PRIVATE di Walter Siti
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Il libro giusto al momento sbagliato

Avevo sette anni, in casa dei miei non c’erano libri; un cugino è venuto a stare da noi per la durata del suo ultimo anno scolastico, il quarto del “Carlo Sigonio” (l’Istituto Magistrale di Modena). Trovai nel suo sacco la Metamorfosi di Kafka e lo lessi d’un fiato, nel senso proprio che devo averlo letto in apnea. Me lo sono sognato per notti, l’uomo che si svegliava scarafaggio e agitava le zampette; soprattutto la mela che gli lancia la sorella, rimasta a marcire nel suo carapace. Molto più tardi ho letto la traduzione di Fortini, apprezzato il linguaggio impiegatizio e razionalizzato tutte le metafore; ma quell’orrore mi è rimasto incistato, non me ne sono liberato mai più.

 

Il libro della vergogna

Non mi ricordo come si intitolava, era un libro sulle torture in Argentina; l’avrò letto all’inizio degli anni Novanta. Le torture alla ESMA, il campo di concentramento clandestino di Buenos Aires: la picaňa, il letto rovente, il sottomarino. La vergogna era di non riuscire a smettere, spinto non dalla pietà e dall’indignazione ma dall’eccitazione sessuale.

 

Il libro citato e mai letto

Credo di aver citato, qualche volta, i Tre moschettieri; e qualche altra volta i romanzi di Fleming con James Bond: mai letti né l’uno né gli altri. I romanzi d’avventura e di intrattenimento mi annoiano, l’invito a regredire all’infanzia è così smaccato che non riesco a cascarci (tra l’altro, non mi sembra nemmeno la mia infanzia).

 

Il libro prestato e mai restituito

Innumerevoli, sia all’attivo che al passivo; non ci tengo ai libri come oggetto, una volta letti può prendermeli chi vuole, non glieli richiederò mai indietro; e lo stesso quando ne prendo uno in prestito io. Tante volte succede che avrei bisogno di rileggerne uno, che sicuramente avevo, e sono costretto a ricomprarmelo. Qualche volta, con una fitta di rimorso, vedo sulla costa di qualche libro che sto riconsultando che appartiene a una biblioteca da cui l’ho preso in prestito trentacinque o quaranta anni fa.

 

Il libro di un discorso amoroso

Cime tempestose, da sempre. Alla faccia di tutte le storie d’amore più mature, più complesse, più aderenti alla psicologia. Catherine che dice “I am Heathcliff” dice una volta per tutte che cos’è l’amore, l’esaltazione di sé nell’altro. L’amore inutile, s’intende, quello che porta solo disgrazie e rabbia e vendetta. Quello che si preferisce dimenticare per vivere tranquilli. L’unico che vale la pena.

 

Il libro di un luogo da dimenticare

Forse, le Mosche del capitale di Volponi; riconosciuta la bravura e l’onestà dell’autore, rimane il fatto che quegli uffici a un passo dal potere, quelle kentie e quei ficus, mi disgustavano talmente tanto che non sono più riuscito a rileggere il libro.

 

Il libro matrioska, che non si finisce mai di capire

I Fratelli Karamazov, riletto a ogni età della vita: da ragazzo il diavolo, il fascino di Gruscenka e la pietà per Miscia; l’identificazione con Ivan intorno ai venticinque-trent’anni, con Smerdiàkov a quaranta; da vecchio la curiosità per Alioscia, per il libro che Dostojevskj aveva progettato e che lo avrebbe visto adulto protagonista. E, sempre, quei dialoghi senza pelle, “non sei stato tu!” detto da Alioscia a Ivan sotto un lampione; la nostalgia per un dio irraggiungibile, il cadavere di Padre Zosima che puzza invece di emanare profumo di santità.

 

Il libro della delusione

Le Benevole di Littell: le aspettative, dal tema, erano molto alte, come quando uno dice averci pensato, aver avuto la pazienza e la forza di realizzare un libro così! E nelle scene d’ambiente non delude: la battaglia di Stalingrado, i massacri in Ucraina, certi strepitosi e laceranti interni, o giardini, degli ufficiali nazi. Ma sono rimasto deluso dal protagonista: intanto perché omosessuale, che cosa ci guadagna il personaggio? E poi quella storia dell’incesto con la sorella, come se si trattasse di un Visconti qualsiasi; mancanza di coraggio nei confronti dei Normali, perbenismo che sopravviene a metterci una pezza.

 

Il libro per chi scrive

La Recherche, naturalmente: come si organizza una frase lunga, come si mescolano saggio e narrazione, come si racconta il mondo partendo da sé. Ma soprattutto l’insegnamento che scrivere non può essere che questione di vita o di morte, l’eterno mito di Shéhérazade. La vita non è che materia bruta che deve servire alla scrittura, è la scrittura che conta; ma se prima non hai vissuto abbastanza, la scrittura si degrada a esercizio.

 

Il libro del futuro

Maledico la mia vecchiaia e il mio (ormai irrecuperabile) analfabetismo tecnologico: il libro del futuro me l’immagino iper-testuale e multimediale, con finestre che si aprono e forniscono digressioni-integrazioni anche visive o musicali. Non per disprezzare la struttura (tutto meno che “lasciare l’iniziativa al lettore”) ma per esaltarla e articolarla su più dimensioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

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