziano ad accavallarmisi in testa: si rincorrono e sovrappongono in quell’unico punto di rottura.
    Finalmente appare il medico: in piedi a fianco della barella si allarga in un sorriso. ‘Tutto ok, dagli esami nessun problema. Non capisco perché l’abbiano fatta tornare qui dal Pronto Soccorso: bastava una telefonata dal triage. Chiamo subito che vengano a riprenderla”.
    Segue fisiologico sospiro di sollievo e altrettanto fisiologica incazzatura all’indirizzo delle procedure ospedaliere.

    Questi fatti solo per connettermi al vostro ragionare intorno a Giobbe e alla frase di Luca D.: “Accettare che l’universo abbia delle fondamenta non poste da noi è un trauma esattamente come la morte”. E’ ciò che ho pensato su quella barella, e su un altra tempo fa: leggerla qui ha dato una forma bella e compiuta al mio pensiero.
    In sintesi, se capisco bene, Luca D. dice: la ribellione di Giobbe, la mia, quella di Gesù sulla croce, quella di tutti gli uomini (‘Perché Padre mi hai abbandonato?”) è l’opportunità per Dio di ribadire come stanno le cose fin dal principio, e in ultima istanza per ricostituire la possibilità di una condizione edenica.
    Ma in questo caso, e sempre che la mia lettura sia corretta, chiedo: perché considerare l’indifesa e coraggiosa ribellione umana come il male? ["Questo rifiuto del dono, questa cancellazione (spesso anche teorica) della sua possibilità è ciò che io chiamo il male"], se essa è il LA necessario al ripristinarsi delle giuste gerarchie (“Dov’eri tu..?”) e al realizzarsi di quel dono originario tanto sterminato e scandaloso?
    L’accettazione, se accade, accade solo oltre una certa linea (di shock o miracolo); e dunque ciò che io chiamerei male è solo la cancellazione teorica della possibilità del dono.
    (Spero possa essere comprensibile…)
    Grazie Demetrio e Luca D.

    • Luca D.

      Gentile Magda, del male non si finisce di parlare. Quello che ho cercato di dire (male, probabilmente), è che crederci proprietari delle fondamenta delle cose induce a rifiutare il dono, perché il dono implica un donatore (sia pure un soggetto impersonale, come quando diciamo “piove”), e quindi un fondamento-altro. Ho conosciuto tanti che si considerano aventi diritto alla salvezza: bravi cattolici, a messa tutte le domeniche, figli battezzati e cresimati, matrimonio in chiesa, tutti bravi ragazzi. Pensano in tal modo di dare scacco matto a Dio. Viceversa, la ribellione non è il rifiuto del dono, ma lo scandalo salutare che sorge con la consapevolezza che un dono esiste, e che con esso è necessario fare i conti. Il dono scombina i piani, è come un figlio che ti cresce dentro e di cui ti accorgi prima di esserti chiesta se lo desideravi oppure no.
      Nel dono, insomma, c’è uno scandalo. Ma è il bene stesso ad essere scandaloso. Tanti anni fa assistetti a un dialogo tra Giovanni Testori e lo psicoanalista Giacomo B. Contri. Testori domandava a Contri come riuscisse a reggere senza impazzire tutto l’inferno che i pazienti gli rovesciavano addosso. Contri sorridendo rispose: “Caro Gianni, il male è una stronzata: quello che ci fa paura è il bene, non il male”.
      Be’, con questo forse sono riuscito a chiarire un po’ il senso di ciò che avevo scritto su questo punto.
      Grazie della tua giusta provocazione, ti mando un caro saluto
      Luca D.

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