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Pornographie 2002 *con una nuova introduzione on line only

“Preferisco una rovina a un monumento”

Costruire una realtà alternativa è sovrumano. Edouard Levé scelse di risolvere questo difficile compito usando le contraddizioni, sia scritte che visive. “L’arte che si rivela nel tempo mi dà meno piacere dell’arte che ferma il tempo”, ha scritto nella sequenza di antinomie che formano il suo Autoportrait letterario (2005). Levé affidò a quel repertorio di frasi discordanti l’incombenza di definire la sua tormentata personalità, e alla fotografia il compito di rappresentarla. Usando come riferimento la pittura del ’500 e del ’600, trovò finalmente il modo di fermare il divenire per dargli una forma, se non rassicurante, almeno stabile. Il risultato è sorprendente quanto glaciale. Delle cose, Levé ha sempre scelto il loro doppio inespressivo. Grazie ai toponimi identici, nella serie fotografica Amérique (2006), le città del mondo sono ridotte a paradigmi dell’anonimato; le celebrità francesi sono fisionomie casuali cercate sull’elenco del telefono (Homonymes, 1997). Il borgo dordonese di Angoisse (angoscia) è stato il teatro di una sua esplorazione fotografica, dove ad ogni luogo Levé ha automaticamente attribuito questo sentimento. Vediamo così, squadernati in mute cartoline, la “Scuola di Angoscia”, il “Bar di Angoscia”, persino i “Fiori di Angoscia”. Ha confessato di aver imparato a disegnare copiando immagini pornografiche. Pornographie (2002) è una serie di fotografie dove l’energia sessuale è sublimata in puro spettacolo. In questo senso, della copula Levé offre una suggestione pittorica, come nelle immagini rinascimentali dove il gesto arcaico è visto in abiti fiamminghi o fiorentini. Pornographie è sesso in abito intellettuale. In altre serie, sfilano sotto la sua lente le immagini di attualità e persino il rugby (Actualités, Rugby, 2003). È nei sogni che Levé sembra trovare la realtà che sta cercando. In Rêves Reconstitués (1998-2000) ci mancano appigli per percepire lo sdoppiamento: mentre negli altri suoi soggetti la validità del doppio è sconcertante, ciò che vediamo nei sogni è del tutto personale, in questo caso dell’autore. Il bianco e nero irrompe nel suo lavoro con le Finzioni (Fictions, 2006), dove nelle messe in scena stampate su grande formato partecipiamo a tutti i suoi dubbi. Una di queste immagini rappresenta una bambina che guarda intensamente la palla a specchi da discoteca che ha in mano, mentre un uomo la illumina con una torcia riflettendo punti di luce sul viso di lei. È la trasposizione visiva di una frase dell’autore: “La mia memoria è strutturata come una palla da discoteca”. Senza luce, non può esserci risposta. Levé era un artista visivo dal talento potente e lucido, inizialmente espresso a partire da quadri astratti, premurosamente distrutti prima di dedicarsi esclusivamente alla fotografia. Levé è stato anche uno scrittore, anche se di frammenti, come tenne a precisare. Il suo romanzo, Suicidio (Bompiani, 2007), precede di poco la sua resa. Da bambino pensava di avere il potere di dare forma al futuro, ha confessato. È stato probabilmente troppo dover accettare di riuscire al massimo a dare un volto confuso al presente.

Federico Del Prete

 

Immagine 1 di 7

 

Edouard Levé
Pornographie (Sans titre), 2002
Stampa digitale su alluminio, cm. 70×70
Tiratura di 5 esemplari
Courtesy Estate of Edouard Levé / galerie Loevenbruck, Paris
www.loevenbruck.com

L’uomo che lavora

L’uomo seduto di fronte ai cancelli della fabbrica, con le mani raccolte e il cappello su un ginocchio, stava lavorando. Non si era legato con catene o corde, non aveva cartelli che parlano della crisi, non fumava e i capelli erano corti, un po’ grigi. Aveva quarantasei anni, si chiamava Diego, teneva il cappello su un ginocchio e stava lavorando.

 

Luigi Napolitano

Dieci giorni prima, dopo che Roveda aveva fatto un lungo discorso per spiegare la necessità dei nuovi turni e chiedere a tutti il massimo impegno e la massima elasticità, lui aveva alzato la mano. Nessuno doveva alzare la mano. Ferri, il sindacalista, aveva pregato tutti di stare zitti e buoni perché, si sa, con Roveda erano cazzi — aveva preso il posto del vecchio direttore da sei mesi e già ne aveva licenziati due. In compenso la fabbrica andava, niente da dire. Ma c’era da scendere a qualche compromesso.

Invece Diego aveva alzato la mano e chiesto: “Scusi, ma perché gli straordinari ce li pagate in nero invece che in busta? Non è giusto.”

Si era fatto silenzio. Non potevi contraddire Roveda. Potevi arrivare vestito da clown, se volevi, o anche lavorare strafatto — l’importante era fare il numero di pezzi richiesto — ma contraddirlo, no.

Nel silenzio Roveda aveva sorriso e detto: “Scusa, ma tu chi cazzo sei?”

“Pinotti”, aveva risposto Diego.

“Pinotti. Bravo, Pinotti, bravo. Un applauso per Pinotti, dai, che abbiamo il rivoluzionario! Grande Pinotti!”

Prima erano partite la segretaria e un paio d’altri. Poi tutti gli operai, piano, e quindi in crescendo, e infine il battere di mani aveva riempito lo spazio di fronte agli uffici, e fu come se ogni singolo colpo scavasse nel vuoto del capannone per sottolineare quanto uno dei due uomini avesse ragione, e l’altro — be’, e l’altro fosse semplicemente un idiota.

A quel punto Roveda aveva girato le spalle e se n’era andato.

 

L’illuminazione era arrivata la sera, dopo cena, di ritorno dalla partita di suo figlio al campionato degli oratori. Non sapeva dire perché o come. Di insulti gratuiti e angherie ne aveva ricevute tante — chi non le aveva ricevute? Ogni capo è uno stronzo e ogni padrone è cattivo: queste erano le sole lezioni sul lavoro che aveva appreso dal padre, e aveva avuto modo di verificarle in trent’anni di carriera.

Diego non aveva studiato, quindi i nomi per le sensazioni più complesse gli sfuggivano. Ma da un po’ di tempo pensava di essere una cosa tipo l’italiano medio, le frasi che sente al telegiornale la sera — l’italiano medio che è in crisi, l’italiano medio che però va in vacanza, l’italiano medio che come lui ha due figli e fa un po’ fatica a tirare fine mese — però va in vacanza — e così via. Ma non c’era niente di medio in quel che gli era capitato. A conti fatti, non c’era niente di medio nell’essere umiliati. E non c’era stato niente di medio nemmeno nel suo gesto, nell’alzare la mano.

“Questi parlano solo una lingua”, gli aveva detto un amico vent’anni prima. “La lingua del potere”. Quell’amico aveva studiato. Non era un italiano medio, e se n’era andato dal paese in fretta, ora insegnava in Canada o sa Dio cosa: parlava tre lingue, mangiava gli hamburger ed era felice. Ad alcuni succede, ad altri no. Ma benché a Diego sembrasse uno stronzo, aveva ragione: quelli parlavano la lingua del potere e non c’era modo di capirsi. Un universo separato dall’altro. Non era una questione di gesti, e nemmeno di cattiverie, ma in primo luogo di significati: pezzi di realtà diversi attaccati alle stesse parole: io ti chiedo perché ti comporti male, tu mi dici che non ti comporti male affatto. A dire il vero, Diego era convinto che per loro la realtà non esistesse proprio.

Era venerdì. Per la prima volta, andando a letto, non si addormentò di schianto.

 

I pensieri lo accompagnarono per tutto il sabato e la domenica. Era qualcosa di nuovo che lui cullava come poteva, qualcosa di interamente vergine: un’idea era nata e domandava tutta l’attenzione possibile.

Ebbro di confusione e privo di concetti prese la mountain bike di Alberto e cominciò a girare in paese invece di sedersi al bar come faceva di solito: e ad ogni pedalata era come se anche l’ambiente attorno cambiasse: ora le grida del macellaio al ragazzo che aveva appena preso acquistavano un suono diverso, e così gli spintoni del tredicenne grande e grosso al magretto di due anni in meno: e ancora lo schiaffo di un vecchio al nipote, o il nipote che spintonava il vecchio — ogni particella di potere andava al suo posto in un grande disegno.

Il luogo dove era nato e cresciuto, l’hinterland milanese che niente aveva di bello rivelava nuove sfumature, una promessa di riscatto. Serviva soltanto coraggio.

 

Da lunedì aveva cominciato a sedersi davanti alla fabbrica, per otto ore, a lavorare — cioè a fare l’unico lavoro che ora, era certo, meritasse di essere compiuto.

Adesso era mercoledì. Erano già due giorni di assenza e nessuno aveva detto nulla — non una telefonata a casa, non un richiamo di Roveda, e nemmeno uno dei colleghi cui lavorava fianco a fianco da tanti anni. Ma questo era perfetto, era l’esatta conseguenza dell’idea: siamo soli fino alla fine.

A Marta non aveva detto niente. Che poteva dire? L’avrebbe preso a calci in culo. Era un padre e non avrebbe trovato un altro lavoro nemmeno a pagarlo. Doveva vestire i figli, dar loro da mangiare, mandarli a scuola. “Ti sembra il momento di fare le proteste?”, avrebbe detto. “Scusati e vai al tornio. Non riguarda te, riguarda loro.” E infatti sarebbe finita così, senz’altro — o forse no.

Perché su una cosa Marta aveva torto — non erano proteste — e su una aveva ragione: non riguardava lui. Riguardava i suoi figli. Riguardava cose più grandi cui non aveva mai riflettuto, o che aveva dato per scontate. Il rispetto e il futuro. L’eredità che lui e Roveda avrebbero trasmesso a chi veniva dopo: era una questione morale, il vincitore e il vinto, una questione di buoni esempi.

Quindi Diego non stava protestando, perché non c’era più niente per cui protestare. Da due giorni aveva semplicemente smesso di andare al tornio e adesso sedeva lì davanti alla fabbrica, aspettando almeno di incrociare lo sguardo di Roveda. Non perché sperasse di poterlo convincere, anche solo mostrandosi lì — il potere non conosce appello — ma perché lo annientasse. Era lui il dio, no? E allora doveva a tutti una soluzione. Che scendesse a finirlo.

 

E così, quando durante la giornata alzava gli occhi più in là del suo mondo — la fabbrica, il quartiere industriale, le ultime case del paese — quando alzava gli occhi e cercava qualcosa di più in quell’orizzonte mai pulito, mai piatto, sempre colpito dall’intervento umano, la provinciale, le rotonde, gli enormi ristoranti e i cartelli PRANZO A 9 EURO TUTTO INCLUSO per i lavoratori della zona, gente come lui — quando alzava gli occhi e cercava un segno, un dono del cielo che potesse redimerlo, che rimettesse le cose in ordine, ciò che vedeva era solo il risultato di tanti decenni passati a inseguire la stabilità e il denaro, e che invece avevano portato a quello, un uomo solo che attende la fine e un figlio di puttana che niente capisce: un impero che anche lui, con le sue mani, aveva contribuito a costruire.

Ma ora tutto era diverso. Ora stava lavorando, e di tempo per guardarsi intorno non ce n’era. Quindi tornava con lo sguardo a terra, stringendo un attimo le mani, e ricominciava ad aspettare che qualcosa, finalmente, cambiasse come lui era cambiato.

Il bacio di Igor

Oggi pomeriggio tornando dal call center in autobus l’ho vista. Era seduta con lui alla fermata di piazza IV Novembre. È cresciuto ancora. Mangiava patatine da un sacchetto gigante. Lei con i soliti jeans slavati e gli occhiali.

 

Io non so niente di autismo, avevo detto alla coordinatrice della cooperativa.

Lei aveva appoggiato le mani curate sulla cartella.

La prossima volta ti prometto qualcosa di più leggero. read more

Vi presento “L’iguana non vuole” di Giusi Marchetta

 

Non è vero che è un libro sulla scuola. L’iguana non vuole è un libro su come si sta al mondo: speranzosi, delusi, rincuorati, incazzati e di nuovo speranzosi. E poi la scuola di Giusi Marchetta è di più: la parte di noi che ci ricorda come eravamo e come possiamo essere, liberi. Per questo è un romanzo universale, perché ci va a prendere sui banchi di un’esistenza in bilico che oscilla tra le possibilità incerte del futuro e su quelle disilluse del passato. In mezzo c’è la vicenda di un’insegnante che lascia la propria terra e va alla conquista di una rabbia, e di una pietas, che il giorno d’oggi si è dimenticato nelle tante chiacchiere all’aria. Qui ci sono i gesti silenziosi di una protagonista in battaglia, e quelli dei suoi allievi. C’è il filo rosso di un amore sospeso e l’abitudine di una bestiola che è davvero la bussola della nostra Italia: l’iguana, che meglio di altri sa cosa significa la ribellione, lasciare da parte gli eventi per guardare dritto cosa siamo davvero. Giusi Marchetta ce lo suggerisce, siamo tutti diversi davanti alle ingiustizie, solo che non lo sappiamo e così capita di rassegnarci tutti allo stesso modo. Dopo questo romanzo capiterà un po’ meno. read more

Ansel Adams, il sole in macchina

Ansel Adams – La Natura è il Mio Regno

a cura di Filippo Maggia

Modena, Ex Ospedale Sant’Agostino

www.fondazionefotografia.it

 

Inaugurata in occasione del Festival della Filosofia di Modena, è in programma fino al 29 gennaio una magnifica retrospettiva di Ansel Adams. Settantasette fotografie selezionate dallo staff curatoriale di Fondazione Fotografia diretto da Filippo Maggia illuminano i diversi passaggi della produzione di Adams in modo appassionato ed originale. Allestita nei sobri spazi dell’Ex Ospedale Sant’Agostino in uno stile che sarebbe piaciuto all’esigente fotografo (da Mara Mariani e Daniele Ferrero), La natura è il mio regno illustra aspetti poco conosciuti della personalità artistica di Adams lungo cinquant’anni di carriera. Un ricco corredo di documentari e interviste televisive completa il percorso espositivo. read more

La strega

“Slacciati i pantaloni.”

Avete tutti la stessa età – undici anni, dodici – ma Tommy è il capo.

Ti guarda con quegli occhi da corvo e il tuo cuore si ferma.

Geco e Pier hanno obbedito senza fiatare, così anche tu fai il tuo dovere, e mentre osservi la chiazza scura che si allarga sullo zerbino ti chiedi che faccia farebbe lei se ti vedesse ora, qui.


 

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Un virtuoso rinnovamento nei rapporti aziendali

Da: recruiting@slegoitalia.com

Oggetto: Ricerca e selezione personale

Data: 28 maggio 2011 13.30.27 GMT +02.00

A: paolo.pezzodaquattro@slegoitalia.com

 

Ciao Paolo,

non ti ho visto prima in sala mensa e così ho pensato di scriverti.

Ci sarebbe da prendere una decisione definitiva in merito al progetto di assunzione per il reparto “Produzione&Assemblaggio”. Dalla direzione mi stanno rompendo i coglioni, così questa cosa la dobbiamo sbloccare, davvero. read more

La lotta di vernice

Costruito durante gli anni della ripresa, concepito per fiancheggiare una casa del popolo, riciclato come il muro di una casa del lutto, reinventato come la parete esterna di un bar asiatico. E’ stato, nei suoi anni più complessi, un muro contro le bombe a tradimento. Nel più mediocre dei casi, usato per sponsorizzare la riforma della riforma. La maggior parte delle volte, ha parlato di lavoro. read more

Robot

Mi ero accorto che il tempo passava quando vidi negli occhi di mio figlio la tristezza.
Prima di allora non era mai successo. Massimiliano era stato figlio unico per molti anni, almeno sei, poi sua madre – mia moglie – decise di averne un altro, con un altro uomo e in un’altra casa. Ci eravamo separati dopo sette anni di matrimonio, e la colpa era solo mia. Qui l’amore non c’entrava niente, erano i soldi che non bastavano, e a lei, a Mirella, questa nostra situazione l’aveva fatta ammalare di depressione. Quando la conobbi aveva vent’anni e ne avrebbe avuti sempre troppo pochi per smetterla di rinfacciarmi che le avevo rovinato la vita con la storia del bambino, del parto straziante, del fatto che si era ridotta a fare la casalinga e ad avere le mani sempre tagliate e ammaccate, di essere invecchiata troppo in fretta; una vita che lei non avrebbe mai e poi mai immaginato di fare. read more

Non è solo una questione di miele

Prendi un’ascia, prendi la corda di liana. Segui il profumo che scende dall’albero. Con l’ascia scavi dei gradini nel tronco e cominci a salire. Quando sei in cima all’albero infili il braccio nell’alveare, cerchi con la mano, uno dopo l’altro stacchi pezzi di favo e li metti nella tua cesta di rami intrecciati. Questo lo fai dopo aver affumicato la bocca dell’alveare, ma prima che la notte ti cada addosso. Cercando di non perdere l’equilibrio. Strizzando gli occhi quando gli sbuffi di fumo e di api ti vengono in faccia, lassù sulle spalle della foresta a quaranta metri da terra. read more