Riccardo De Gennaro, Riflessione su “Il caso Manuel Piperno”
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Riccardo De Gennaro, direttore della rivista Il Reportage ha letto con interesse il contributo di Alessandro Piperno al numero 5 di Granta Italia e ci ha mandato queste sue riflessioni.

 

 

 

Aver sopportato il male nelle sue forme più estreme (l’internamento in un campo di sterminio, la tortura, l’annientamento fisico e psicologico) può giustificare – una volta salvi – un comportamento che si discosti, tanto o poco, dalla rettitudine, dalla dignità, dalla trasparenza? E qual è, se c’è, la relazione tra l’esperienza di deportato e una pulsione sessuale che comporta un crimine? Il racconto di Alessandro Piperno, intitolato “Il caso Manuel Piperno” e pubblicato sul nuovo numero di Granta, è centrato su questi e altri interrogativi “morali”, che peraltro informano anche i suoi romanzi. Manuel Piperno è un ebreo che è stato detenuto per due anni in un campo di sterminio nazista, dove sono morti la madre, la fidanzata e alcuni cugini, ma che – una ventina d’anni dopo la Liberazione – viene depennato dalla lista dei deportati romani e dimenticato. Nella sua vita è stata scoperta una macchia: non solo sarebbe fuggito con la cassa di un’associazione da lui stesso fondata per tutelare la memoria della Shoah, ma è finito in prigione per molestie sessuali nei confronti di almeno una dozzina di dodicenni.

Il protagonista del racconto, imparentato con l’io narrante e che, ai fini di un surplus di realismo, porta anche il cognome dell’autore, è il paradigma per una serie di ragionamenti sull’esistenza del male, che lo scrittore Piperno sviluppa anche attraverso il saggio di Sartre su Baudelaire e, inevitabilmente, gli articoli della Harendt sul processo Eichmann. Terminata l’esperienza del campo di concentramento, Manuel Piperno scompare per vent’anni, rifuggendo il ruolo del sopravvissuto. Si fa rivedere alla fine degli anni Sessanta dal nonno di chi racconta per chiedergli un prestito e dare vita all’associazione di cui si è detto. Ma la sua iniziativa non è che opportunismo. Primo Levi “con quella roba ci ha fatto un sacco di soldi”, aveva detto al narratore. Lui, forte del credito acquisito agli occhi dell’umanità, ne approfitta per adescare ragazzine, un atto che non può trovare alcuna giustificazione nel suo passato. Anche perché, come scrive Piperno, “qualsiasi predilezione sessuale rivendica una sua autonomia rispetto alle leggi binarie della psiche”.

Il racconto apre un dibattito sul male necessario. Il male, infatti, è ineliminabile, non perché sia più forte del bene, ma perché eliminare il male sarebbe come abolire il giudizio morale. Piperno ricorda che molti tra coloro che si salvarono dai campi di sterminio riscoprirono la fede, anziché – legittimamente – perderla. Nonostante tutto ciò che avevano subìto era più facile per loro sopportare l’idea dell’esistenza di Dio che non quella della sua assenza: ciò di cui avevano bisogno era una legge divina che sancisse la malvagità dei loro aguzzini, ovvero – appunto – l’esistenza del male. Nello stesso tempo, la sofferenza li costringeva a sottostare a un carico estremo di responsabilità, una responsabilità che Manuel Piperno non si è assunto: quella di dimostrarsi all’altezza di quanto avevano dovuto patire.

Nel suo discorso sul male, Piperno ricorre a Sartre e al suo “rovesciamento” dell’opera di Baudelaire: “È però col fare coscientemente il male attraverso la sua coscienza del Male che Baudelaire, non dimentichiamolo, dà la sua adesione al Bene”. Quando sostiene che “il problema cui ti mette di fronte l’ateismo non è tanto l’abolizione del bene, ma semmai l’abolizione del male”, Piperno trascura tuttavia Camus. La morte di Dio, infatti, non annulla la responsabilità dell’uomo e, dunque, il male. Come dice Camus, non è vero che – morto Dio – tutto sia consentito. Al contrario. Senza Dio, l’uomo diventa pienamente responsabile delle sue azioni. Sta quindi a lui e soltanto a lui distinguere, nella propria esistenza di ogni giorno, il bene dal male.

Riccardo De Gennaro

 

 

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