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- Caro Siti ti scrivo

Mazzarella - Il male necessario cop._Curi

Arturo Mazzarella, autore del recente saggio “Il male necessario” (Bollati Boringhieri), risponde a Walter Siti a proposito dell’editoriale al numero 5 di Granta Italia.

 

Si sta tornando, finalmente, a occuparsi del tema – o, meglio, problema – del male, anche al di fuori di quella cornice etica, oramai in più parti consunta, comune ad alcune tra le voci più nobili del pensiero filosofico del secondo Novecento (basti pensare a Lévinas e Ricœur).

Un significativo, e suggestivo, passo in avanti lungo questa direzione è compiuto dal numero 5 della prestigiosa rivista «Granta», che il nuovo direttore Walter Siti è riuscito, dal numero precedente, a rivitalizzare grazie alla sua magnetica tensione creativa. Proprio l’editoriale di Siti presenta alcuni spunti di riflessione per me inaggirabili, essendo in libreria da qualche settimana un mio lavoro, pubblicato da Bollati Boringhieri con il titolo, appunto, di Il male necessario. Etica ed estetica sulla scena contemporanea.

Siti sa bene che la costellazione del male si staglia, oggi, su uno sfondo di grovigli inestricabili e, nel suo editoriale, lo sottolinea senza mezzi termini, con la lucidità che da sempre lo caratterizza:

 

L’idea – egli osserva – è quella, come per ogni numero, di perimetrare l’estensione del tema per squadernarlo in un ventaglio di dubbi, se non di contraddizioni. A partire dalla necessità del male in ogni religione e in ogni visione del mondo: se “la vita è male” […] è anche vero che il rifiuto della vita è forse il male più grande.

 

Ma siamo sicuri che per uscire da questo paradossale circolo di contraddizioni la strada privilegiata risieda nella tradizionale rivendicazione del valore attribuito alla responsabilità individuale? Siamo sicuri, cioè, che sia la volontà soggettiva a decidere, ancora oggi, di quanto è ascrivibile al regime del bene e del male? Siti sembra di questo avviso, fin dalla prima pagina dell’editoriale: «Ogni cosa, ogni azione o intenzione nominata – egli scrive – è in sé stessa positiva, ma può diventare una licenza di irresponsabilità».

Irresponsabilità: ecco il termine cruciale sul quale siamo costretti, nel nostro caotico presente, a interrogarci. A interrogarci criticamente, però. È una categoria, infatti, oramai scarsamente incidente per interpretare la nuova fenomenologia del male, da tempo davanti ai nostri occhi. Se non ce lo ricordasse con puntualità macabra la cronaca quotidiana, nel suo accavallarsi di azioni efferate quanto prive di qualsiasi motivazione, tutte le esperienze estetiche più vitali degli ultimi decenni continuano a ribadire spregiudicatamente che l’insensatezza, l’assoluta mancanza di significato da parte di un ampio ventaglio di azioni – come ho tentato di mettere in luce nel Male necessario -, è la radice, l’unica radice, del male che ci sta accerchiando, invadendo da ogni lato.

Testimoni esemplari di questa nuova via crucis sono, per esempio, in campo letterario, per fare alcuni nomi, Houellebecq, Carrère, Sebald, Ballard, Ellis, DeLillo, Bolaño e Agota Kristof – senza dimenticare lo straordinario romanzo postumo di Goffredo Parise intitolato L’odore del sangue -, come, sul versante cinematografico, von Trier, Haneke, Sokurov e Van Sant, mentre su quello artistico-figurativo, Serrano, Richter, Cattelan o Cindy Sherman. Tutti autori molto lontani tra loro – anche abissalmente lontani -, i quali, però, sembrano aver fatta propria, ovviamente senza saperlo, una brutale, ma imprescindibile, affermazione pronunciata da Lacan nel suo seminario sull’Etica della psicoanalisi, tenuto tra il 1959 e il 1960: «Non c’è legge del bene se non nel male e attraverso il male». Troppo spesso lo dimentichiamo.

Arturo Mazzarella

- Riflessione su “Il caso Manuel Piperno”

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Riccardo De Gennaro, direttore della rivista Il Reportage ha letto con interesse il contributo di Alessandro Piperno al numero 5 di Granta Italia e ci ha mandato queste sue riflessioni.

 

 

 

Aver sopportato il male nelle sue forme più estreme (l’internamento in un campo di sterminio, la tortura, l’annientamento fisico e psicologico) può giustificare – una volta salvi – un comportamento che si discosti, tanto o poco, dalla rettitudine, dalla dignità, dalla trasparenza? E qual è, se c’è, la relazione tra l’esperienza di deportato e una pulsione sessuale che comporta un crimine? Il racconto di Alessandro Piperno, intitolato “Il caso Manuel Piperno” e pubblicato sul nuovo numero di Granta, è centrato su questi e altri interrogativi “morali”, che peraltro informano anche i suoi romanzi. Manuel Piperno è un ebreo che è stato detenuto per due anni in un campo di sterminio nazista, dove sono morti la madre, la fidanzata e alcuni cugini, ma che – una ventina d’anni dopo la Liberazione – viene depennato dalla lista dei deportati romani e dimenticato. Nella sua vita è stata scoperta una macchia: non solo sarebbe fuggito con la cassa di un’associazione da lui stesso fondata per tutelare la memoria della Shoah, ma è finito in prigione per molestie sessuali nei confronti di almeno una dozzina di dodicenni.

Il protagonista del racconto, imparentato con l’io narrante e che, ai fini di un surplus di realismo, porta anche il cognome dell’autore, è il paradigma per una serie di ragionamenti sull’esistenza del male, che lo scrittore Piperno sviluppa anche attraverso il saggio di Sartre su Baudelaire e, inevitabilmente, gli articoli della Harendt sul processo Eichmann. Terminata l’esperienza del campo di concentramento, Manuel Piperno scompare per vent’anni, rifuggendo il ruolo del sopravvissuto. Si fa rivedere alla fine degli anni Sessanta dal nonno di chi racconta per chiedergli un prestito e dare vita all’associazione di cui si è detto. Ma la sua iniziativa non è che opportunismo. Primo Levi “con quella roba ci ha fatto un sacco di soldi”, aveva detto al narratore. Lui, forte del credito acquisito agli occhi dell’umanità, ne approfitta per adescare ragazzine, un atto che non può trovare alcuna giustificazione nel suo passato. Anche perché, come scrive Piperno, “qualsiasi predilezione sessuale rivendica una sua autonomia rispetto alle leggi binarie della psiche”.

Il racconto apre un dibattito sul male necessario. Il male, infatti, è ineliminabile, non perché sia più forte del bene, ma perché eliminare il male sarebbe come abolire il giudizio morale. Piperno ricorda che molti tra coloro che si salvarono dai campi di sterminio riscoprirono la fede, anziché – legittimamente – perderla. Nonostante tutto ciò che avevano subìto era più facile per loro sopportare l’idea dell’esistenza di Dio che non quella della sua assenza: ciò di cui avevano bisogno era una legge divina che sancisse la malvagità dei loro aguzzini, ovvero – appunto – l’esistenza del male. Nello stesso tempo, la sofferenza li costringeva a sottostare a un carico estremo di responsabilità, una responsabilità che Manuel Piperno non si è assunto: quella di dimostrarsi all’altezza di quanto avevano dovuto patire.

Nel suo discorso sul male, Piperno ricorre a Sartre e al suo “rovesciamento” dell’opera di Baudelaire: “È però col fare coscientemente il male attraverso la sua coscienza del Male che Baudelaire, non dimentichiamolo, dà la sua adesione al Bene”. Quando sostiene che “il problema cui ti mette di fronte l’ateismo non è tanto l’abolizione del bene, ma semmai l’abolizione del male”, Piperno trascura tuttavia Camus. La morte di Dio, infatti, non annulla la responsabilità dell’uomo e, dunque, il male. Come dice Camus, non è vero che – morto Dio – tutto sia consentito. Al contrario. Senza Dio, l’uomo diventa pienamente responsabile delle sue azioni. Sta quindi a lui e soltanto a lui distinguere, nella propria esistenza di ogni giorno, il bene dal male.

Riccardo De Gennaro

 

 

- Dialogo con Luca Doninelli

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Sul numero 5 di Granta Italia c’è anche Luca Doninelli, con il racconto “L’Oppositore”.
Demetrio Paolin ne discute con l’autore in esclusiva per Granta Italia.


C’è una prima nhnjsoglia che bisogna attraversare nel leggere nel tuo racconto Luca; la soglia secondo me è quella del titolo. Il termine oppositore è secondo me già una spia molto importante di quella che la storia che si va a narrare nelle pagine successive. Quando ho visto il titolo ho provato a mettere in piedi una serie di possibili sinonimi al tuo titolo. Mi sono venuti in mente: avversario, nemico. L’area semantica è chiara, e riguarda qualcosa che si oppone a qualcun altro che gli sta di fronte. Mentre andavo ragionando di queste cose mi è venuto in mente questo passo della Bibbia

 

Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche satana andò in mezzo a loro.  Il Signore chiese a satana: «Da dove vieni?». Satana rispose al Signore: «Da un giro sulla terra, che ho percorsa». Il Signore disse a satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male». Satana rispose al Signore e disse: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo bestiame abbonda di terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia!».  Il Signore disse a satana: «Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stender la mano su di lui». Satana si allontanò dal Signore.

Il brano è conosciuto e riguarda la “scommessa” di Dio e Satana. Chi è Satana in questo caso? Satana è quello che sta di fronte a Dio, colui che gli si oppone. In certo senso turba le sicurezza che Dio possiede, la certezza della fede di Giobbe, il fatto che quest’uomo lo ami non per i favori che Dio gli ha concesso, ma per il solo fatto che lui è Dio. L’oppositore è scaltro e intelligente, fa un ragionamento di buon senso, un ragionamento da bar, un ragionamento da chi sta in fila alle poste o seduto dentro una chiesa. Il ragionamento è: lui crede in te perché tu, Dio, hai fatto in modo che lui avesse ricchezze. Essere credenti in questo modo, dice l’Oppositore, è troppo semplice.

La prima impressione che la soglia, la soglia che tu chiedi di attraversare è quindi che il male, di cui l’oppositore è figura, non ha nulla di scandaloso, ma è qualcosa che ci parla del buon senso, che ci dice cose che possiamo trovare ragionevoli. Il male non è scandalo, ma l’esatto opposto è norma, è ciò che si ammanta di “banale quotidianità”. Non a caso Cristo, mi potresti dire tu, nel vangelo di Matteo dice

Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare

il figlio dal padre, la figlia dalla madre,

la nuora dalla suocera:

e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.

Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me;  chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.  Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà

Questa frase mi ha sempre colpito, Ci è stato insegnato che etimologicamente il termine “diavolo” significa colui che “separa”. Gesù, però, dice qualcosa di simile ovvero che anche lui è venuto a “dividere”, anzi letteralmente a “separare”. Proprio per questo motivo il termine oppositore che tu scegli per definire il male, mi sembra più adatto, perché appunto a che fare con il fronteggiarsi e con una sorta di scommessa che mi pare forse la più calzante tra lo possibili immagini per definire il libero arbitrio.

Oltre alle soglie ovviamente esistono le parole, noi traffichiamo in maniera più o meno quotidiana con le parole, è questo il nostro mestiere. Così ho fatto una piccola ricerca legata al tuo testo. Ho cercato di definire le occorrenze di “male” e di “bene” all’interno del tuo racconto. Mi è sembrata una ipotesi interessante visto anche il tema dell’intera rivista. Ecco i risultati. La parola male non è mai usata nel tuo testo, “bene” invece appare più volte, ma soltanto come avverbio e non come sostantivo. Questo mi sembra un dato inziale da cui partire, si parla di male e esso non viene mai nominato, proprio come se la sua assenza rafforzasse la sua presenza. Io ho una mia idea, che ovviamente non ha nulla a che vedere con la teologia o la fisiologia, ma è una idea tutta narrativa e quindi regge come racconto. Tu parli del male mettendo in scena il suo fantasma. Il fantasma del male è il dolore, la malattia fisica del corpo. Non è un caso che il protagonista del racconto, la voce narrante, sia stato vittima di alcuni infarti. Soltanto chi ha visto il corpo dopo un infarto, il dolore che si prova nel vedere la persona che si ama dopo un infarto, può immaginare cosa sento quando dico che “il dolore è il fantasma del male”. Nel senso che il dolore fisico è quello che ci mette davanti il mistero iniquo del male, il suo presentarsi sulla terra, il suo toccarci tutti in maniera diversa ma pervasiva.

Nella mia ricerca di termini spia ne ho trovato un altro che mi ha fatto pensare. La parola è “normale”. E quando viene usata si legge una sorta di sgomento della voce narrante, come se ecco, l’oppositore incominciasse ad agire.

Questo ritardo era come una scatola con dentro qualcosa di non normale.

Io sentivo che era successo qualcosa di non normale, qualcosa di contrario alla norma

Quella che abbiamo davanti quindi è una storia normale. E così è infatti. Il tuo è un racconto minimo. Ci sono due persone in un luogo imprecisato, che dopo tanto tempo si ritrovano e per caso ritornano a parlare di un fatto che li ha visti testimoni. Il fatto in sé non è eclatante. Si parla di un matrimonio, e di come questo matrimonio sia finito in modo improvviso. Mi sembra che tu abbia voluto nel ricostruire la storia portare tutto a un tasso di “opacità”. La tua scrittura si è ridotta all’osso, assertiva, paratattica, con un tentativo più di mostrare i fatti che di raccontarli (e questo nonostante che la novella sia un dialogo).

La situazione in sé che metti in scena è già vista: due persone che si stanno per sposare e una terza che s’oppone durante la celebrazione del rito. La gazzarra degli ospiti, gli scontri e infine lo scioglimento, che può essere lieto (ironico e scherzoso) oppure drammatico.

Tu operi, secondo me, una modifica molto interessante. I personaggi sono tre: Franz, Elisa e Annina. Solitamente, nella lettura facilior, si pensa che ora Annina si oppone tra Elisa e Franz. Ecco questo non avviene. La storia d’amore, che ci è tenuta segreta fino alla fine, è tra Elisa e Annina. Questa variante cambia la percezione della scena come il lettore se l’era immaginata, leggendo il racconto io ho sentito un senso di disagio crescente, disagio per quello che mi veniva raccontato, che mi ha ricordato i racconti migliori di Carver; l’accumulo di dati fattuali minuscoli – il ritardo a un appuntamento di Elisa, la storia in gioventù tra Annina e Franz, i dialoghi sul vino di Franz e dell’amico, che sembra parlino d’altro e invece parlano del trauma che stanno raccontare – mi ha gettato sulla schiena un peso che non riuscivo a comprendere.

Ad esempio la descrizione di Annina corrisponde perfettamente a un capro espiatorio. Annina è la matta del villaggio, è da tutti presa in giro e sopportata, perché è il parafulmine dei mali di tutti. Non è molto diversa come funzione narrativa dall’indemoniato di Gerasa, relegato in un angolo dalla comunità e sopportato solo perché fisicamente contiene il male di tutto la comunità. Quindi quando la vediamo comparire al matrimonio tra Franz e Elisa, l’idea che ci facciamo è chiara. Lei è l’oppositore, ma appunto non è venuto a dividere, ma è venuto per sradicare la “siepe” che protegge la casa del giusto. Ecco cosa dice Annina

l’ho messo nel culo, a voi e al vostro dio, conigli che non siete altro, voi e il vostro dio, tutti insieme tutti insieme!, il tempo e scaduto, io ho vinto e voi avete perso, ma ammazzatemi, buffoni, uccidetemi, squartatemi, e questo che volete?,non me ne fotte un cazzo, lo sapete, io sputo su di voi

Annina non è tanto interessata a Elisa, che in un angolo della chiesa piange, ma è interessata a dimostrare che lei ha vinto, come se la sua fosse stata una scommessa, di cui la reazione di Elisa e di Franz conferma la bontà.

A parlare sembra essere l’oppositore che abbiamo visto all’inizio, quello che insieme agli angeli va da Dio e propone di mettere alla prova Giobbe l’uomo giusto. Quello di Annina sembra essere un esperimento per distruggere la vita di Franz e con lui la vita di tutti gli altri uomini che in passato si sono presi scherno di lei.

La storia che tu racconti è quindi in realtà una nuova parabola di Giobbe, in questo caso il povero uomo animale da esperimento (per usare la parole di Primo Levi) è Franz, che infatti è un uomo ricco, fortunato e promesso sposo di una donna bellissima. E proprio come Giobbe Franz non riesce a capacitarsi del perché è dovuto a capitare a lui quello che è successo. A Franz come a Giobbe accade qualcosa che è irreparabile, che non ha un perché se non la accettazione.

Il libro di Giobbe mi ha sempre incuriosito per una cosa di cui nessuno sembra chiedersi. Noi sappiamo che il libro ha un finale spurio ovvero l’aggiunta della ricompensa di Dio alle tribolazioni di Giobbe.

Ecco nessuno si chiede mai cosa ha pensato Giobbe, quando si è visto ricompensato di tutto. Quale stato sia il pensiero che gli ha attraversato la testa nel momento in cui, quello che gli era stato tolto gli è stato ridato in quantità superiori. Il problema, mi viene da dire, è che ciò che gli è stato dato non è ciò che gli è stato tolto, ma è un surrogato, una cosa simile ma diversa.

Mi pare che il finale del racconto, con la reticenza di Franz di dire che destino abbia avuto Elisa, sia un modo per scrivere un finale diverso al libro di Giobbe.

 

Un finale in cui Giobbe dice a Dio: Mi hai messo alla prova, e io l’ho superata, ho patito il male come nessuno sulla terra, ho sentito su di me l’abbandono, la sofferenza, la malattia e lo scherno. E ora Tu, Dio, mi vuoi ridare tutto come se niente fosse successo? Io Dio ti ringrazio ma no, non voglio niente: sono nudo e ho la mia nuda vita e null’altro. Il vostro esperimento, tuo e dell’oppositore, è pienamente riuscito. Ora lasciatemi in pace. Amen.

 

Demetrio Paolin

Caro Demetrio,

fa sempre un certo effetto (a me poi capita di rado) sentirsi intercettati, nel proprio volo – che il più delle volte è cieco – da un radar efficace e partecipe. E’ quello che mi è accaduto con il tuo scritto.

Ti ringrazio perciò moltissimo per la precisione del tuo lavoro, per il tempo che hai dedicato al mio racconto. Le tue osservazioni sono sempre pertinenti e non di rado sorprendenti per me.

Quella che segue non è una risposta vera e propria, perché nelle tue parole non ho trovato nulla cui – propriamente – “rispondere”, tranne un piccolo punto che troverai alla fine. Tuttavia la discussione che apri è interessante al di là del fatto che a provocarla sia stato un mio racconto.

Comincio dal titolo, L’Oppositore. Da ragazzino lessi da qualche parte che questa era la traduzione (o una delle traduzioni) della parola satana. Non avevo vent’anni, e da allora sognai per anni di scrivere qualcosa con questo titolo. Già allora non immaginavo un “opporsi-a-qualcosa”, ossia l’affermare qualcosa in luogo di qualche altra cosa, perché – senza aver latto Hannah Arendt – non immaginavo il male come un’alternativa al bene, un “fare così” anziché “fare cosà”. Il male non è un’alternativa, un aut-aut: è anzi la negazione di tutto questo (e già l’espressione è negazione è scorretta). Immaginavo perciò l’opposizione come una successione di azioni incongrue: un individuo che entra ed esce di casa attraverso la finestra, un ragazzo che sfida a duello la sua fidanzata ecc. Insomma, non un opporsi-a.

Credo che questa idea si mantenga nel mio racconto, il cui titolo originale non era L’oppositore bensì La visita di un dio preistorico. La scelta di cambiare il titolo è proprietà letteraria di Doninelli-lettore, del Doninelli colto che lega un’esperienza letteraria di oggi a una radice storica non scontata, come possono essere i sogni giovanili di uno scrittore in erba.

Quando l’Annina (tu ricordi questo nome nella letteratura italiana, no? E’ la madre di Giorgio Caproni, la graziosa giovane infelice Anna Picchi de Il seme del piangere)1 urla, in chiesa, le parole che hai citato anche tu, il mio intento era quello di far percepire, sotto la dichiarata terribilità di quelle parole, la loro sostanziale meccanicità – cui si contrapporrà l’imprevedibile ma in realtà necessario gesto affettuoso di Elisa verso Franz. Volevo che quelle parole fossero impersonali, espressione dunque non di un’alternativa (“o lui o me”) ma solo di una volontà cieca e demente.

Per questo non si poteva “raccontare” nel senso tradizionale e ho scelto un ritmo paratattico, più ostensivo che narrativo. Il male non ha consistenza, non ha svolgimento, non progredisce, non regredisce, non svela niente, perciò niente sintassi ma solo immagini o blocchi di immagini successivi, giustapposti in cui catturarne gli effetti in atto.

Conservo in me alcune immagini del male alle quali sono particolarmente affezionato: l’incontro di Jim Hawkins con Long John ne L’isola del tesoro; il ritorno di Renzo al paese dopo la peste, quando confonde Tonio con Gervaso; l’introduzione al tema principale nel primo tempo della Settima Sinfonia di Shostakovic; la scena de I demoni in cui Pëtr Stepanovic Verchovenskij persuade Kirillov ad autoaccusarsi dell’omicidio di Šatov e mangia il suo pollo; l’insensata allegria dei diavoli all’ingresso dell’inferno nel Giudizio di Michelangelo; la scena al “Club Silencio” in Mulholland Drive di David Lynch, e alcune altre.

Si tratta quasi sempre di immagini semplici, che suscitano talvolta la nostra simpatia. Dostoevskij è il più preciso nel mostrarci il male come qualcosa che non ha una natura, di cui non si può chiedere “che cos’è” – tanto da dover introdurre un protagonista che lo rappresenti per procura, ma che non è un vero demonio, ossia Stavrogin (Pëtr Stepanovic sì, che è un demonio, ma proprio perciò è inconsistente, non può reggere il peso del racconto, ha bisogno di un interprete). Ma il più simpatico – in realtà assai simile a Pëtr Stepanovic, basta chiedersi che fine fanno i due – è Long John perché non sta rintanato nell’ombra e si presenta in piena luce: lui sa che l’ombra ha sede nel cuore della luce, che nel cuore della luce esiste un punto nero. Manzoni, poi, presenta il male senza personaggi: ora una carestia, ora la cattiva amministrazione, ora l’esercizio protervo del potere (il dialogo tra il Provinciale dei Cappuccini e il Conte Zio è a mio parere una delle pagine più terribili di tutta la Letteratura), ora la peste che cancella i volti, le fisionomie, le personalità, i caratteri, i pensieri, le anime. Che Don Rodrigo sia solo un “cattivo” ma non il male per me è chiaro fin da subito. Se mai allora il Griso…

Il male insomma non è qualcosa, anche se ha i suoi interpreti. E’ la cancellazione di una cosa. Mi colpisce l’ammirazione che il dott. Goebbels riscuote ancora presso molti insospettabili romantici, che lo considerano “genio del male” (cosa sostenuta anche dal dott. Kurtz in quel libro meraviglioso e insieme stupido che è Cuore di tenebra). Il romanticismo in questo (come in altre cose) ha fatto e fa i suoi danni. Ha senso parlare di “genio del male”? O non avrebbe più senso ricordare che nemmeno le persone intelligenti sono esenti dall’imbecillità, la quale richiede solo il nostro assenso (mentre esercitare l’intelligenza è cosa dura anche per un genio)?

Nella tua bella lettera, infine, fai un lungo, interessante riferimento a Giobbe. Dato però che non sono d’accordo con te, voglio dirti le mie ragioni.

Il limite della tua lettura, secondo me, è che cede troppo presto alla mentalità corrente. Devi fare un passo oltre e affrontare il gesto della restituzione (o della resurrezione) per quello che è, ossia come l’ultimo fondamentale trauma.

Dio non restituisce come se niente fosse successo, tant’è che nemmeno il “tuo” Giobbe lo crede, visto che ne rimane scandalizzato. Il limite del tuo Giobbe è quello di essere un borghese del nostro tempo, armato sì di una buona coscienza morale e civile ma in sostanza un borghese, al massimo un po’ radical.

Il tuo Giobbe pensa che Dio gli abbia prima tolto qualcosa che era suo, poi glielo abbia restituito. Così preferisce restarsene con la sua “nuda vita” (ciò che nessuno mai, né dio né demonio, gli potrà mai togliere) – che è però un’espressione finta, da ricchi. Nessun malato terminale, nessun ambulante senegalese, nessun lavavetri ucraino, nessuna badante filippina saprebbe che farsene della “nuda vita”. E’ il mito del “vero volto” che sta sotto la maschera, un’eredità romantica.

Io se fossi in te non ci crederei così tanto. Nella Bibbia come nel Vangelo il miracolo è uno shock difficile da accettare. Pensa alla resurrezione di Lazzaro, che avviene nel fetore della decomposizione, quando ormai la giustizia della natura ha trionfato sul dolore degli uomini: una delle pagine più tragiche di tutta la Letteratura. I miracoli (che sono sempre anche delle restituzioni) ci disturbano perché ci ricordano quello che non vogliamo ricordare, e cioè che fin da principio le cose non stanno come le abbiamo stabilite noi: che nostra moglie, i nostri figli, la nostra casa, le nostre proprietà, tutte queste cose non sono mai state nostre. Giobbe questo lo sa all’inizio delle sue prove, poi sembra averlo dimenticato e si ribella: e qui Dio fotte il diavolo perché proprio nella ribellione l’uomo diventa finalmente indifeso, abbandona il vecchio fideismo e prende il giusto coraggio di insultare Dio – e Dio può finalmente dirgli come le cose stavano fin dalla fondazione dell’Universo: “Dov’eri tu..?”

Non una restituzione, ma lo stabilirsi delle cose come stavano all’origine, la possibilità (che è poi il grande tema della Bibbia, il suo fil-rouge) che la condizione edenica, nella quale l’uomo fu concepito, si possa ricostituire. Solo l’esperienza di un dono sterminato può riconsegnare l’uomo a sé stesso, e il dono, soecie se sterminato, è scandaloso, noi non lo vogliamo.

Questo rifiuto del dono, questa cancellazione (spesso anche teorica) della sua possibilità è ciò che io chiamo il male. Accettare che l’universo abbia delle fondamenta non poste da noi è un trauma esattamente come la morte: qui la tua giusta osservazione sul male fisico come immagine del male tout-court mostra la sua forza. La morte fisica è l’immagine del male.

Grazie, caro Demetrio, per la tua bellissima lettera. Se mi sono permesso di dissentire sull’ultimo punto non è per amor di polemica ma per condurre fino in fondo la ricerca alla quale mi hai felicemente costretto.

Ti auguro davvero ogni bene.

Luca Doninelli

 

1 La mia Annina ha esattamente il volto di Anna Picchi come appare dalle foto d’epoca. La sua follia è il solo modo con il quale riesco a raccontare a me stesso quella figura, tanto importante quanto insopportabile a causa delle lagne del poeta. Chi può sopportare quel fantasmino seduto alla stazione? Eppure Livorno quando lei passava/ D’aria e di barche odorava./ Che voglia di lavorare/ nasceva, al suo passare! L’essenza stessa della Poesia…

 

- Uscivo dalla finestra e correvo nella rugiada

WCE 1527

La Metaflora di Walter Chappell

 

È aperta fino al 2 febbraio 2014 negli spazi della Fondazione Fotografia di Modena (Ex Ospedale S. Agostino) la retrospettiva Walter Chappell – Eternal Impermanence che ha il compito di chiarire, probabilmente anche in ambito internazionale, il lavoro di questo artista anomalo quanto eminente nel “sistema” della fotografia istituzionale statunitense. Chappell (1925-2000) è stato allievo di Minor White e con lui collaboratore di «Aperture», affiancando anche Beaumont Newhall alla cura delle attività della George Eastman House di Rochester fino al 1961. Da quella data Chappell si allontanerà progressivamente dal mondo della fotografia istituzionale per intraprendere una ricerca  il più possibile libera da condizionamenti, pur mantenendo rapporti con Edward Weston, Imogen Cunningham, Ansel Adams, lo stesso Minor White e molti altri fotografi della sua generazione.

 

Tra le immagini in mostra a Modena spiccano le ventitré fotografie che costituiscono la serie Metaflora (1973-1980), rivelando il senso della sua ricerca visiva in modo certamente più interessante rispetto al resto della sua produzione, più o meno echeggiante temi e contenuti della fotografia artistica di quel periodo. Metaflora è invece notevole per molti aspetti, alcuni dei quali dipendono dalla storia individuale del fotografo stesso, sorta di mistico vagabondo, altri dal contenuto intrinseco delle immagini, legate a doppio filo come sono alle origini della fotografia e probabilmente al suo futuro. In queste fotografie si vedono perlopiù elementi di vegetazione: foglie, infiorescenze, corolle, nervature. Ma ogni contorno è soffuso da fiotti di luce radiante. La prospettiva è negata: le immagini sono bidimensionali, ancorate ad un piano di osservazione che non aiuta a capire tutto lo svolgersi delle forme. Al conoscitore di fotografia le immagini di Metaflora ricorderanno per analogia tematica le primitive immagini di esemplari botanici di William Henry Fox Talbot, l’inventore della fotografia su carta, che già negli anni quaranta dell’Ottocento fissava immagini di foglie e erbe messe a contatto della carta fotosensibile, da lui chiamate photogenic drawings (disegni fotogenici). Rimanendo nel vecchio continente, un altro parallelo è senz’altro possibile con il vertiginoso catalogo delle Urformen der Kunst (1928) di Karl Blossfeldt, a sua volta debitore al rutilante Kunstformen der Natur (in questo caso in grafica, 1904) del botanico Erns Haeckel. Questi ultimi sono (ennesimi) esempi di come in arte la natura, adeguatamente contemplata, abbia ispirato una riflessione sulle proprie forme, soprattutto quelle delle piante, considerate come “strutture completamente artistiche ed architettoniche” (Blossfeldt). La fotografia, nel caso di Blossfeldt, è lo strumento scelto per indagare il dettaglio delle forme e delle loro articolazioni in una luce più neutra possibile per metterne in evidenza le strutture, da ordinare poi in eleganti sequenze dal sapore tassonomico. Varcato l’Oceano e mutata bruscamente temperie, con la Metaflora di Chappell ci troviamo di fronte ad un approccio completamente diverso all’immagine della natura. Una speculazione contemplativa più profonda della semplice voracità per le forme, si potrebbe dire: dalla rappresentazione della forma, alla contemplazione della vita. Metaflora è un riavvicinamento della fotografia alle sue radici alchemiche, parascientifiche, legate alla creatività ostinata ed egocentrica di scienziati dilettanti che ha punteggiato tutto il Positivismo.

 

 

Negli Stati Uniti di quel periodo la fotografia era percorsa in tutte le direzioni da un’attenzione più o meno analitica verso le forme naturali, perlopiù influenzata dal trascendentalismo di Emerson e di Whitman, approccio non trascurabile anche nel lavoro dello stesso Chappell. Ma in un percorso artistico la differenza è spesso fatta dalla storia personale degli individui, nel caso di Chappell particolarmente ricca e varia.

 

A questo proposito, è interessante la lettura di Walter Chappell 1925-1953 (Intervista con Robin Chappell, a cura di Claudia Fini, Cecilia Lazzeretti e Filippo Maggia, Fondazione Fotografia/Skira 2013) una sorpresa sia per gli appassionati di fotografia che per gli amanti della lettura in generale, la cui prima edizione è oltretutto italiana. È il dialogo con un figlio che sceglie di affacciarsi ormai adulto al mistero di un padre sfuggente, incalzandolo con domande che alla semplice curiosità sulla storia familiare sostituiscono ben presto una famelica urgenza di approfondire una vita fuori dal comune, squadernata volentieri dall’artista in vortici di dettagli e aneddoti degni di Mark Twain e Jack London. L’intervista, limitata com’è ai primi anni di vita del personaggio, è rimasta incompleta per il ripensamento e l’indisponibilità del padre nei confronti del figlio, rimanendo così escluso il percorso artistico vero e proprio. In altre parole, nel libro non si parla affatto di fotografia, almeno come ci si aspetterebbe dal personaggio. C’è invece un flusso di informazioni, emozioni e racconti  lungo un ininterrotto percorso di avventure infantili e giovanili che tratteggiano una ulteriore versione del sogno americano diversa dal solito cliché della Land of Opportunities. Incalzato dalle domande del figlio Chappell racconta tutto ciò che può, iniziando dai primi ricordi di bambino, tra i quali spicca il ricordo di un sogno ricorrente:

 

Beh, non so, io ero dentro una sfera che simboleggiava il mio corpo, immagino! Il mio spirito era contenuto dentro a questo organismo di forma sferica e ci roteava dentro. Non c’era modo di uscirne, dovevo solo abituarmi. Era quello il senso. E poi alla fine ci riuscii, mi ripresi. Guardavo l’oceano: credo ci fosse qualcosa nel guardare il vasto spazio dell’oceano che suscitò il mio interesse e mi fece balzare fuori da quella condizione.

 

A questa seconda nascita segue uno straripamento di vividissimi ricordi di una avventurosa vita on the road, trascorsa in continui trasferimenti lungo la costa occidentale degli Stati Uniti dal New Deal in avanti, presso parenti osservati con la cura di un entomologo, facendo lavori più o meno saltuari ma sopratutto, dalla più tenera età, vivendo un rapporto strettissimo con la contemplazione della natura, aiutandoci così a capire meglio il percorso che ha portato alle immagini di Metaflora.  La casa di Portland con il frutteto e l’orto, le serre di piante e fiori con le quali i nonni sbarcavano le difficoltà della Grande Depressione: il contatto con le piante è costante nella vita di Chappell, come accade per la piantagione di menta piperita in cui lavorava, condotta dai prozii per la distillazione dell’olio essenziale che riforniva la fabbrica di gomme da masticare Wrigley’s. L’intervista è un continuo rimbalzare, a tratti davvero esilarante, dall’infanzia durante il New Deal alla Guerra Fredda, attraverso la beat generation, la Frisco beatnik e la Cuba di Batista – l’episodio dell’assalto delle zanzare nella giungla è sorprendentemente simile a quello di On the Road – la pubblicazione del suo libro di poesie, Logue and Glyphs, gli amori, le più diverse occupazioni. Accanto a ciò emerge la passione per l’elettricità di Chappell e di suo fratello, che in cantina costruivano furtivamente enormi bobine secondo gli insegnamenti di Nikola Tesla, appresi direttamente dai testi dello scienziato. Dopo aver preso molte scosse – gustoso l’episodio della governante che vede scoccare un arco voltaico dallo scarico del lavandino e si licenzia immediatamente dal terrore – Chappell porterà queste esperienze nella pratica della fotografia. Le immagini di Metaflora sono una versione raffinata delle fotografie Kirlian, ovvero la documentazione del campo elettromagnetico che circonda ogni essere vivente, altrimenti noto come aura. Semyon Davidovich Kirlian, l’inventore russo di questa tecnica, era stato a sua volta influenzato dalle teorie di Tesla durante una conferenza nella sua città. Nelle fotografie di Chappell, realizzate ponendo le piante in un campo magnetico di Tesla, si vedono sbocciare vampate di energia dagli innumerevoli centri energetici delle foglie e dei fiori, evocando quelli del corpo umano e di qualsiasi essere vivente. Attraverso le sue speciali osservazioni Chappell non vuole interpretare o spiegare con la logica il risultato delle sue tecniche, ma condividere immagini per produrre una comprensione più profonda. L’obbiettivo è penetrare “attraverso la superficie che i nostri sensi sembrano tessere come un sudario che dissimula l’intelligenza, appiattendo una sfera in molti cerchi”. È una visione globale dell’esistenza, libera da condizionamenti e pregiudizi, ad aver influenzato la visione che troviamo in Metaflora.

Da Walden al downshifting. L’ordine naturale di Lucas Foglia

www.lucasfoglia.com/a-natural-order/

 

Nel mondo assillato dalla crisi del sistema capitalistico la riconversione ecologica degli stili di vita è ancora un miraggio. Nessun governo ha la visione strategica necessaria a metterla in atto, e le risorse naturali stanno rapidamente esaurendo il loro millenario compito di rassicurare le altrettanto millenarie ansie del genere umano. I personaggi ritratti nelle fotografie di Lucas Foglia (A Natural Order, 2012) sono convinti della possibilità e della necessità di cambiare, di vivere fuori dagli schemi (off the grid), lontano dal sistema corrente, al punto di mettere in pratica le loro conclusioni. Il fotografo stesso è cresciuto in una di queste piccole comunità dove i frutti della terra sono condivisi tra chi sa lavorarla e ne conosce i segreti. Ma alcune contraddizioni nello stile di vita della sua famiglia lo hanno convinto a vederci chiaro, almeno registrando fotograficamente più tracce possibile di questo modus vivendi. L’autosufficienza è di fatto una chimera, le risorse del nostro pianeta già non bastano più a sostenerci. L’età dell’oro è perduta per sempre. Anche nei recessi raccontati nelle immagini la scorciatoia tecnologica permea ogni gesto, sia esso reale o immaginario. L’erba è sì tagliata con il millenario gesto del falciatore, ma per godere i frutti del pesante tronco ci si affida ad una provvida motosega. Se i pensosi animali latitano dal paesaggio, l’aratro è aggiogato a un più realistico pick-up. Si caccia con l’arco del primitivo così come con il fucile d’assalto del reduce. I personaggi di Foglia sono primitivi del futuro, la mente protesa verso la ricerca di un vivere il meno possibile condizionato dal benessere ma con i piedi più o meno saldamente piantati nella contemporaneità. Non per niente, ci informa lo stesso fotografo, molte di queste comuni sono in contatto con l’esterno tramite il segnale di internet.

La fotografia offre ancora oggi – a chi abbia la pazienza di leggere le immagini che produce – uno straordinario strumento di analisi e di narrazione. Foglia ci chiede di esplorare le sue per cogliere il senso del downshifting (la riconversione degli stili di vita verso l’essenziale, anziché la riduzione di ogni attività al progresso del superfluo) messo in atto dai suoi personaggi. Provo a raccontarne tre.

 

Davanti ad una vetrina Cora ha lo sguardo perso. Al di qua del vetro, insieme a noi, nel mondo dei colori sgargianti, delle civetterie, c’è una donna manichino. I capelli di Cora sono nascosti dai motivi di un tessuto punitivo, che invade anche il resto della sua figura. I capelli della finta donna sono invece tagliati in modo attraente. Cora evita il suo sguardo, e anche il nostro.

 

Il tavolo è un elemento di riuso preso chissà dove. Rocce, una penna a sfera, il portacenere raccoglie mozziconi di sigaretta con filtro. Al posto di un eventuale computer c’è una macchina da scrivere. Il trofeo di un cervo è inserito in una cornice, un tempo destinata ad accogliere un ritratto di famiglia. Accanto a esemplari di erbe palustri appese a seccare, la strana immagine di due leopardi. Una candela è sospesa con mezzi di fortuna al soffitto in una gabbia che ricorda antichi strumenti di tortura. Un’altra riposa sul tavolo in un’innocuo candeliere. L’atmosfera è satura di attività meditative destinate forse a rimanere isolate.

 

Lo schizzo di latte dalla mammella della capra è premurosamente indirizzato nella bocca del figlio. L’occhio attento del padre arriva ad indovinarne il sapore, l’odore è già diffuso. La capra, che sguardo ha? È perso nell’erba, fuori campo.

 

Centosessanta anni fa Thoreau accese nel cuore del Paese più mercantile della contemporaneità un dibattito sulla necessità di rivedere presente e destino di una società sempre più diseguale e infelice, condannata a perdere il contatto con la natura per causa della modernità e del capitalismo. Il tema era di attualità anche in Europa, da dove infatti Thoreau prese le mosse ascoltando lo svizzero Rousseau. Assetati di progresso e di benessere, gli statunitensi moderni si sarebbero visti metaforicamente restituire gli stessi specchietti e perline con i quali, oltre al sangue, avevano messo insieme un territorio. È nella dipendenza dalla tecnologia che naufraga il sogno americano. I primitivisti eredi di Thoreau, che oggi leggono John Zerzan, obiettano come il cosiddetto benessere contemporaneo, piuttosto che per i sentieri della meditazione e della consapevolezza, passi piuttosto sull’asfalto del possesso e della concupiscenza di oggetti e comportamenti. Uno di questi specchietti da baratto è senz’altro la fotografia, strumento tipico del distacco tra uomo e natura ma al tempo stesso tra le ultime occasioni di trovare un antidoto all’alienazione mediante l’esercizio della comprensione. Ancora dopo un secolo e mezzo, la fotografia impone un secco arresto ai pensieri fibrillanti, obbliga a confrontarsi con la nuda astrazione dal reale: la frazione di secondo dell’esposizione reclama minuti di fruizione, di riflessione, in definitiva di lettura. La ricerca di una relazione tra il primitivismo e trascendentalismo con la fotografia di paesaggio statunitense ha prodotto sia abbagli interpretativi che felici conferme. I garbati ammonimenti di Rosalind Krauss sulla errata attribuzione di valore artistico e riferimenti letterari a immagini essenzialmente documentarie se non commerciali devono metterci in guardia da letture affrettate, nello specifico a proposito dei primitivi paesaggi di Timothy O’Sullivan. Ma dai maestosi quanto surreali paesaggi di Ansel Adams, fino alle recenti immagini di questo giovane fotografo, si ascolta ancora il potente respiro di Thoreau arrivare dalle sponde del lago Walden.

- Demolizioni

© Margherita Morotti

 

Quando arrivai a casa sua, trovai la porta aperta e Max disteso sul divano. Con quella conformazione da gorilla non c’entrava per intero. Per terra davanti a lui c’erano quattro o cinque bottiglie di birra vuote, una lampada a stelo ne allungava le ombre sulla moquette celeste, tra le cicche debordate da un posacenere. Tutto era in disordine. Lo scenario si presentava migliore di quanto potessi sperare per la rappresaglia che mi apprestavo a mettere in atto. Max mostrava di essere ormai prossimo a toccare il fondo. Io ero lì per dargli il colpo di grazia. La nostra lunga amicizia era andata a rotoli da un pezzo, aveva attraversato una fase di odio malcelato per poi sfociare in guerra aperta. Era giunto il momento di regolare i conti. 

- Prendi una birra. – sollevò il braccio peloso come fosse una proboscide e mi porse una bottiglia.

- No, grazie – risposi – sono venuto solo per dirti che sei fuori dalla società.

Per tutta risposta Max scaricò un rutto, guardandomi dritto negli occhi. Aveva la barba lunga di una settimana.

- Devi passare sul mio cadavere – grugnì in un secondo momento dopo aver posato la birra ed essersi grattato la pancia – Non venderò la mia parte.

- Non c’è bisogno. Non c’è l’hai più una parte, volevo dirtelo personalmente. Alla riunione di oggi ti abbiamo escluso a maggioranza. Per gravi inadempienze al contratto sociale.

- Non potete liquidarmi.

- E’ finita, Max. Ci penseranno i legali a chiarirti le idee.

© Margherita Morotti

Sapevo che il lavoro era la sua ancora di salvezza, dopo il divorzio e tutto il resto. Per questo mi ero adoperato affinché il consiglio dei soci deliberasse la sua esclusione, sarebbe stato come tirare su il ponte levatoio che lo teneva ancora in contatto con la realtà e con qualche possibilità di recuperare terreno. Al consiglio mi ero inventato un paio di storielle di sicura presa. L’evidente principio di alcolismo aveva fatto il resto. 

Max mi guardava con occhi spenti. Sembrava lontano.

- Sono stato al letto con tua moglie. – disse infine, senza alcuna enfasi.

Scrutai la sua faccia, sembrava sul punto di ruttare di nuovo.

- Stronzate.

- Complimenti per l’idea dello specchio di fianco al letto.

- Non ci verrebbe mai con te.

- Proprio una bella idea – ribadì, esaminando stancamente un quadro sulla parete.

Mi voltai per dargli un’occhiata anche io. Pochi tratti esili su uno sfondo madreperla raffiguravano due guerrieri sul punto di darsele a colpi di spada. Entrambi erano provvisti di scudo, elmo, gambali. Il mio primo pensiero fu che l’esito del loro scontro, elementi alla mano, appariva del tutto incerto. Un bookmaker li avrebbe quotati alla pari, con oscillazioni a seguito delle prime mosse. Il pensiero successivo fu che, se Max aveva un problema con l’alcool, era indubbio che io ce l’avessi con il gioco… A ogni modo quel pezzo doveva essergli costato un occhio della testa. Max era un amante delle aste, e dello sperpero. Il divorzio però lo aveva indebitato pesantemente. Aveva cercato di rifarsi con un paio di affari spregiudicati ma senza fortuna e la terra gli era rapidamente franata sotto i piedi. Non era preparato a rinunciare a tutto quello che aveva accumulato. Si era messo a sedere adesso, con la schiena curva e i gomiti sulle ginocchia. Osservava la stanza attorno a sé come fosse terra bruciata.

 - Sono lontani i tempi della scuola – rimuginò a voce alta.

Non risposi. Stavo pensando a quando potevo avergli detto dello specchio in camera.

- Ci siamo divertiti no?

- Si – ammisi, allentandomi il nodo della cravatta.

- Vorrei tornare indietro nel tempo, al primo giorno – disse prima di mandare giù l’ ultimo sorso di birra.

-  A fare che?

 - Almeno non sceglierei di sedermi al banco vicino a te.

 - Sono io che mi sono seduto vicino a te.

 - E’ vero, ma io non ti ho cacciato perché avevi l’aria del secchione da cui copiare i compiti.

 - Tu invece avevi l’aria del ripetente che mi avrebbe evitato un po’ di guai in cambio di un aiuto nei compiti.

Max scivolò un po’ in avanti con il sedere, mettendosi più comodo.

- Con la riga da un lato e il maglione fatto in casa…– disse – Gesù, se facevi schifo.

- Certo non avevo la tua classe. Profumo, gelatina, genitori separati.

Aggrottò la fronte e strinse un po’ lo sguardo.

- E quand’è poi, esattamente, che sei diventato più prepotente di me?

Il divano su cui era seduto catturava la luce fredda della lampada. Allargai le braccia.

- Non saprei.

Era più un sospiro che una risposta. Dopodiché restammo in silenzio. Max aveva infilato l’indice nella bottiglia vuota e la agitava come fosse un prolungamento del suo dito. Io invece cercavo di concentrarmi sulle date. Quando era entrato in camera mia l’ultima volta? Quando avevo comprato lo specchio?

Lì dentro faceva caldo, Max non si era preoccupato neanche di aprire la finestra. Slabbrai del tutto il nodo della cravatta e mi sbottonai la camicia. Mi pareva che una forza misteriosa avesse preso a pomparmi litri di sangue bollente in faccia.

- Un bel cazzo di casino – riattaccò a lagnarsi – Avrebbero dovuto separarci quando ci hanno scoperto a falsificare le giustificazioni….

Ma ormai non gli davo più retta. Ero troppo impegnato a sforzarmi di riordinare le idee. Dunque, io lo specchio l’avevo acquistato su internet dal mio ufficio e anche se Max avesse frugato nel mio computer non avrebbe potuto sapere dove l’avessi piazzato. Forse non avendolo notato nelle altre stanze era andato per esclusione. Qualche particolare mi stava sfuggendo.

Fuori la finestra un’ultima luce moriva, c’era una pellicola verde in cielo, tremolante, a testimoniare che afa e smog avevano esagerato quel giorno. Cominciavo a sentirmi debilitato fisicamente. Presi una sedia e mi ci accasciai sopra avvertendo la camicia fare presa sulla schiena sudata. Max stava ancora borbottando, aveva raggiunto il bordo del divano e si era messo a dondolare con il busto, ossessivamente. Osservai la sua incipiente chierica puntata contro di me. La esaminai qualche istante e, finalmente, mi ricordai che lo avevo sognato. Un incubo atroce. Dovevano essere trascorse un paio di settimane, ormai, da quando mi ci ero svegliato di soprassalto. Era stato fondamentale qualche bicchierino (e qualche scommessa online, non intendo negarlo) per dissolvere l’angoscia e farmi tornare al letto con un respiro regolarizzato. Poi lo avevo rimosso, insieme a chissà quali altri deplorevoli scherzi del subconscio. Sto dicendo che mi ricordai di aver sognato Max e mia moglie. Non in camera mia però. Erano all’aria aperta. E ci stavano dando dentro. Io ero lì, a pochi metri, e avevo di fronte quella stessa chierica che imperversava avanti e indietro. In piedi, nascosto dietro un cumulo di materassi sventrati, potevo seguire gli spasmi dei loro corpi ma non riuscivo a sentire un bel niente. I loro gemiti erano annullati da un rombo cupo e persistente mentre, tutto intorno, la natura si stava ghiacciando. In cielo c’era un sole pallido e anomalo che si riempiva progressivamente di macchie scure. Non c’era altra anima viva in giro a parte loro due. Carcasse di animali e, sospettavo, di esseri umani si confondevano con la vegetazione divelta. Sullo sfondo c’erano delle montagne collassate, dai fianchi lividi, accasciate come giganti stremati. L’atmosfera era rarefatta e d’ineluttabilità. Una desolazione completa. Dalle pendici di quel che rimaneva delle montagne partivano e si snodavano dei fiumi che erano ormai lingue di ghiaccio.

Una mi passava proprio sotto i piedi.

Là sotto, in trasparenza, potevo vedere un sacco di pesci congelati. Carpe, trote, persino uno storione. Cambiando la messa a fuoco vedevo invece la mia immagine riflessa. Ero scavato e terribilmente pallido. Era evidente che anche a me restasse poco da vivere ancora.

 

 

- Umanità andata a male

wheredreamsmaycome - angera[3]

All’interno degli autobus affollati c’è sempre quell’odore stantio di umanità andata a male. Un odore come di carne marcia. Un odore che dà il voltastomaco. Un odore ripugnante, come di morte.

Salgo sull’autobus per la stazione e le porte si chiudono alle mie spalle. Respiro ed è tutta un’esplosione di questo puzzo. Il mezzo è affollatissimo di uomini indifferenti le cui parole si mescolano tutte insieme diventando un brusio incomprensibile. Mi guardo intorno. Vidimo il biglietto. Cerco il mio spazio vitale. Poi un tizio, un rom, a pochi metri da me, prende a suonare una dannata fisarmonica e giuro che vorrei fargliela mangiare. La sua compagna si muove tra la gente ammassata e sembra quasi che abbia voglia di ballare. Saranno circa le 19 e 30 e questi qua c’hanno ancora voglia di ballare e di suonare. Mah!

Cerco di estraniarmi malgrado la musica mi tartassi il cervello e l’unica cosa a cui riesco a pensare è che tra poco dovrò recarmi alla stazione della Cumana e prendere il treno e farmi ancora un’ora di viaggio prima di arrivare a casa. Solo al pensiero mi sento impazzire. E questo tizio se ne sta qua e non la smette di schiacciare gli stramaledetti tasti della sua fisarmonica.

Finalmente la mia fermata.

© Nathalie Cohen

Quando si apre la porta tiro un sospiro di sollievo. L’impatto con l’aria fresca mi fa dimenticare immediatamente l’odore guasto del bus. Scendo e il rom e la sua compagna sono dietro di me, pare quasi che mi stiano seguendo. Dopo un po’ mi superano e continuano a camminare di tutta fretta come se anche loro fossero in ritardo per qualcosa. Magari anche loro c’hanno degli appuntamenti, chissà. Io accendo una sigaretta perché so che dalla fermata del bus fino alla stazione c’è giusto il tempo per fumare, né un minuto di più né un minuto di meno, ammesso che non ci sia troppo vento. E giacché oggi vento pare quasi che non ce ne sia per nulla io, indifferente, me ne vado in stazione fumando.

Poi il rumore assordante delle moto. Un rombo simile al ruggito di una bestia, simile all’urlo da battaglia di una tribù cannibale. Quattro moto che corrono contromano come una bolla d’aria nel flusso sanguigno. Sopra i mostri di metallo otto individui col volto coperto da un casco che qua, da queste parti, non è mai un buon segnale.

La sigaretta è finita e quasi mi cade dalle mani. Le moto mi passano davanti come cavalieri dell’apocalisse, ma, grazie al cielo, m’ignorano. Proseguono. Curvano. Poi avverto gli spari. Una raffica ripetuta di mitraglietta che non somiglia per niente al rumore che senti nei film. Pare tutto finto, tutto surreale. E per un secondo la gente si guarda in faccia spaesata, come se non sapesse bene cosa accade. Tutti si mettono a correre all’impazzata come formiche con la tana scoperta. E corro anch’io, anche perché data la situazione, be’, non si sa mai. Corro, seguo gli altri e ci precipitiamo tutti all’interno della stazione. Alcuni dicono che hanno sparato a un ragazzino. Altri parlano di un regolamento di conti tra i Sarno-Ricci e i Mariano. E io invece non dico nulla, non m’interessa.

Siamo tutti davanti ai tornelli che cerchiamo di entrare. Fuori dalla stazione il rombo delle moto è così potente che lo si avverte riecheggiare fino a far tremare i muri, e tutti ci agitiamo come gli insetti di un alveare colpito. Il puzzo di carne guasta, qui, lo avverto ancora più che nel bus. Miele rancido e sangue marcio. E’ un odore contronatura, è umanità andata a male. Alcuni scavalcano i tornelli, altri cercano di sfondare le porte di plexiglass che vietano l’ingresso. Io invece cerco di stare calmo e come un tic nervoso mi frugo in tasca per trovare il mio biglietto. È tutto un via vai confuso di gente che si muove avanti e indietro. Una marea di individui che riempie quasi per intero il piccolo spazio intorno alla biglietteria.

Poi entrano anche il musicista del bus e la sua compagna. Lui zoppica vistosamente come se fosse caduto durante la fuga. Mi frugo in tasca ma il biglietto non vuol saperne di saltare fuori. La ragazza non ha più voglia di ballare e anzi incomincia a gridare. Chiede aiuto, dice qualcosa che non capisco. E intanto il mio biglietto non vuole saperne di saltare fuori. Dannazione!

Il musicista si accascia per terra e un istante dopo una funzionaria della stazione ci comunica con voce asettica che è possibile uscire dalle porte laterali poiché la situazione ora è più tranquilla. Tutto il piccolo branco che abbiamo formato finalmente si normalizza e segue la donna verso l’uscita. Io sono più rilassato. Restano solo il rom e la sua compagna, noi altri ce ne andiamo via, a casa. Ed era ora.

Nel tg locale, una volta tornato al mio divano, rivedo le immagini riprese dalla telecamera a circuito chiuso della stazione.

Il ragazzo era un musicista rumeno di nome Petru Birlandeanedu ed è morto lì, dissanguato, colpito per errore da due proiettili durante l’agguato di camorra a cui ho assistito. Un proiettile nel petto e un altro in una gamba. Lei, la ragazza, ha gridato aiuto, disperata, fino all’ultimo. L’unico a stringerle la mano per darle coraggio, per farle forza, è stato Petru. Lei piangeva, sola e sconvolta, e non sapeva cos’altro fare. L’ospedale dista dalla stazione poco più di duecento metri. L’agonia di Petru è durata quasi mezz’ora. Che storia terribile! Già. Davvero terribile!

Poi, stropicciandomi il viso con una mano, spengo la mia sigaretta e metto via il posacenere.

Infine passo canale e cerco qualcosa in tv, così, giusto per distrarmi un po’.

Racconto liberamente tratto dall’omicidio di Petru Birlandeanedu avvenuto in provincia di Napoli il 26 maggio 2009.  

Come Granta ha disegnato il paesaggio letterario degli ultimi decenni

http://www.bbc.co.uk/news/entertainment-arts-22038545

L’orbita

Mia madre è davanti alla vetrina del macellaio. Aspetta me. La vedo, ma quando arrivo a dieci metri decido di fermarmi. È una distanza che mi rende invisibile ai suoi occhi. Mi mimetizzo comunque, tra le persone in attesa di un autobus.
Ha la borsetta color crema, gonna e scarpe basse in tinta. I capelli legati alti, una cipolla che si sfoglia al vento. Gli occhiali dalla montatura vistosa le scivolano continuamente sul naso, lei continuamente li riporta agli occhi.
Dietro di me la vetrata pubblicitaria, con lo sguardo ritoccato di Monica Bellucci. Davanti  lo sguardo di mia madre, che punta nella mia direzione senza riuscire a toccarmi. Mi godo lo spettacolo della sua attesa. La osservo inosservato, come davanti a un vecchio filmino, perché ho voglia di ricordare.
Le si avvicina una donna anziana con un cagnolino dal pelo arricciato.
Si salutano, senza cerimonie ma con intimità, come se si fossero svegliate nella stessa stanza. Ed io, per evitare di essere riconosciuto, mi sistemo dietro Monica Bellucci: sbircio dal profilo libero della foto. Mia madre sta parlando  sicuramente di me, l’atteso, che dovrei essere già lì da un pezzo.
I minuti devono cominciare a sembrarle infiniti perché prende il cellulare, lo avvicina e allontana dal viso per mettere a fuoco, poi digita schiacciando pesante. La signora rimane accanto a lei, ha trovato compagnia e non se la farà scappare.
Sento vibrare la tasca della giacca ma lascio sfogare il trillo primitivo della suoneria.
Quando mia madre telefona, parla solo lei. Provi a intervenire ma ti sovrasta subito, deve seguire il filo del suo pensiero, deve mettere sul piatto tutte le cose che ha da dirti prima di perderle. E se poi ha esaurito i suoi argomenti ne basta uno dei tuoi per rilanciare altre curiosità, consigli inevitabili o, recentemente, preoccupazioni.
Ha sempre avuto poche paure, il suo “mi raccomando” è sempre stato distratto, pura formalità: mia madre usava le antenne, per capire quando era necessaria un’attenzione vera. Annusava i figli, più che osservarli. Oggi, forse, la vista che perde i contorni ha diminuito le sue sicurezze, ma le resta sempre il naso, sostanzioso, l’unica parte imperfetta del suo viso.
Ricordo quando entrai in casa con una nuova fidanzata. Mangiammo tutti insieme, mia madre fu gentile senza perdere la schiettezza, mio padre spiritoso come gli accade di rado, e sempre quando c’è qualche bella donna ad ascoltare.
Si chiamava Tania. Era spartana, per così dire. Mia madre non aveva mai dato opinioni sulle donne che frequentavo, bastava che la guardassi guardarle. Ma quella volta, il giorno dopo, mentre ero alla finestra a osservare il grande albero che ormai copriva la vista del nostro balcone al quarto piano, lei si avvicinò e disse: «Non è la ragazza per te». Nient’altro.
Sparì in cucina e io non seppi aggiungere nulla. Presi quel colpo sottile e decisivo e lo portai con me per intere settimane. Non era la ragazza per me semplicemente perché desideravo altro. Altre. Altrove.

 

© Elio Finocchiaro – eliofinocchiaro.deviantart.com

 

Finalmente il cellulare smette di suonare e le persone alla fermata smettono di chiedersi perché non rispondo. Lei rimette in borsa il suo, ma non è convinta. Lo ripesca, compone, con la signora smilza che le resta accanto, come al fuoco una notte d’inverno.
Starà chiamando mio fratello: sa che non può fare nulla, ma intanto ha una scusa per sentirlo, perché lui, poco più giovane di me, è anche più attento, le dà più sicurezza. È l’uomo della sua vita, ha le qualità e i limiti che lei saprebbe e vorrebbe amare in un uomo. Io e lei siamo troppo simili, diamo il meglio nello scontro.
Questa sua preferenza è lampante e naturale, ma lei sembra non accorgersene. Quando mi dice «Ci pensa Andrea» oppure «Sì, però Andrea è un amore», sembra quasi che voglia ricordarmi le mie mancanze. E io sono d’accordo con lei, sul valore di mio fratello e sulle mie mancanze.
Mia madre parla ormai da un po’. Gesticola, riposiziona le lenti, ogni tanto si ferma, mano aperta sospesa, posa da ascolto, poi le dita tornano a disegnare origami nell’aria. Si avvicina e si allontana dalla vetrina del macellaio, sbircia le offerte a pennarello: vorrebbe entrare, magari comprare qualcosa, giusto per far passare un po’ di tempo. Ma non cede, sa che potrei arrivare da un momento all’altro. Allora si dedica all’amica, mentre il cagnolino ha puntato il muso verso un grosso pezzo di carne con l’osso, la sua preda immobile.
A me arriva il ricordo nitido di una bistecca. Sarò stato adolescente, irrequieto e affamato come il bastardino. La volevo alla svelta, e mia madre era impegnata. Avevo una qualche fregola che mi aspettava e insistevo. Allora lei si era alzata dalla sedia vicino alla macchina da cucire, aveva preso la bistecca da uno di quei cartocci oleosi, mi si era avvicinata e con un colpo di rovescio me l’aveva sbattuta cruda sulla faccia: «Eccoti la tua bistecca!».
Insieme a una risata fragorosa.
E io? Serio per un attimo, poi ero scappato, prima che arrivasse il secondo rovescio.
I capricci in casa mia non erano previsti.
Mia madre sta perdendo la vista. Il suo sguardo non ha più la lama smeraldo che ti trapassava, si è fatto più incerto, cerca costantemente l’inquadratura. Anche con gli occhiali, tutto ciò che le passa oltre i tre metri diventa un’ombra. La guardo e le disegno attorno questo cerchio immaginario che la separa dal mondo, come l’orbita di un pianeta.
Eppure io non soffro
e in fondo mi piace
pensarti cieca
costretta a decifrare
a metterci altri sensi.
Propensi a non farsi ingannare.
Per quel distacco che non hai.
Tu che stai dentro le cose.
Le ho scritto questi versi, ma non li ha mai letti. Li tengo per me, come una crudeltà che non si può svelare. Ma li conosco a memoria.
Intanto squilla ancora il cellulare, ma questa volta lo spengo subito.
La signora con cagnolino ha ceduto e si è allontanata, mia madre lascia definitivamente il telefonino alla sua borsa e guarda in continuazione l’orologio che le abbiamo regalato a Natale. Poi s’incammina verso casa.
Io esco dalla tana e mi metto sul marciapiede. Sembra parlare da sola, quasi preparandosi le frasi che dovrà dire. Quando è ai fatidici tre metri aguzza la vista, lentamente, la mia forma le appare familiare, il suo sguardo si addolcisce, e non sa se ammonirmi o commuoversi.
«Mamma, scusa, ho trovato un po’ di casino.»
«Non fa niente» dice, poi mi stringe il viso tra le mani e mi bacia ai lati della bocca, uno dei suoi baci rumorosi, profondi, affamati. «Però potevi avvisarmi. Andrea mi avvisa sempre quando ritarda.»
«Volevo farti venire voglia di vedermi…»
«Ma io ho sempre voglia di vederti.»
«E gli occhi, come vanno?»
«Cosa vuoi che ti dica… Me li faccio bastare.»
Ci incamminiamo insieme, lei si aggrappa leggera, come se il mio braccio fosse una liana. Io mi giro a guardare le palpebre arrossate e quelle pupille di tigre che conosce la dolcezza.
«Lo sai che da quando la tua vista è peggiorata sei più bella?»
«Adesso dovrei essere felice di diventare cieca! Potevi dire solo che sono ancora bella!»
«Sei ancora bellissima… Ma pensavo che hai vissuto sempre di netto, di colori accesi, e invece oggi ti tocca apprezzare i contorni, le sfumature.»
Mi squadra, riconosco la sua guardia da pugile: non ha capito bene dove voglio arrivare, ma il suo sguardo ha una leggerissima piega remissiva, una nota che mi avvolge e vince.
Sento di amarla, come mai prima. O forse, finalmente.

- La morte del grande artista

Luca Giorgi - www.lucagiorgicomics.com

Verità per verità io ho una punta di fastidio che forse è più di una punta.

Oggi è morto un grande artista e tutti lo celebrano su internet, in televisione, alla radio e domani e i giorni prossimi sui giornali. Era un cantante italiano molto noto, amato e apprezzato e io comunque ho una punta di fastidio. Forse qualcosa di più di una punta.

Oggi quando tornavamo col pullman io stavo zitta in un angolo e gli altri invece parlavano di questo fatto grave. E ognuno aveva un bell’aneddoto mentre io non avevo niente per le mani, nemmeno un ricordo. All’inizio mi sforzavo di aggrapparmi a qualcosa per celebrarlo anche io come fosse stato un mio idolo, invece niente. E nemmeno mamma lo ha mai sopportato e papà non ascolta musica. E così io di quest’artista di primo livello non sapevo proprio cosa dire. Addirittura un paio di bambocci si sono girati verso di noi canticchiando un grande successo del cantante morto. Hanno trovato questo coraggio dopo che sono sei mesi che mi guardano con la coda dell’occhio mentre salgo e oggi, visto che è morto uno dei migliori cantautori e loro sapevano a memoria una canzone, si sono sentiti più forti e mi guardavano cantando e non erano nemmeno arrapati come sempre. Avevano il lutto.

© Luca Giorgi – www.lucagiorgicomics.com

Martina ha detto che suo cugino, che prima di oggi pomeriggio manco sapevo fosse suo cugino, Tommaso, insomma dice che suo cugino Tommaso ha visto un concerto a teatro del grande artista scomparso e che adesso sarà a pezzi e così gli manda un sms e ce lo fa leggere l’sms e lei ha scritto “Fatti forza, t sn vicina in qst momento e ricorda Vola+in alto e nn cascare!”. Vola più in alto e non cascare è un verso di uno dei tanti successi dell’artista morto e Martina dopo una pausa in cui ha finito di mangiarsi le unghie se l’è ricordato quel verso famoso e l’ha scritto e l’ha canticchiato mentre lo scriveva e poi ha detto Inviato. E la radio del pullman ha iniziato in quel momento Principessa che è un altro grande successo dell’artista morto. Ci aveva vinto Sanremo ha detto la speaker quando è finita. Io stavo zitta che Romina ha detto che suo padre ha anche i 45 giri e gli lp del cantante scomparso e che se non ci crediamo ce li fa vedere, però non oggi pomeriggio, magari domani sera che oggi sicuramente dovrà fare forza a suo padre per questo lutto improvviso.

Un dolore che ci lascia attoniti ha detto il radiogiornale, sbalorditi. Io intanto mi ero arresa e non pensavo più a qualche aneddoto con questo grande cantante perché non avevo ricordi buoni da spartire e mi era girato il culo che adesso se avessi detto qualcosa sarebbe stata una goccia nell’oceano e non avevo intenzione di dire qualcosa per farmi ignorare. Adesso l’autista ha fatto salire quelli del geometri e dell’alberghiero e c’è Balo, il ragazzo di Martina che arriva con le spalle giù come le sopracciglia e dice Hai sentito amore? E Martina tira su col naso e dice Sì e poi si baciano e si abbracciano dondolandosi da una parte all’altra che lui ha ancora lo zaino e non si accorge ma lo dà in testa a una del secondo seduta lungo il corridoio che si irrigidisce ma non dice niente.

Poi Balo fa una cosa assurda che me lo fa invidiare a morte e sono sicura che è una coincidenza incredibile come non ne capitano mai. Si stacca da Martina, fa cascare lo zaino a terra e dice Guardate e alza la felpa e sotto ha una t-shirt, indovina un po’ di chi. Del grande artista scomparso che a questo punto è il suo cantante preferito. Incredibile botta di culo. E tutti lo guardano e lui si gira su se stesso per farla vedere a tutto il pullman che c’è partito stamani con quella maglia da casa e infatti, specifica, A ricreazione si è sparsa la voce e non potevo saperlo. Lo amavo, dice. È un giorno che ricorderà in eterno perché tutti lo stanno guardando e Martina, quella troia, gli si butta subito addosso con gli occhi gonfi e dice Ohhh amore amore amore amore mio vieni qui. E lo bacia sulle guance e tutti e due iniziano a piangere e anche l’intero pullman inizia a piangere.

Io vorrei piangere ma per altri motivi, che nessuno sa. Mi piacevano alcune canzoni ma mica tutte. Un paio. Un concerto non l’avrei mai visto, per dire. In quel momento ho sperato che il giorno dopo morisse uno dei miei preferiti. Sono anche rientrata in camera sbattendo la porta e cercando nell’armadio qualche maglietta, biglietti strappati, orecchini o gli occhiali fluorescenti che si vendono ai concerti. Ho ritrovato pure una foto autografata. Li ho messi tutti nello zaino i miei ricordi musicali, per domani. Ho fatto una lista dei miei cantanti preferiti e poi la classifica di quelli che avrei voluto vedere morire prima. Non ho potuto metterli tutti sul quaderno perché alcuni piacciono a tutta la classe e io invece voglio essere guardata come quella troia di Martina, che lo sapeva che tutti la stavamo guardando e ha fatto quella scena madre ed era raggiante, le brillavano gli occhi quando gli si è stretta al collo, e come Balo, appunto, che oggi sono sicura è il giorno più bello della sua vita.