sesso

- Il tocco della miseria

© Carolina Ricciulli - www.carolinaricciulli.it

Si pensa che gli enormi stravolgimenti riguardanti le persone si compiano sempre nel ventre di scene madri; una malattia, per esempio, incurabile, di morte veloce o curabile solo un minuto prima della morte e lunga e logorante tanto da alludere a una rinascita e quindi a una vita nuova, così a un grande stravolgimento; o a un assassinio, a un’altra morte che subisci in modo differente, inaspettato a cui inizi a pensare solo un istante dopo che è accaduto o lo hai saputo e la sua eco si ripete costantemente, ti assilla con E se io, e se io con tanto metodo da fare di te non più ciò che sei stato ma ciò che saresti potuto essere se quel giorno avessi deciso di tenere tuo fratello in casa, per esempio e sottrarlo così alla mano dell’uccisore; o al giorno in cui avete confessato a una vostra amante di amarla completamente ignorando l’infelicità che sarebbe seguita, la rinuncia alla tranquillità, l’autorizzazione che le avete concesso a derubarvi e ingannarvi e ancora mentirvi – ricattabili fino al midollo –, tutto, lasciandole tutto, attraversarvi la mente, tenervi in sospeso, divorarvi la vita (perché questo vogliono le amanti, annullare la nostra storia, portarci all’anno zero della nostra esistenza, prima della ricchezza, prima della famiglia che abbiamo costruito, del lavoro che abbiamo scelto: ci odiano, le nostre amanti e con insistenza), come i ratti della mafia cinese messi in gabbia sullo stomaco dei torturati, e scavano sulla pelle fino alle interiora, velocemente con denti e artigli e fame e incomprensione – vogliono solo una via d’uscita, i ratti, non la vedono neppure la persona –  fin dove è morte per la libertà che la gabbia sospesa in testa non gli permette, nemmeno Dio giudicherebbe il ratto per tanta infelicità terrena; o, anche, quando muore tua madre e smetti d’esser figlio per sempre. read more

Massacri

Dice che va bene, poi leva la maglia. Il tatuaggio sopra il seno destro rappresenta una grande rosa stilizzata. Condivide lo stile con la lucertolina che sto per vedere nel guado dell’inguine. Non mi ero mai posto il problema se potesse avere tatuaggi o meno.

Vado verso di lei, la bacio in bocca. Mi fa passare le braccia dietro la nuca per trattenermi un attimo, poi lascia. È calda, è morbida, il suo profumo è un profumo che conosco ma che non riconosco. La bacio sul collo, risalgo alla faccia. Con la destra va a prendermi il cazzo e lo stringe. Oggi pomeriggio mentre mi intervistava era professionale, elegante in maniera scontata, una telecamera del digitale terrestre di Mediaset ci riprendeva. Oggi pomeriggio mentre mi intervistava io ero uno scrittore. Allo stato attuale siamo due mammiferi, abbiamo ripreso a baciarci in bocca ma lei non smette di stringermi il cazzo. Scendo di nuovo con le labbra, e stavolta arrivo alla rosa.

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- Casta diva

Tomoko Nagao, Vibrator 2 (2008) - www.tomokonagao.info

Quando uscii dall’ascensore, Sumiko era già sulla porta, indossava uno yukata corto, rosso e oro, e aveva i capelli raccolti in maniera disordinata. La trovavo eccitante. E non pensavo ad altro mentre mi mostrava la casa, occidentale nell’arredamento ma con la tipica struttura giapponese. L’odore di palude, dato dai tatami, aleggiava mite. Anche se la seguivo distratto non potei ignorare la presenza, in ogni ambiente, della riproduzione di un dipinto di Botero. Quei corpi dilatati mi colpirono. E quando riportavo lo sguardo sui fianchi sottili di Sumiko mi parevano ancora più desiderabili. read more

La pesca

Nella consapevolezza estrema dello sfaldarsi definitivo del corpo, decido di partire ancora una volta. In tutto lo schifo che resta di me che sono vecchio, maschera che tutti fa ridere e che, nel riso, nessuno veramente vede, parto. Dovrei indossare un costume da coniglio, in questa ultima partenza. Invece indosso questa carne consumata, accartocciata. Questo scarto di me, questa ultima cosa di me. Di me che sono stato solo tutta la vita. Di me che sono stato inguardabile e incravattato tutta la vita, a passare le telefonate e a spalancare la porta blindata sul retro di una filiale di banca. Di me che nemmeno il prestigio irrisorio di stare dietro uno sportello, ho avuto. No, semplicemente lo smistamento, incravattato, con i capelli sempre stirati, col mio naso enorme, spaventoso, a dire ottocento volte al giorno “buongiorno”. Di me che tornavo a casa ginocchioni davanti al televisore, ginocchioni davanti ai miei libri, ai miei video porno, al niente osceno che sempre mi rimandava lo specchio. Guardavo gli altri, e nella visone c’era sempre il mio naso. Nello specchio le mie guancie gonfie, anche. Quella maschera ordinaria che spaventava tutti. Ora che sono vecchio e la pelle mi cade, spavento più nessuno. Potrei essere un nonno ridicolo, quello che racconta le favole buone, quello da prendere per le orecchie o per il nasone, quello da arrampicarsi sui rami secchi delle gambe, quei rami pronti a spezzarsi,  quelle gambe pronte al cedimento fulmineo. read more

Lu canaletto

Lu canaletto

 

Curremo verso lu canaletto, ci affaccemo, ’nfilemo lu braccio dentro lu pozzo per cerca’ ’na ranocchia. Se e quando la trovemo, la sistememo in mezzo all’asfalto e aspettemo che ’a ’na macchina ci passa sopra e fa la botta: pàcchete!

È chesta la cosa che ci piace fa’ di chiù di tutte le cose, a me e all’amico mio Aldo. La facemo soprattutto mentre che aspettemo lu pulmino della scola, e Pippo, che guida lu pulmino della scola, ogni volta che sente a ’llu pàcchette bestemmia tutti quanti li dii e tutte quante le madonne del Paradiso.

“Magnò,” mi chiama col nome della casata, “io lo dico a pàrtet’, prima o poi glielo dico…”. read more

- Interferenze

kero - www.kerousel.com

Che la mia amica Giulia T sia una cretina è ormai scientificamente provato. Tutta la serata, imperterrita, ci ha imposto la sua matronale presenza. E dire che lui per telefono mi aveva detto: “Dai usciamo”. E io, imbecille: “No, tanto lei va a dormire”. Così infatti mi aveva detto: “Io vado a dormire, vi lascio soli”.

E invece no. read more

Fragile

Sembrava che l’uomo senza una gamba stesse proprio aspettando me.
C’erano diversi aspetti inequivocabili in questa scena.
Per cominciare, che l’appartamento davanti al quale sostava fosse il mio. Era la terza e ultima porta sul corridoio.
Un’altra certezza era che l’uomo fosse davvero privo di un arto. Il tubolare destro dei pantaloni era tagliato o piegato su se stesso e cucito all’altezza della coscia. Due grucce sotto le ascelle completavano il quadro e spazzavano ogni dubbio residuo.
Era evidente anche che fosse in attesa. Forse da molto tempo. Aveva un’aria quasi rassegnata.
Mentre mi avvicinavo a lui notai che non mutava espressione, non dava alcun segno di avermi riconosciuta. Dunque, anche se era in mia attesa, ignorava quale fosse il mio aspetto.
Quando fui a pochi metri lo salutai.
«Buonasera.»
«Buonasera» rispose, con tono mesto.
«Aveva bisogno?»
«Lei è l’inquilina di questo appartamento?»
«Sì.»
«Mi scusi, le sembrerà un po’ assurdo quello che sto per dirle, me ne rendo conto…»
Mi porse la mano. «Mi chiamo Paolo Bergamaschi e fino a quattro anni fa vivevo in questa casa con la mia famiglia.»
«Linda, piacere.» Gliela strinsi e attesi che proseguisse.
«Ho avuto un incidente in moto e sono stato in ospedale diversi mesi. In quello stesso periodo è morta mia mamma, così la mia famiglia ha deciso di vendere questo appartamento e di prenderne uno più piccolo per me. Adesso vivo a Lorenteggio.»
Ascoltavo il suo racconto indecisa su quale espressione assumere. Mi parlava di tragedie personali ma non capivo dove volesse andare a parare, che ruolo potessi rivestire io nella faccenda.
«Ora sto bene, mi muovo senza difficoltà, ho ripreso a lavorare. Diciamo che sono tornato alla normalità, o quasi.» Sorrise.
Sorrisi anch’io, più che altro per mostrargli una reazione di qualche tipo.
«Senta, sono consapevole che sarà strana come richiesta e se mi dirà di no la capisco, però, ecco… Io non ho più rimesso piede in questa casa dopo l’incidente e non so bene perché ma ultimamente mi è venuto un desiderio fortissimo di tornare a guardarla un’ultima volta. Immagino che niente sia rimasto come allora, ma sarebbe più che altro una visita simbolica. Una specie di addio sentimentale.»
Fece una breve pausa, ma prima che potessi replicare aggiunse: «So anche di essere un completo sconosciuto per lei, ma in queste condizioni dubito di poter apparire minaccioso». Abbassò lo sguardo verso la sua gamba mancante. «Con una spintarella, anche un bambino è in grado di gettarmi a terra.» Sorrise di nuovo.
Fu questa considerazione pratica a convincermi.
Risposi prima con un gesto: infilai la chiave nella serratura. Poi dissi: «Nessun problema, entra pure» passando istintivamente al tu, come se il tempo delle formalità fra noi fosse già esaurito.

 

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Nessuno è mai preparato alla visita di un estraneo a casa propria. Ci si sente sempre un po’ sovraesposti, come se le nostre cose rivelassero più di quanto noi stessi fossimo disposti a svelare. Io ho anche ereditato per via genetica da mia madre l’ossessione per l’ordine all’arrivo di ospiti. Fin da bambina ricordo che quando veniva qualcuno a trovarci mia mamma tirava la casa a lucido, cambiava tovaglie e asciugamani, spolverava anche i lampadari, si preoccupava di angoli nei quali nessun visitatore si sarebbe sognato di andare a sbirciare. Era certa dell’equivalenza fra il decoro esteriore dell’abitazione e il decoro interiore, morale, della famiglia. Io non sono a quei livelli, ma resiste coriaceo nel mio inconscio un istinto alla pulizia e all’ordine che mi procura un’immotivata agitazione nel caso di ospiti inattesi.
In questa circostanza specifica, l’agitazione era doppia: non solo non avevo riordinato nulla, ma l’uomo che stavo ospitando aveva vissuto una vita fra queste mura e ora stava inesorabilmente per fare un confronto fra la casa dei suoi ricordi e la mia nuova sistemazione.
Cercai subito di giustificarmi: «Quando sono entrata io era già vuoto. Non c’erano mobili o…».
«Lo so» m’interruppe lui. «Gli unici pezzi salvabili li ho fatti portare da me.»
Appesi la borsa all’attaccapanni d’ingresso e tenni la porta spalancata per farlo entrare.
«Però la disposizione delle stanze non è cambiata. Voglio dire, non ho abbattuto muri o fatto lavori del genere.»
Entrando lui disse «Permesso» e io mi trovai a pensare che dovesse essere la prima volta che pronunciava quella parola in questo appartamento. Per una vita sarà entrato e uscito senza dover chiedere autorizzazione a nessuno.
Lasciai che si avviasse in salotto e chiusi la porta alle nostre spalle.

 

Io e Paolo (aveva detto di chiamarsi Paolo, vero?) dovevamo essere coetanei. Anche se di primo acchito mi era sembrato molto più adulto, ora che ci avevo parlato e lo avevo osservato da vicino, capivo che poteva avere al massimo due o tre anni più di me. Non superava i trenta, comunque. Aveva i capelli castano chiaro, riccioli e radi, in via di stempiatura, un naso dritto, elegante, le labbra sottili. Indossava una camicia bianca sotto una giacca leggera grigia, in tinta col pantalone. Era rasato di fresco e profumava di dopobarba. Compresi che doveva essersi preparato per questa visita, ci teneva a fare bella impressione per compensare l’eccentricità della richiesta.
Sherpa spuntò da sotto il divano e mi venne incontro.
«Oddio, mi dimenticavo della gatta. Hai paura?»
La domanda era insensata. Nessuno ha paura di un gatto. Il timore piuttosto era mio, l’ipotesi che con uno scatto improvviso l’animale potesse intralciargli il cammino, fargli perdere l’equilibrio.
Paolo mi guardò quasi stupito. «Perché? Morde?»
Mi venne da ridere. «No, anzi. È lei in genere che ha terrore degli estranei.»
Quasi avesse capito le mie parole, Sherpa tornò sui suoi passi e con un balzo raggiunse il divano, raggomitolandosi in posizione difensiva.
«Visto?» dissi orgogliosa come un domatore in un numero da circo.
«Anche noi avevamo il divano posizionato in quel punto» osservò lui, cambiando discorso e riportandolo al motivo della sua presenza.
Si guardò intorno nella sala, soffermandosi su alcuni particolari, come la grande riproduzione di un Miró sulla parete destra o lo schermo piatto del mio piccolo televisore. Immaginai che stesse ripensando ai quadri che erano appesi qui quando ci viveva lui.
Quando tornò a posare lo sguardo su di me, gli indicai il corridoio.
«Fai pure un giro delle stanze. E scusa per il disordine.» Ecco, ero diventata mia madre, di nuovo.

 

Cominciò dalla camera piccola, che, mi disse, era stata la sua stanza da ragazzo. Poi vide il bagno e la camera da letto. Io lo seguivo, non sapendo bene come comportarmi.
Nel procedere con la visita, Paolo faceva brevi osservazioni sulle differenze tra la sua vecchia casa e questa. Ogni tanto si avvicinava ai mobili, li toccava. «Qui mia madre aveva il suo vecchio armadio. L’armoir lo chiamava, e non ho mai capito se fosse francese o dialetto. Comunque era enorme, teneva l’intera parete. Adesso la camera sembra così spaziosa.»
D’istinto tendevo a minimizzare: «È quasi tutto Ikea. È roba studiata per occupare poco spazio». Sembrava quasi che volessi giustificare il design del mio arredamento. Non so che mobili ci fossero qui prima, ma immaginavo cose solide e ingombranti come quelle che si usavano una volta. Quelle con cui sono cresciuta anch’io, del resto.

Mentre l’osservavo aggirarsi nell’appartamento non facevo altro che pensare a quanto fragile apparisse quest’uomo.
Emanava una sensazione di precarietà in ogni gesto. A stento vincevo la tentazione di corrergli in soccorso e offrirgli un appoggio non appena mostrava un’incertezza negli spostamenti. In verità, sebbene con un certo sforzo, dimostrava di caversela benissimo da solo. Fungergli da supporto non avrebbe fatto altro che sottolineare il suo handicap. Eppure mi sembrava all’improvviso che casa mia fosse piena di ostacoli: il portavasi in ferro battuto, la cassapanca bassa in corridoio, i miei stivali in camera da letto vicino alla porta, la ciotola dei croccantini di Sherpa… Come una serie di imprevisti che avessi involontariamente disseminato sul suo cammino.

 

Ho sempre cercato un senso di custodia negli uomini. L’idea dell’amore che mi sono fatta è di un individuo in grado di assorbire con la sua presenza fisica i mali del mondo e di tenerli fuori dalla mia portata.
Per la prima volta mi trovai a valutare il fascino di fornire io protezione: avrei potuto amare un uomo così? Un uomo che trasmette fragilità in ogni più piccolo movimento, che sembra richiedere aiuto anche nel compiere i gesti più quotidiani?
Ma cosa mi veniva in mente? Perché stavo facendo simili ragionamenti di fronte a uno sconosciuto?
Paolo, quasi richiamato dall’intensità dei miei pensieri, si voltò e mi sorrise.
«Sei stata gentile a farmi passeggiare per queste stanze.»
«Figurati.»
Sì, avrei potuto amare un uomo così. Lo sentivo.

 

Passando davanti allo specchio del corridoio mi gettai un’occhiata veloce. Di solito non lo faccio al rientro dall’ufficio, è il momento meno adatto. Mi trovo sempre al mio peggio: sfibrata e per niente attraente. Stavolta cercai solo di focalizzarmi sui particolari concreti: che i capelli fossero a posto, che il volto non fosse lucido di sudore. L’ordine dell’appartamento era passato in completo secondo piano, ora mi premeva molto di più il mio aspetto. E così, a occhio, mi sembrava di essermi conservata meglio di molte altre giornate.

 

Il nostro giro era quasi concluso. Non restava che la cucina.
Stavolta entrai per prima.
«Dài, accomodati. Lo vuoi un caffè? O una birra?»
Sembrò pensarci su. Aggrottò le labbra. «Be’, una birra la berrei volentieri» e si mise a sedere, tenendo le stampelle in grembo.
«Ti faccio compagnia.»
Estrassi due lattine dal frigo e giene passai una. «Vuoi un bicchiere o…?»
«No, va bene così.»
I click metallici seguiti dallo schsss della schiuma riempirono per un attimo il silenzio del locale. Entrambi ci concedemmo la prima sorsata.
«Sei fidanzata?» chiese all’improvviso, senza preamboli.
«Perché me lo chiedi?»
Alzò le spalle. «Scusa, non sono fatti miei.»
«No. Non sono fidanzata» ammisi. Lui annuì, come se la mia risposta avesse confermato qualcosa di cui era già a conoscenza.
«E tu?» chiesi io.
«Lo ero. Prima dell’incidente.»
L’informazione mi lasciò senza parole. Quale donna può lasciare un uomo dopo un incidente di questa gravità?
Lui interpretò correttamente la mia espressione scandalizzata.
«Volevo dire che ci eravamo lasciati prima ancora dell’incidente.»
«Mi dispiace.»
«L’avevo lasciata io, veramente» specificò.
Cercai di capire se con questa informazione mi stesse trasmettendo del rammarico. Forse se non l’avesse lasciata avrebbe avuto una donna accanto in quel periodo doloroso. Forse era stato avventato, o egoista, o tutte e due le cose.
«È andata come doveva andare. Non avevamo più molto da dirci.»
«E adesso?»
«Adesso è un po’ più difficile fare vita sociale» concluse, riprendendo a bere.

 

Sherpa si affacciò sulla porta. Non osava avvicinarsi, perché la presenza di un estraneo continuava a intimidirla, ma per lei si era fatta ora di cena.
«Hai fame, eh?»
Mi alzai e presi il sacco dei croccantini dalla credenza. Ne versai un po’ nella ciotola e poi agitai il pacco, come richiamo. La gatta mi osservava immobile. «Dài, scema, che il signore non ti fa niente.»
Sentendosi chiamato in causa, Paolo alzò le mani in gesto di resa. «Giuro» confermò.
Sherpa lo guardò sospettosa, poi tornò a fissare la ciotola colma di cibo. Fece un rapido calcolo animale in termini di rischio e guadagno, e dovette riconoscere che la ricompensa valeva l’azzardo. Lentamente raggiunse la sua postazione e cominciò a mangiare.
«Brava» la rassicurai con una carezza.
«Che razza è?» volle sapere.
«Una birmana.»
«È molto bella.»
Annuii.
«È affettuosa?»
Tornai a sedermi. «No, direi di no. Sta molto sulle sue. Più che un animale di compagnia è una specie di coinquilina.» Non avevo mai sintetizzato il nostro rapporto in questi termini, anche se dovetti riconoscere che era molto efficace come definizione.
«Senti, c’è ancora una cosa che vorrei chiederti, se non approfitto troppo della tua disponibilità…»
«Dimmi.»
«In camera mia, cioè quella che era camera mia, c’era una piccola botola.»
«Ah sì?»
«Sì, sulla parete destra, quasi a livello del pavimento. Era coperta da un pannello. Ho notato che quel punto ora è occupato da una cassettiera. Mi chiedevo se la botola ci fosse ancora.»
Cercai di ricordare lo stato della camera vuota quando ero entrata in casa, ma era passato troppo tempo.
«Non ne ho idea» confessai.
«Il pannello era chiuso con delle viti. Era il mio nascondiglio segreto. Dentro ci tenevo una scatola con le mie cose private: figurine, diari, biglietti delle fidanzate, roba del genere. Cazzate, eh? Però, se per miracolo, fosse ancora lì…»
Mi alzai. «Andiamo a controllare.»
Ero già attraversata da un sottile brivido esplorativo. Non immaginavo che il mio appartamento potesse nascondere segreti.
«Sicura che non ti scoccia?»
«No, anzi: a questo punto sono curiosa anch’io.»
Paolo prese le grucce e si tirò in piedi.

 

La cassettiera era un mobiletto basso, dove tenevo i maglioni e gli asciugamani. Niente di pesante. Spostarla non doveva essere un problema.
«Era più o meno in questo punto» disse indicando il lato destro del mobile.
Appoggiai entrambe le mani allo spigolo destro della cassettiera e feci per spingere.
«Ti aiuto» si offrì lui.
«Ce la faccio anche da sola.»
«Non sono così fuori uso.» Buttò a terra una delle stampelle e facendo leva con l’altra, mise una mano accanto alle mie e cominciammo a spingere insieme.
Spostammo il mobile di mezzo metro.
«Basta così» decretò. «Era qui.»
Si chinò a osservare il muro da vicino. «È evidente che è stato richiuso e coperto.»
Mi chinai accanto a lui. Sulla parete non restavano tracce di cavità o pannelli.
«Sei sicura che nessuno ti ha parlato della scatola nascosta qui dentro?»
«Assolutamente. Però se vuoi ho ancora il numero della ditta che ha seguito i lavori, forse loro…»
Sorrise, alzando la mano in un gesto che sembrava voler cancellare un pensiero.
«Figurati. Sono passati quattro anni. Se anche qualcuno ha trovato la scatola chissà dove l’ha buttata. Erano solo cianfrusaglie di nessun valore.»
«Possiamo sempre fare un tentativo.»
«No, davvero, Linda. Sei già stata fin troppo gentile. Ora che ho visto con i miei occhi che la nicchia è stata murata ho l’animo in pace.»
Era la prima volta che usava il mio nome.
«Sono desolata.»
«Ma tu non c’entri niente. Dài, rimettiamo a posto.»
Si rialzò appoggiandosi alla cassettiera.
«Lascia stare, ci penso io dopo.»
Fu un movimento brusco da parte mia. Forse mi ero alzata troppo in fretta o forse era stato lui lento nel cercare di riprendere la posizione eretta, non lo so. Fatto sta che i nostri corpi finirono per scontrarsi. I volti si trovarono uno di fronte all’altro, il suo naso che sfiorava il mio naso. Non ci fu neanche il tempo per ragionare, per decidere: stava già accadendo. Ci stavamo baciando.

 

Nessuno dei due sembrò troppo sorpreso della cosa. Certo non lo era Paolo, che ora mi stringeva con forza e mi baciava con l’entusiasmo di chi non aspettava altro.
Lui era appoggiato a una sola stampella e il suo abbraccio esprimeva allo stesso tempo un segno di passione e una necessità di equilibrio. Questa sensazione di servirgli da sostegno mi sembrava che rendesse ancora più romantica la situazione.
Di fronte alla cassettiera c’era il letto piccolo, quello “degli ospiti”, anche se in pratica non mi capitava mai di averne.
Spinsi leggermente Paolo in quella direzione. Lui si lasciò guidare e con due movimenti che potevano sembrare mosse imprecise di tango ci trovammo accanto al letto.
Lui si sedette e da lì cominciò a sbottonarmi la camicetta, mentre io gli sfilavo la giacca.
Fu solo in quel momento che mi resi conto che stavo per fare sesso con un uomo amputato. Sin lì mi ero fatta trasportare dai suoi occhi chiari, dai suoi modi pacati, dalla consapevolezza della solitudine che aveva segnato i suoi ultimi anni. Ora tornavo improvvisamente alla realtà: sarei stata in grado di affrontare la sua nudità? Non avevo neppure idea di quale aspetto potesse avere un arto amputato, se fosse esposto, con la pelle segnata da cicatrici, o se fosse coperto da fasciature, o che altro. Certo, giunta a questo punto, non potevo mostrare cenni di ripensamento. Sarebbe stato troppo umiliante per lui. Dovevo andare avanti.
Presi a slacciargli la camicia, mentre lui cercava di abbassare la zip della mia gonna. I nostri movimenti erano concitati e imprecisi, continuamente interrotti da baci profondi e impetuosi.
Poi fu Paolo stesso a mostrarsi premuroso. Stavo per chinarmi verso la cintura dei suoi pantaloni, ma mi fermò.
«Aspetta» disse.
«Che c’è?»
Rimase un attimo in silenzio. «Non sono un bello spettacolo laggiù.»
Quelle parole mi conquistarono del tutto, spazzando ogni residuo di reticenza. Non mi sarei fatta intimidire da un handicap fisico. Quante volte mi era capitato di scopare con uomini belli che si erano rivelati dei perfetti stronzi? Adesso mi trovavo di fronte un uomo gentile e ferito, che si imbarazzava della propria menomazione. La vita era già stata crudele a sufficienza con lui. Gli avrei dimostrato che sono altre le cose che rendono piacevole un uomo.
Sollevai il capo verso di lui e gli sorrisi.
«Smettila di preoccuparti» sussurrai, prima di inginocchiarmi a slacciare la fibbia, facendo scivolare i suoi pantaloni a terra.
Era il momento della verità. Guardai subito verso l’arto mancante. Inutile tergiversare, meglio essere decisa, diretta.
Il moncherino raggiungeva l’inizio della coscia, poco sotto l’inguine. Non aveva alcuna fasciatura e presentava vistose cicatrici incrociate. Sì, non era un bello spettacolo, ma neanche così terribile. I lembi di pelle ricuciti mi ricordavano vagamente quelli di un insaccato: era un’analogia volgare e impropria, ma pensarlo in questi termini me lo rese meno minaccioso.
La situazione era decisamente affrontabile.
Spostai lo sguardo sugli slip. Il suo pene premeva sulla stoffa, invocando di essere liberato. Gli tolsi l’intimo con un gesto veloce. Aveva un bel cazzo, eretto, lineare, roseo e quello sì che era un piacere guardarlo. Lo presi delicatamente in bocca e cominciai a succhiarlo.
Sentii Paolo prima trattenere il respiro, poi cominciare a gemere.
Tenevo le mani sui suoi glutei e pian piano cominciai a scendere, finché la mia mano destra arrivò ad accarezzare il moncherino. Un singolo gesto leggero, affettuoso, sufficiente a dimostrargli che non ero né spaventata, né disgustata dalla sua menomazione.
Da parte sua, Paolo mi accarezzava la testa, accompagnandone i movimenti ritmici.
Emise un gemito più profondo e sentii che si irrigidiva. Per un attimo pensai che stesse già per venire, invece mormorò: «Fermati» e mi fece rialzare.
Compresi che ora era lui a volersi occupare di me.
Ci sdraiammo entrambi sul letto e cominciò a baciarmi il collo, le scapole e poi scese sul seno. Con una mano me ne stringeva uno, mentre baciava il capezzolo dell’altro, titillandolo dolcemente con la lingua. Reclinai la testa sul cuscino e mi abbandonai alle sue attenzioni. Senza smettere di leccare, fece un movimento di assestamento col busto e la gamba amputata scivolò fra le mie cosce, premendo sull’inguine. Ignoravo se il gesto fosse consapevole o involontario, ma mi accorsi che la cosa mi stava eccitando. Per quanto perversa, la sensazione era quella di un cazzo enorme, gigante, che spingeva sulla mia vagina. I miei gemiti si fecero ancora più forti.
Cominciai a chiedermi quando un rapporto sessuale mi aveva eccitato a tali livelli. Poche volte avevo fatto sesso in maniera tanto sfrenata.
Intanto Paolo aveva smesso del tutto di sembrarmi fragile. Al contrario: era un uomo giovane, possente e smanioso di dimostrarlo. E a letto era bravissimo: non mi aveva ancora penetrata e già stavo avendo il primo orgasmo.

 

Mezz’ora dopo eravamo due individui esausti, sudati e ansimanti su un letto troppo piccolo per ospitare entrambi.
Ora che era tutto finito, cominciai assurdamente a sentirmi in imbarazzo. Non avevo mai fatto sesso con un uomo al primo appuntamento (neanche al secondo o al terzo, se è per questo). E soprattutto mai mi ero abbandonata con tale passione con un completo estraneo. Il sesso per me, almeno fino a quel momento, era stato un processo di conquista graduale. Riuscivo a lasciarmi veramente andare solo dopo aver raggiunto un livello notevole di intimità. E ora capivo che proprio l’assenza di intimità mi stava mettendo a disagio.
Forse anche lui stava provando simili sentimenti, perché restava in silenzio con la testa sul mio petto.
Non potevamo rimanere avvinghiati ancora a lungo, ma sciogliere l’abbraccio significava probabilmente doversi alzare da quel giaciglio ristretto.
«Vado un attimo in bagno» annunciò Paolo. Protese il braccio destro verso terra, cercando di ritrovare le stampelle a tastoni. Stavolta l’idea di aiutarlo non mi sfiorò neppure.
Lo guardai recuperare entrambe le grucce, tirarsi in piedi e camminare sino al bagno. Era strano, ma sentivo di aver ormai assorbito la sua deformità come un dato di fatto che non mi faceva più alcuna impressione. Avevamo bruciato le tappe dell’accettazione.
Sentii aprirsi l’acqua del bidet. Avrei dovuto dirgli che gli asciugamani puliti erano nel mobiletto sotto il lavandino, ma non mi sarei messa ora a urlare al di là del vetro. Li avrebbe trovati da solo, aveva già dimostrato di essere un uomo di iniziativa.
Spuntò Sherpa dal corridoio, forse convinta che l’estraneo che la spaventava prima se ne fosse andato definitivamente. Dai suoi movimenti compresi che aveva intenzione di balzare sul letto e raggiungermi. L’idea di farmi ritrovare da Paolo con la gatta in grembo mi parve una cosa da bordello belle époque, così troncai i suoi propositi sul nascere: «Sparisci!». Sherpa, sbalordita dal mio tono imperioso, schizzò via.
Quando lo sentii aprire la porta del bagno mi tirai in piedi. «Ci vado anch’io» mormorai passandogli accanto. Lui mi sorrise. Mi illudevo che lavarmi mi avrebbe aiutato a riordinare le idee, ma non fu così. Mi feci una doccia veloce e mi coprii i capelli bagnati con un asciugamano a turbante prima di tornare di là.
Paolo era già rivestito. Mi venne incontro e mi diede un lungo bacio. Non aveva niente a che fare con l’entusiasmo e la folle sensazione di trasgressione dei baci precedenti. Questo era un gesto di commiato. La situazione era diventata difficile da sostenere per tutti e due.
«Sarà meglio che vada» disse lui, infatti.
Io feci di sì con la testa.
«Conosco bene la strada, del resto» sorrise, prima di voltarsi e andare verso la porta. Aspettai lì in piedi di sentirla richiudere, prima di tornare in camera a rivestirmi.

 

Poco più tardi, seduta al tavolo della cucina a fissare le lattine vuote, mi chiedevo cosa avesse voluto dire con la frase “Conosco bene la strada”: che sapeva dove fosse l’uscita o che sapeva dove ritrovarmi la prossima volta?
Avevo l’impressione che le mie sensazioni mutassero a una velocità assurda. Durante il sesso pensavo che quel rapporto avrebbe segnato l’inizio di una storia travolgente. Subito dopo l’amore avrei voluto che se ne andasse in quel momento, lasciandomi sola coi miei pensieri.
Quando mi ha salutata in corridoio ero sollevata dal fatto che non avesse fatto promesse o richieste. Ora invece, via via che mi calmavo, cominciavo a rimpiangere che non avesse neppure fatto il gesto di lasciarmi il suo telefono.

 

Il suono del campanello mi ridestò dalle riflessioni. Scattai in piedi come se si fosse azionato un allarme.
Il mio primo pensiero naturalmente fu che fosse di nuovo lui, che avesse deciso di tornare, per scusarsi, per darmi il suo numero, per baciarmi di nuovo con un saluto più passionale. Invece era Loredana, la vicina dell’appartamento di fronte.
«Cosa voleva quell’uomo?» mi chiese.
La domanda mi diede un enorme fastidio. Ci conoscevamo da quando lei si era trasferita nello stabile l’anno precedente, ci trattavamo con cordialità sulle scale e nelle riunuioni di condominio, ma non si può dire che fossimo amiche. Questa sua curiosità era del tutto fuori luogo e glielo feci notare.
«Cosa ti interessa, scusa?»
«Mi interessa perché l’altro ieri è venuto anche da me.»
Rimasi un attimo sbigottita, come incapace di assorbire l’informazione.
«E… e cosa cercava?» chiesi.
Loredana mi fece un riassunto veloce della situazione: l’aria mesta, la scusa del vecchio appartamento, l’ispezione accurata delle stanze, la storia della cavità murata, il sesso. Raccontava la stessa vicenda che avevo appena vissuto come se si trattasse del copione di una commedia.
E altro non poteva essere: un copione studiato a tavolino per essere replicato ogni volta. Replicato con donne a casa da sole.
In un attimo mi sentii morire. Ebbi solo la forza di dire: «Entra».
È stato solo a quel punto che vi abbiamo chiamato, Maresciallo.